Conversazione con Daniela Rindi

di / 19 maggio 2011

 

Intervistiamo Daniela Rindi: scrittrice, operatrice culturale e “amica” di Flanerí. In attesa del primo romanzo è nelle librerie con “Almeno mi racconto” (ed. Il Foglio Letterario), un’interessante raccolta di racconti dal sapore autobiografico.

Ciao Daniela, grazie per l’intervista. Purtroppo la manifestazione Palchinparco che doveva tenersi a giugno non si farà, un evento che, in questa seconda edizione, avrebbe avuto diverse novità. Vuoi spiegarci di cosa si tratta e perché è stata rimandata?

Palchinparco vuole essere una manifestazione aperta a tutte le arti: letteratura, musica, pittura, fotografia, video art, teatro, danza, artigianato, avendo come scenario la completa e totale libertà di un “parco”. Un modo nuovo di dare visibilità agli artisti e anche di apprendere, percepire l’arte. Siamo abituati a viverla al “chiuso” in locali o gallerie e spesso chi non è del giro difficilmente riesce a essere informato su quella o quell’altra perfomance, soprattutto letteraria. Ed è un peccato perché c’è un “sottobosco” artistico veramente talentuoso che non ha la dovuta visibilità, il più delle volte per difficoltà di promozione o di mezzi. L’anno scorso abbiamo fatto montare un palco in aperta campagna e mentre sopra di esibivano poeti, scrittori, musicisti, attori, sul prato esponevano pittori, fotografi, orafi e la gente stava allegramente sdraiata sul plaid ad ascoltare, bevendosi una birra e mangiando un panino con la salsiccia, i bambini correvano tirandosi gavettoni e i cani perlustravano la zona col naso per aria. C’era un bello spirito di condivisione, ma soprattutto un’incredibile armonia con il luogo. L’arte e la natura ho scoperto che si sposano perfettamente! La collaborazione tra gli artisti, sotto nessuna bandiera, ha dato luogo a questo evento, permettendo agli artisti di esprimersi divertendosi. Però ho fatto i conti senza l’oste…

Con rammarico siamo stati costretti a rimandare l’edizione, perché volendo ufficializzare e mettere in regola la manifestazione, ci siamo trovati a combattere con una burocrazia estenuante e dei costi di realizzazione al momento insostenibili per l’Associazione Culturale Golia, senza sponsorizzazioni o possibilità di autofinanziamento. Purtroppo fondi per la cultura non ce ne sono e se vuoi fare le cose in Italia, devi essere ricco, oppure un mecenate, o un supereroe. Né io, né i miei collaboratori (tra loro Franca Forzati eLeonardo Battisti) possediamo purtroppo questi requisiti. Comunque non dispero, la prima cosa che dovremo fare è “associare”, iscrivere tanta gente, che con un minimo possa aiutarci a finanziare la manifestazione. L’antologia con Flanerì è un altro evento che potrà in parte contribuire allo scopo. Poi cercare sponsor privati…

L’antologia in collaborazione con Flanerí comunque si farà. Vogliamo dare qualche anticipazione?

L’antologia si farà e di questo sono veramente felice, perché era una delle novità previste quest’anno a Palchinparco (oltre alla collaborazione con una web-tv) e mi sarebbe dispiaciuto davvero se fosse saltata. Ho trovato subito con Flanerì una sintonia, un’affinità d’intenti, di scopi e tanta disponibilità. Quando annunciai il congelamento di Palchinparco Flanerì propose subito di portare a termine il progetto antologico, a prescindere, mostrando sensibilità e conoscenza delle problematiche che stanno dietro alle libere iniziative, alle associazioni, volendo dare una mano concreta.

Veniamo al tuo libro che ho trovato una delle migliori raccolte di racconti uscite in questi mesi. C’è molto di autobiografico e c’è molta spinta vitalistica. Come mai hai preferito rimanere in questo spazio?

Prima cosa ti ringrazio del complimento! Credo che in pochi mesi si pubblichino centinaia di raccolte, quindi “spiccare”, pacifica il mio ego! Sì c’è molto di autobiografico, ma solo come spunto iniziale, poi in realtà personaggi e storie hanno una vita loro, slegata dai fatti reali. Sono partita dal dato biografico perché fa proprio parte del mio processo di scrittura, di creazione del personaggio. Ho fatto l’attrice di teatro e quindi mi viene automatico immedesimarmi in tutti i miei protagonisti, fecondarli con il mio essere, le mie sensazioni, le mie esperienze, cogliere per contro le loro, per poi farli vivere autonomamente. È come educare un figlio: tu puoi dargli tutta la tua conoscenza, le linee guida, l’amore che vuoi, ma poi lui sarà se stesso, si esprimerà col suo vero carattere e osserverà la realtà con i suoi occhi. La spinta vitalistica c’è indubbiamente. I miei personaggi vivono la vita fino in fondo, nella sua essenza più pura. Non si risparmiano: amano, odiano, soffrono, donandosi totalmente al lettore. E forse fanno l’occhiolino a Nietzsche…

.Nei racconti c’è molta ironia e altrettanta malinconia. Qual è delle due quella che ti caratterizza di più?

Entrambe. L’ironia è sempre stata la mia forza, un modo per sopravvivere ai naufragi della vita. Se a un certo punto ti ritrovi in mezzo al mare, da solo, senza salvagente, pensare alla vergogna che proverai quando ti ripescheranno vedendo il tuo calzino bucato, non ti salverà, ma almeno ti sarai fatto una risata. La malinconia invece mi è proprio necessaria per fare “mente locale”, per esplorare me stessa, per esprimere i miei sentimenti più profondi.

Perché la forma racconto? In tanti sostengono che sia più facile scrivere un romanzo… Sei d’accordo?

La forma del racconto mi è congeniale. Sono una persona che non gira attorno alle cose, ma va dritta al sodo e così è la mia narrazione. Nel racconto sintetizzo una storia, la riduco alla sua essenza, senza fronzoli e non-necessarie divagazioni o descrizioni. Semplifico anche le parole, i pensieri, perché quello che voglio raccontare deve emergere dai fatti, la leggerezza, l’ingenuità che cerco di dare ai personaggi in realtà hanno lo scopo di mostrarne la complessità, il dramma. Tagliare, limare, eliminare fino a ottenere l’essenza. In questo sta forse la complessità del racconto rispetto al romanzo. Nel romanzo fra trame, sottotrame si può divagare abbondantemente per poi tornare quando voi al filo principale. Nel romanzo è concesso questo e apprezzata la capacità di argomentare su piani differenti, avendo tutte le pagine che vuoi a disposizione. Nel racconto no, devi contenere tutto ciò in poche pagine, valutando attentamente ciò che è superfluo. Sotto quest’aspetto il racconto è una sfida. Altra ragione per la quale mi soddisfa scrivere racconti è perché li leggo molto più volentieri di un romanzo. Sono sempre di corsa e quando riesco a leggere, nel poco tempo a disposizione, mi piace interrompermi conoscendo il finale della storia.

A quando un romanzo?

In realtà l’ho già, ci sto lavorando da tre anni. È un romanzo di formazione. Lo faccio decantare ancora un po’ e poi lo metterò sulla piazza! Il titolo è “Stai lontano da me”, una storia d’amore fondamentalmente, intensa, drammatica, passionale, un amore “terrorista” come l’indole della protagonista, combattuto e sofferto, condito con ironia e a volte distacco, attraverso la narrazione di un ventennio della sua vita. La protagonista che si chiama di Elisa, (nome che do spesso ai miei personaggi femminili, quasi fosse il mio alter ego) cerca di ritrovare se stessa attraverso un incontro importante, mettendosi in gioco completamente, un modo per conoscersi e imparare a scegliere. Fanno da sfondo Milano, Roma, l’Italia intera che si è girata lavorando in tournée teatrali, come attrice e vagabonda durante gli anni di piombo.

Che ruolo ha avuto la Rete nella diffusione dei racconti?

Direi fondamentale. Io nasco come blogger, ne gestivo ben quattro, poi li ho abbandonati perché era diventato un lavoro, comunque grazie a questa esperienza ho capito il potere della rete, della sua comunicazione: la diffusione immediata, la quantità di contatti e d’indirizzi ai quali si può accedere e la velocità delle informazioni. I miei racconti sono usciti prima su riviste letterarie on line, hanno girato per vari blog o forum, per poi approdare al cartaceo. Mai successo il contrario.

Ce né uno a cui sei più legata?

Ce ne sono due. Il primo è il sito (e forum) dell’Anonima Scrittori, un collettivo di autori col quale collaboro da tre anni, con loro faccio eventi, reading, partecipo a manifestazioni e a discussioni sul forum. Adesso stiamo lavorando a un romanzo collettivo “Cronache di un pianeta abbandonato”, con la coordinazione e supervisione di Antonio Pennacchi, premio Strega 2011. L’altro è Undiciparole un collettivo legato alla casa editrice Giulio Perrone che ci ha gentilmente dedicato pure una Collana editoriale. È un forum molto attivo, vivace e sempre pieno di originali iniziative. Io a volte ho difficoltà a stargli appresso!

Cerca con tre parole di convincere i nostri lettori a comprare il libro.

Sole, cuore, amore? Direi senza ironia che ci stanno tutte e tre! Scrivo col cuore, con amore, quindi sono racconti “emotivi”, che hanno l’ambizione di voler comunicare un sentimento e provocare un’emozione. Poi sono particolarmente belli perché conosco bene l’autrice e posso garantire per lei. Compratelo anche ad occhi bendati!

Quali sono i tuoi autori di racconti di riferimento?

Nessuno in particolare. Nella scrittura mi piace cimentarmi in tutti i generi e sperimentare stili differenti, esattamente come succede nella lettura. Se sono allegra posso leggere i racconti di Stefano Benni, mi piace il suo surrealismo e invidio la sua fantasia, se sono triste o malinconica Carver, (tanto per peggiorare la situazione) e se sono stanca E.A. Poe, per ricevere una botta di adrenalina. Questi sono solo alcuni esempi naturalmente, i primi che mi sono venuti in mente. Se ne vuoi altri li devo cercare nella mia libreria. Ho poca memoria.

Progetti futuri?

Beh, intanto promuovere questo libro, poi pubblicare un romanzo. Infine riuscire a consacrare come “evento” il progetto Palchinparco, per stare almeno una giornata all’anno tutti assieme a godere della campagna, ascoltando buona letteratura e musica, circondati da quadri appesi agli alberi, con lo sfondo di un campo di grano.

In bocca al lupo per tutto e speriamo che riusciate a realizzare il sogno di Palchinparco.

I sogni si “devono” realizzare, altrimenti che sogni sono? Grazie ancora a tutti voi.

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