“Sherlock Holmes - Gioco di ombre” di Guy Ritchie

di / 23 dicembre 2011

Come finale sarebbe stato bellissimo. Un tocco di poesia in un film d’avventura, indimenticabile quanto inaspettato: simili eppure diversi, l’uno la Nemesi dell’altro, dopo una lunga strada percorsa insieme e consapevoli di essere le due facce della stessa medaglia, il buono e il cattivo sono uniti nel momento supremo. Il genio del bene che accetta sereno il suo destino e il genio del male che urla la sua rabbia, quella di chi vede svanire la vittoria a lungo pregustata. Un po’ come succede a Risiko, quando perdi 18 armate contro 3 sparuti carrarmatini, divenuti misteriosamente “immortali”. E qualcuno non ti va a tirar fuori una combo da 14?

Come finale era bellissimo, ripeto, ma non andava bene, perché il cinema è un’industria, esattamente come l’editoria. La stessa editoria che costrinse Arthur Conan Doyle ad ammazzare Sherlock Holmes nel momento del suo maggior successo, per non essere più assediato dagli editori che gli chiedevano nuovi racconti. Succede, quando hai abbastanza soldi. La stessa Rowling dichiarò, anni fa, che non avrebbe esitato a far morire Harry Potter prima di scrivere l’ultimo romanzo, se avesse avuto il sentore che disturbava lei e la sua famiglia. Ma ci ha fatto la grazia.
La grazia ce l’ha fatta anche “Mr.Ciccone”, pardon, ora di nuovo Guy Ritchie, che non brilla come gentiluomo (un mio insegnante di inglese lo odiava in quanto «si comporta come un deficiente fingendosi una specie di gangster londinese ma appartiene a una ricca e stimata famiglia upper class») e ha il fastidioso vizio di scatenare risse per motivi futili, ma i film, almeno, li sa fare. Chiaro: sotto il segno del post-moderno, che si traduce in azione frenetica, montaggio vertiginoso, colpi di scena come se piovesse. E che volete di più da un film?

Già mi immagino le proteste dei cineasti e vi prego di leggere la prossima frase con tono lamentoso e nasale, insomma da critico: «Eh, ma manca lo sviluppo personale dei protagonisti, non c’è arte, è mestiere». Quasi vero, vi rispondo. Innanzitutto perché a cambiare nel tempo non è Holmes, ma il buon dr. Watson («Eroe è colui che cambia») un divertente Jude Law, sempre ottimo comprimario (e infatti Alfie era una palla) ma che nei romanzi di Doyle è, per le leggi della narrativa, il vero protagonista. E narratore. Ma chi se ne frega, scusate, sono “le Avventure del dr.Watson”? Non mi pare. Il mattatore deve quindi essere Holmes. Che nasce come personaggio flat, immutabile, alla Topolino. Solo che Topolino è semplicemente insopportabile, mentre l’Holmes di Robert Downey Jr. è ubriacone, drogato, anticonformista, alienato dal suo stesso genio. Dunque irresistibile: scusate eh, ma se volete vedere un film fatto di sguardi intensi, sorrisi accennati, silenzi, avete sbagliato genere. Se ti piace la vita comoda vai in campeggio? No.

Non sarà dunque Quarto Potere, ma di chicche, nel film, ce ne sono parecchie. E non parlo solo degli intermezzi comici come la tenuta mimetica urbana di Holmes. C’è la scena del treno, di sapore marrazziano, o il matrimonio di Watson (che assomiglierà molto al mio, conoscendo il testimone) e la memorabile partita a scacchi. Già, perché Moriarty è un figlio di buona donna che trasuda buone maniere, anche se ti deve dire in faccia che ucciderà il tuo migliore amico: in fondo sono le maniere che han reso celebre l’Inghilterra. Non l’Impero, ma lo Stile. E questo, nel film, traspare.

Allora non mi criticate Guy Ritchie, ché è anche grazie a lui che una intera generazione (la mia) riesce ancora a spegnere il cervello e a farsi raccontare una storia, come bambini davanti al fuoco. E va ancora a godersi il grande schermo, prigioniera dell’industria dello spettacolo. Quella stessa industria che non apprezza il mio finale, in cui l’omicidio per vendetta diventava autosacrificio nel nome dell’amicizia. E la stessa che mi dice di aspettare Sherlock Holmes: il Mastino dei Baskerville. Per far cassa prima che gli attori invecchino.

Consigliato a: gentiluomini vittoriani, zingari veri o presunti, adolescenti dentro e fuori, il mio vecchio coinquilino Francesco. 

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