“L’officina del diavolo” di Jáchym Topol

di / 7 marzo 2012

Quasi come Hrabal. Un Hrabal al quadrato o la sua radice quadrata. Jáchym Topol è tutto questo, ma anche molto di più. E molto di meno.
Topol in fondo è solo Topol ed è tantissimo. Ed è soprattutto l’autore, originalissimo (non se la prendano i critici che si ostinano a paragonarlo all’autore di Ho servito il re d’Inghilterra), di un libro, L’Officina del Diavolo (Zandonai, 2012), che si legge tutto d’un fiato nonostante la tematica certamente ostica.
Ad essere messo in scena è un vero e proprio specchio di commedia umana: l’Occidente che esce fuori dai totalitarismi est-europei. Siamo alla post-perestroika, alla post-occidentalizzazione.

L’esuberanza dell’autore – che scrive come un novello Salinger trafitto dal dolore della dittatura e della rinascita – ci conduce per mano, attraverso funamboliche e iperboliche invenzioni (Linguistiche? Letterarie? Storiche?), in un viaggio che non ricorda affatto le nostre vacanze low cost con Ryanair o Easy Jet. In Repubblica Ceca ci entriamo dalla porta posteriore, non dalla turistica Praga ma da Tezerin, una rossa Auschwitz minore. Mattoni rossi, capre, ladruncoli, vecchie dentro le case, erbaccia e un odore di antico che sa di morte e putrefazione. Eppure siamo a pochi chilometri dalla città di Kafka: qui, in questa cittadina quasi sconosciuta, si è combattuto, si è stati imprigionati, seviziati, umiliati, uccisi.
Non è forse il luogo migliore per creare un business? Il governo vuole radere al suolo la «città della morte» (tranne la caserma-monumento), loro vogliono riportarla in vita, un luna park per turisti.
E loro sono i sopravvissuti, ma non solo: gruppi di globetrotter, hippy, sbandati. Ma è difficile catalogarli.
Rivitalizzare i luoghi di sepoltura, pratica “attiva” della memoria. Se ne interessano i giornalisti (entusiasti fin che fa notizia), i politici (incazzati come non mai), i familiari dei baldi giovanotti intenti a “ricordare”.

Topol racconta, si diverte e diverte, nella miglior tradizione seria/faceta di chi sa raccontare l’orrore con il sorriso. E lascia la parola all’io narrante/protagonista/alter ego (?) che commuove e ci fa infuriare per la sua ingenuità: lo odiamo quando ci racconta dei suoi compiti carcerieri (in gioventù), lo amiamo quando osserva la “bella” venuta dall’Ovest, quando brucia tutto, quando lo vediamo partire per la Bielorussia.
Ed è proprio nella fredda Minsk che cambia tutto o forse non cambia niente. Lui, capraio della prima ora, diventa “esperto” (in cosa poi?) dell’ultima: ma qui il passaggio vecchio/nuovo sta ancora prendendo forma. O meglio c’è l’ha e mette paura: un girone infernale di uomini, morti che camminano e parlano e riesumano eccidi e assassinii e odi e rancori. Operai tutti, dell’Officina del Diavolo, intenti a mettere mattoni su mattoni. Quelli che servono il museo all’aperto, e universale, dei totalitarismi.


(Jáchym Topol, L’officina del diavolo, trad. di Letizia Kostner, Zandonai, 2012, pp.165, euro 14,50)

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