“Frenocomio 24” di Roberto Dapel

di / 20 marzo 2012

Dopo i mesi di prigionia dovuti alla censura fascio-comunista, perpetrata da giornali catto-nichilisti, la redazione è orgogliosa di riprendere la pubblicazione delle recensioni di Roberto Bioy Fälscher. In questo periodo di complicata e turbolenta attesa ringraziamo quanti hanno fatto sentire la propria voce contro un sistema partitocratico miope ai bisogni di una cultura separata dalla ragion di stato. Noi ci opponiamo con forza all’idea che con la cultura non si mangia, perché un uomo con la pancia piena ma il cervello e l’animo vuoti sarà solo lo spettro dei desideri agognati in gioventù. Non saremo ricchi, non saremo trimalcioni lordi del sangue della terra, ma avremo la forza di spirito di infondere coraggio nella nostra voce. Viva la cultura, viva Fälscher, viva la rivoluzione.


La prima volta che mi sono imbattuto nello scrittore portoricano Roberto Dapel è stato durante un congresso organizzato dall’Università dell’Alberta a cui ero stato invitato dal grande studioso di Letteratura latinoamericana Paolo Degrassi. L’argomento del mio intervento era Finzioni e Infrarealismi nella narrativa ecuadoriana contemporanea. Avevo letto per caso il nome di Dapel tra gli appunti di una collega e, immediatamente, preda di una fulminante epifania, mi era tornato di colpo alla mente un caro amico dell’Università di Lima, omonimo dello scrittore portoricano, scomparso in circostanze tragiche durante l’attentato di Barcellona del 14 luglio 2003.
Confesso la mia totale disconoscenza di questo artista visionario, lo confesso, con l’animo trepidante di gioia per la consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere i limiti della conoscenza. In seguito mi sarei imbattuto più e più volte nel suo ormai celebre Frenocomio 24, edito in Italia da Sodali Editore e facente parte della cosiddetta “Trilogía de la locura”.
Il libro in questione, il terzo e ultimo della serie, prende spunto da una teoria trascendentale: a eseguire gli attentati suicidi contro le Torri Gemelle non sarebbe stato un nucleo di terroristi agli ordini di Osama Bin Laden, bensì un gruppo di pazienti di un manicomio di Portland, ipnotizzati da medici dell’FBI per affrontare il suicidio come automi facilmente manipolabili. Alla base della sua ipotesi, Dapel riporta i dati relativi alle miriadi di persone che ogni anno vengono misteriosamente inghiottiti dai bui corridoi dei frenocomi: in realtà si tratterebbe di veri e propri rapimenti con finalità più o meno disumane (un caso simile sarebbe quello della strage del Teatro Dubrovka di Mosca).
Partendo, dunque, da un’ipotesi solo in parte attestata e verificabile con dati reali, l’autore portoricano delinea tutta una serie di episodi in cui, nel corso degli anni, si sarebbe fatto ricorso a malati mentali per compiere gesti eclatanti con lo scopo di legittimare una progressiva diminuzione delle libertà individuali a vantaggio della cosiddetta “oligarchia dell’ombra”: «Pensavi di essere libero? Di vivere una vita diversa da quella dei topi da laboratorio? Pensavi male. Ogni qual volta ti troverai a leggere le etichette dei cibi in scatola, a fare scorte di medicinali contro l’aviaria, a comprare chili e chili di munizioni perché un nuovo vicino di origine mediorientale si è stabilito nel tuo quartiere, allora vorrà dire che ti avranno lobotomizzato il cervello. Questa la chiamiamo libertà? Tutto questo ha avuto inizio secoli fa, quando un gruppo di persone ha deciso di mettersi insieme per governare l’umanità intera nell’ombra, senza lasciare traccia di sé, manipolando gli individui e usando i più deboli come armi di distruzione». Tra narrativa pura e saggistica di denuncia, Dapel non si preoccupa della verosimiglianza più certa, e come i grandi maestri degli ultimi anni punta il dito proprio contro di noi e la nostra capacità di assorbire notizie senza spirito critico, spalando con devozione la neve più sporca cristallizzata e stratificata agli angoli delle strade per mostrarci l’arduo compito che spetta a chi decide di inseguire una ricerca indispensabile. Il suo obiettivo estetico dunque non è il fine ma il percorso di avvicinamento a qualcosa di irraggiungibile. Obbligo morale di ogni intelletto libero. Ed è per questo che ci permettiamo di invocare a gran voce la traduzione in italiano degli altri due volumi, Ojo por ojo e Trasfiguración, che insieme a Frenocomio 24 formano la trilogia. Il nostro tempo ne ha bisogno.

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