“Tropico del Cancro” di Henry Miller

di / 17 novembre 2012

Pagina dopo pagina, Tropico del Cancro è un viaggio affamato nella Parigi dei primi anni ’30. È un appuntamento a pancia vuota con Henry Miller alla ricerca di qualcosa che la colmi.

Ci saziamo degli alberghi logori maleodoranti, degli appartamenti sovraffollati di sporca biancheria, fumando sigarini nei tabac e vagando nell’assurda fisionomia umana delle strade, incastrati tra gli arrondissement indefiniti. Travolti da «quella città che pulpita come se fosse un cuore appena strappato da un corpo caldo […] ti prende, ti afferra per le palle come una troia innamorata che morirebbe piuttosto che lasciarti sfuggire alle sue mani […] una Parigi che ti cresce dentro come un cancro, e cresce e cresce finché non ti ha divorato».

Vagabondare la notte lungo la Senna. Vagare nel boulevard de la Madeleine, ebbri, tra le luci ammiccanti dei bordelli e gli inviti suadenti delle puttane dai tacchi logori con il fiato greve di caffè e cognac e «con la lingua piena di bugie e di domani». In corsa tra scarracchi e gambe spalancate. Perdendo il senso del tempo e alternando intervalli di semicoscienza accompagnati dalla poesia del movimento. Con noi Van Norden e la sua figa della Georgia, Carl dagli occhi tremuli di morte, scrittori e pensatori affaticati, «disgraziati melliflui, burrosi, con gli occhi morbidi di cerbiatto». Discutere della «questione del chiavare». La fica, la loro eterna preoccupazione. La donna col cappello rosso, la bionda grossa con le guance rugose e quella con i guanti bianchi che tiene in grembo un cigno.
Un film al Cinè Combat, un biglietto per la Comédie francais trovato nel cesso di un café. Avvolti dal forte odore di burro fritto e stomachevole formaldeide. Tutto al suon di jazz.

Choccanti dissimilitudini, allucinazioni del sogno, vittime di un automatismo surreale. Tra le peripezie, il caos e le beffe della vita con le sue vomitevoli circostanze, l’uomo e il suo credo convenevole, ubriachi di Parigi, ubriachi del Mondo. Danzano nella notte le odalische di Matisse. Ancora una bottiglia di calvados, nella corrente, senza fare la minima resistenza al destino, spiritualmente morti, fisicamente vivi, moralmente liberi. Nell’angolo la prostituta con la gamba di legno, il giovanottello col grammofono, il mercante di perle e il discepolo indù.  «A ogni stazione della metropolitana ci sono teschi ghignanti che ti avvisano. […] Ovunque siano muri, là sono lucidi tossici granchi che annunziano l’avvicinarsi del cancro».

«Miasma, feccia, ninfa e acqua stagnante»ritrovarsi sulla terrasse del Dome, nell’azzurro di un’alba elettrica e comprendere con Miller che questo non è  libro «è libello, calunnia, diffamazione. […]  No, questo è un insulto prolungato, uno scarracchio in faccia all’Arte, un calcio alla Divinità, all’Uomo, al Destino, al Tempo, all’Amore, alla Bellezza…a quel che vi pare».

  • condividi:

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altre narratività” numero dieci

“effe – Periodico di altre narratività” numero dieci

Archivio