“Fantasma” dei Baustelle

di / 11 febbraio 2013

Non solo un disco: siamo in presenza di qualcos’altro. Non solo un album, non solo un concept sullo scorrere del Tempo, ma qualcosa di più. Un accompagnamento per ambientazioni sinistre come pretesto per uno scorcio metaforico, ricercato e artisticamente elaborato sull’attualità. Una colonna sonora di film dell’orrore. Come avrete capito, siamo al cospetto del Fantasma dei Baustelle. Che, nel bene e nel male, è anche il nostro.

Andiamo con ordine, perché, fortunatamente, gli aspetti di cui parlare sono numerosi e tutti estremamente affascinanti. Partiamo dal titolo: Fantasma. Un nome del genere vale più di mille descrizioni e immette l’ascoltatore, o lo spettatore, in un canale iconografico ben delineato. Contesti di morte e atmosfere tetre costituiscono una vera e propria scenografia, che si avvale dell’ausilio di generi di cui l’Italia è maestra assoluta: l’horror e il giallo anni Settanta-Ottanta. Bianconi stesso, interpellato a proposito del modello filmico di Fantasma, ha risposto citando un nome molto chiaro: Suspiria di Dario Argento. La presenza del maestro è lampante, sia nell’art work ma soprattutto musicalmente.

E qui affrontiamo un altro aspetto che fa del disco un lavoro superbo: l’arrangiamento strumentale.

“Fantasma (Titoli di Testa)” è l’agghiacciante intro, tra la ninna nanna di Profondo Rosso e i temi dei Goblin ed Ennio Morricone. Il lavoro è uno sfoggio, mai banale e fine a se stesso, della composizione sinfonica, registrata con l’apporto della Film Harmony Orchestra di Breslava, direttamente in Polonia. Il resto delle composizioni è stato inciso nella Fortezza Medicea di Montepucliano, borgo natio del gruppo, tra freddi organi e spazi suggestivi. Alla cabina di regia per le partiture c’è un nome noto: Enrico Gabrielli, che ha fatto con il genere poliziottesco insieme ai Calibro 35, la medesima operazione qui riproposta con i Baustelle, cambiando ovviamente il genere. Altro elemento importante: per la prima volta nella loro carriera, la band toscana appare come produttrice esecutiva; una scelta non da poco, emblema della forza e delle ambizioni investite nel progetto.

L’esoscheletro del disco è cinematografico: abbiamo infatti i titoli di testa, l’intervallo e i titoli di coda. Elemento capitale di Fantasma è il lavoro testuale di Francesco Bianconi, il primo a capire che un concept album del genere dovesse avere una base strumentale così alta. Bianconi è evidentemente memore degli insegnamenti del pilastro De André, ricalcato a livello vocale e chiamato in causa con il suo lavoro più funereo e incentrato sulla morte, Tutti morimmo a stento. I testi sono quadri in bilico tra gotico, romantico e quotidianità ipermoderna, elaborati in modo che ogni frase sia una scena, incentrata su tematiche complesse e spesso evitate dalla musica leggera, come la morte, il tempo e i drammi del presente. Uno scenario disperato e pessimista, con pochi, ma preziosissimi, accenni di vitalità e speranza. La figura del fantasma è il filo rosso che lega le tracce, mostrando come lo spettro possa coniugarsi perfettamente in svariati modi. Il primo, onnipresente nel disco, è quello della Morte.

I titoli delle canzoni sono chiarissimi: dal primo bellissimo singolo “La morte (non esiste più)” (quanto tempo è passato da “Charlie fa surf”?) al brano che lo precede, “Nessuno”, il cui testo è una delle dichiarazioni d’intenti più poetiche e spietate mai scritte. Passando per il cimitero monumentale di Milano, protagonista per l’appunto di “Monumentale”, dopo l’intervallo, si amplia il raggio della trattazione e la Morte non riguarda più solo il singolo e la sua esistenza, ma tutta l’umanità. Ecco infatti “Maya colpisce ancora” (doveroso il ringraziamento a Rachele Bastreghi per uno dei ritornelli più belli mai regalatici) e “L’estinzione della razza umana”, preceduta nella tracklist dalle strumentali “Primo” e “Secondo principio d’estinzione”. La Morte non è trattata solo a livello di pessimismo cosmico – a proposito di Leopardi, segnaliamo anche la citazione da La Ginestra in “La morte (non esiste più)” –, ma anche a livello di cronaca. Notevole l’uso del romanesco fatto da Bianconi in “Contà l’inverni”, che oltre al dialetto della capitale, riprende anche il contesto di omicidi di gelosia tipici della tradizione. Insomma, sono tante le ambientazioni in cui far sfogare il nostro Fantasma. Le parole finali di “Radioattività” concedono un colpo di scena: dopo aver chiamato in causa Dio parecchie volte nel corso dell’album, Bianconi si lancia in un conclusivo spiraglio di fede, unica arma contro i temi dominanti di Fantasma.

I titoli di coda portano alla conclusione una maestosa opera di diciannove brani per settantatré minuti di musica. Un lavoro possente, impegnato, che richiede all’ascoltatore lo sforzo di lasciarsi condurre in un ambito sicuramente non adatto a tutti, ma che una volta accettato dona in cambio il piacere e l’appagamento che solo la grande musica riesce a dare. Siamo sempre nella canzone pop, ma in Italia pochi nomi hanno portato questo genere a tali livelli.

È modesto e umile parere del sottoscritto che Fantasma dei Baustelle tra dieci, cinquanta, cento anni, verrà visto e ricordato come uno dei lavori più belli, complessi e affascinanti della storia della musica italiana. Il dramma (o forse la fortuna dei Baustelle) sarà che molto probabilmente i fantasmi del domani saranno gli stessi di oggi. Estinzione della razza umana permettendo.

(Baustelle, Fantasma, Warner, 2013)

 

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