“Bert e il Mago” di Fabrizio Pasanisi

di / 9 aprile 2013

È probabile che quella di vite “parallele” non sia nulla più di una illusione letteraria, a partire dal primo che mostrò di nutrirla, come non ignorano molti degli attuali studenti di liceo (e come seppe anche Shakespeare, che ne sfruttò la robusta scaltrezza di dialoghista e sceneggiatore avant lettre), Plutarco. Ma se lo storico antico in realtà, scovando simmetrie e rispondenze fra la biografia di molti dei più riveriti “spiriti magni” di Roma e quella di altrettanti fra quei graeculi che i detentori dell’impero non facevano mistero di snobbare, nutriva soprattutto l’ambizione di affermare la pari dignità della sua gente, l’ultima, più interessante reincarnazione di quell’antico fantasma letterario, Bert e il Mago, di Fabrizio Pasanisi (Nutrimenti, 2013), mette appunto “in parallelo” la vicenda umana e letteraria (più la prima, forse, che la seconda: Pasanisi sembra fermarsi quasi sulla soglia, di ogni opera che nomina, come avesse pudore di aggiungere le sue alle tante parole già scritte su di esse) di due scrittori della stessa lingua, della stessa cultura, dello stesso popolo: Thomas Mann e Bertolt Brecht.

Diversi per età e, se non per estrazione sociale, certo per il modo, perfino caparbio, di scegliersi il proprio posizionamento entro la società (soddisfatto, aulicamente “borghese” il primo, provocatorio e  aggressivamente engagé a sinistra, il secondo), diversi anche nel modo di vivere il rapporto con l’altro sesso (scrupolosamente e, verrebbe da dire, manzonianamente monogamico e patriarcale, pur con dichiarati ma ben padroneggiati fondi di omoerotismo, il primo, impudentemente imbrigliato in continue impazienze adulterine, e di estroverso maschilismo, il secondo), i due scrittori lo sono certamente soprattutto nel campo delle scelte stilistiche: quanto il primo è fluente, analitico, compiaciuto del suo stesso narrare, tanto asciutto, scarno, tutto linee forti e marcate, il secondo. E poi, i generi: il primo è, quasi esclusivamente (non fosse il poco fortunato hapax di Fiorenza), romanziere, narratore; l’altro, se non per la trascrizione prosastica dei Tre soldi e i postumi Affari del signor Giulio Cesare (ancora Plutarco, dunque!), fu e si sentì con più dedizione scrittore di parole destinate a esser dette, vissute in scena.

Eppure almeno un drammatico, grande punto di contatto fra questi due uomini di lettere così antitetici, esiste, ed è da esso che parte, e su esso che si gioca, la felice scommessa di Pasanisi: la vicenda umana dell’esilio, della patria abbandonata e poi vista, da lontano, dal disagio di un’altra cultura in cui, nonostante gli applausi, non si riesce mai a sentirsi veramente a casa propria, sprofondare in vertici di barbarie forse mai ancora toccati dall’umanità; con il conseguente dovere di dare alla propria arte l’icastico nitore della testimonianza, a futura memoria. Poi, di nuovo il divergere dei destini: Mann che “non può” più tornare nella sua terra, Brecht che invece sceglie, anche a prezzo di acquiescenze (i ritocchi al Lucullo, per riallinearlo al Partito…) che gli calcano in viso un po’ della maschera del suo Galileo, la sola parte di Germania che le sue convinzioni gli concedevano.

Tutto questo ha, nel bel libro di Pasanisi, non la pesantezza mutriosa dell’erudizione che cataloga ogni sassolino raccolto per via, e infittisce le note a piè pagina; ha, invece, l’elegante cadenza del narratore, il tocco forte e lieve del romanzo di buona lega: come nell’ampio dialogo, al centro del libro (in simmetria con l’incontro di Adrian e il Maligno?), fra i due scrittori in una sera d’esilio, riguardo alle ragioni profonde dell’essere, e dello scrivere, di ciascuno di loro.

Chiuso il libro, e senza avvertirne pesantezza nonostante la manniana abbondanza di pagine, finiamo per sentire i due esseri umani, anche più di quanto non avessimo già sentito attraverso le loro parole i due scrittori, dei nostri “vicini”, uomini che ci piace avere al nostro fianco.

 
(Fabrizio Pasanisi, Bert e il Mago, Nutrimenti, 2013, pp. 528, euro 22)

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