E ci son buoni tutti

di / 15 giugno 2013

A dire quello che non va. A puntare il dito e petulanti far notare che il muro è storto e la vernice data male il parquet fuori asse e l’ascensore saltellante. Ci son buoni tutti a far le pulci al fare altrui. «Vuol finire lei, Santità?», pare disse Michelangelo coi pennelli tra le mani a un asfissiante Giulio II. Si fa carriera, a biasimare. A trovare il treno giusto, si finisce pure in Parlamento. Anche in massa. E lì qualcosina poi s’inceppa: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Sapere, saper fare, saper essere. Si gioca in questa terna, la vera competenza. Ma lo strillone no, il puntadito no: e del sapere e del saper essere non si cura perché lui (o lei) è dalla scuola, dagli scout, dalla partita di calcetto o pallavolo, che crede il suo ruolo compiuto nella messa in evidenza di quello che non va. Basta poco a detonarli, di solito un avverbio: «Quindi?»

Io faccio così: paziente ascolto, non controbatto, lascio che i retori del dito puntato elenchino, argomentino, s’infervorino, sbavicchino pure e attendo. Attendo la pausa (non si può pretendere dai ditopuntanti il rispetto dei turni dialogici: il loro sdegno l’intitola alla prepotenza) del rifiato, taccio per un poco (e la delusione gli si dipinge in volto: si nutrono dell’accodo, in un climax d’infervoramento, o della polarizzazione, anticamera allo scontro verbale), e prorompo: «Quindi?»
Che gusto lo sgomento che li coglie. La reazione è la stessa, sempre. Vaga alterazione dei tratti, bocca semi-aperta, occhio sgranato: «Come “quindi”…» E io, sorridente (sadico…): «Eh: quindi? che proponi? che s’ha da fa’?» L’occhio vaga, destra-sinistra-destra, e arriva la proposta. E la mazzata (molto, sadico…): «Con quali soldi?”. Lì si coglie, finalmente, la totale inconsistenza di chi non è abituato al fare. La raggiera è varia: dal classico «i soldi ci sono, basta tagliare gli sprechi» (quali, come, con quali provvedimenti, conto corrente o capitale è inutile chiederlo, perché di bilanci i ditopuntanti poco o nulla sanno) al radical-chic «io di soldi non me ne intendo, non sono un tecnico» al meraviglioso (non fosse che lo credono davvero) «che c’entrano i soldi?!»
Pericolosetto, ragionare così. I soldi c’entrano, c’entrano sempre. Ogni cosa ha un costo, tutto è monetizzabile: tempo, dedizione, estetica. È fondamentalmente una questione di scelte: di capitoli di bilancio, direbbe un tecnico. Di storni. I tagli, chi maneggia soldi lo sa, non esistono: è tutto un muover di pedine e fiches da un campo all’altro del tavolo di gioco. Un fattivo vero, non un ditopuntante stizzoso e stizzito, queste cose le conosce a menadito, e ci si barcamena abilmente. Però purtroppo di ditopuntanti tendenti al fariseo l’Italia è piena. Colpa di Croce? Dei troppi temi in cui ci abituano a parlare di pace senza bellum e senza para? Temo di sì. Idealità vs reale. Con scelta di campo, a volte che rischia di sconfinare se non nel patologico quantomeno nell’ostinato, stile barzotto (il mulo, per disambiguare).

Altro tema a cuore dei ditopuntanti è l’ecologismo. Di bandiera. «A prescindere», direbbe Totò. Ecco l’aneddoto: Roma, casa, ospite non romano. «E non la fai la raccolta differenziata, tu?!» (Ai cultori degli italiani regionali intuire la provenienza geografica dell’ospite). «No, va tutto in discarica». «Non è vero! Ci sono i cassonetti diversi!» Primo iato: che ci siano cassonetti differenziati (loro, loro sì…) non esclude che comunque s’interri poi il tutto; ma paziento, non infierisco… «Fidati, ho un amico che ci lavora e…» «E che c’entra?!» Secondo iato, un po’ più preoccupante. Come che c’entra?! Ci lavora, lo saprà…. ma non obietto, tanto lo so che il piano del reale non interessa, ai ditopuntanti: il loro gusto sta nel biasimo delle (presunte) mancanze altrui, il loro orgasmo nell’imporre comportamenti (sempre a loro presunzione) virtuosi. Fatica vana; e difatti, forte di questo irrefutabile imperativo categorico, sentenzia: «E se anche fosse, comunque è bene abituarsi a selezionare i rifiuti». E lo fa. Lo fa davvero: ci si mette, rovista nella bustona e seleziona (peraltro, borbottando sulla non-organicità della stessa busta).

Io mi chiedo, ancora, che senso abbia (oltre un’eco, forse di quando entrambi si era in caserma e nottetempo, abbrutiti dal sonno e da varie privazioni, ci si faceva pulire con lo spazzolino da denti le suole ad anfibi che avremmo rilordato di lì a poche ore) “abituarsi a selezionare i rifiuti”. E reprimo, a fatica, l’istinto della polisemia.
Anzi no: lo estremizzo. Mi faccio pragma, tutto causa ed effetto, determinismo a serramanico e la selezione la faccio io, da oggi in poi. Raccolta differenziata delle opinioni, dei commenti, delle vacuità ideologizzate, e tutto sepolto nella discarica del mio sciocchezzaio. Tasto destro dell’inconscio e “Svuota cestino”. E se mi vedo un ditopuntante parato innanzi… né ascolto né argomento più. Basta. Piuttosto, agguanto e storco.

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