“L’esame” di Julio Cortázar

di / 23 ottobre 2013

Per il secondo romanzo di Julio Cortázar, composto nel 1950, la pubblicazione è stata impossibile fino al 1987. Una delle cause principali di questo eccezionale ritardo è la possibilità di vedere tra le pagine del libro una premonizione degli avvenimenti che scossero l’Argentina a partire dagli anni Cinquanta. L’esame (Voland, 2013) è infatti immerso in un’atmosfera funerea, caotica e misteriosa, che ricorda i violenti passaggi del Paese dalle mani di diversi regimi dittatoriali, dal peronismo ai diversi oppressivi governi che lo deposero e succedettero.

I posti di blocco, le manifestazioni, gli scontri sono solo la cornice della storia che l’autore ci racconta, una cornice che però prende vita e si anima sino a influenzare i personaggi, ad allucinarli, a stancarli, a muoverli o a fermarne il cammino. I protagonisti, Juan e Clara, trascorrono la vigilia del loro ultimo esame girovagando per Buenos Aires con gli amici, sciogliendo la tensione con discussioni tra il filosofico e l’intellettuale e allentando la morsa del caldo insopportabile con frequenti bevute. La città è surreale, intrisa, offuscata da una nebbia che ha l’aggressività di una piaga biblica; le strade iniziano a creparsi e i palazzi a mostrare cedimenti strutturali; e mentre i ragazzi si spostano in cerca di angoli tranquilli in cui trovare ristoro dal clima soffocante, non smette di seguirli e di apparire l’inquietante fantasma di un vecchio amico.

Nonostante le circostanze, il gruppetto di amici continua a confrontarsi, a dibattere di letteratura, di musica, di questioni metafisiche. Non senza accorgersi della situazione, troppo incalzante da poter negare, bensì nuotandoci dentro, percorrendo le vie e le strade di una Buenos Aires simbolo dell’oppressione, con la costante affermazione di una cultura come base per architettare la fuga da una realtà troppo opprimente e desolante.

Così come la città inizia a sfaldarsi ma rimane l’imponente dimora degli accadimenti, anche i dialoghi, nucleo centrale della prospettiva di speranza per i protagonisti, si disgregano in parentesi che si aprono dentro altre parentesi, in frasi che iniziano a metà pagina, in maiuscoli pesanti come epigrafi, in ritornelli di canzoni popolari che si intromettono nei discorsi, infine nei pensieri dei giovani dibattenti, che l’autore ci presenta contemporaneamente alle loro parole pronunciate.

L’esame è un romanzo subliminale, che non pretende di raccontare i fatti di una storia che in effetti deve ancora accadere e che poi davvero accadrà, ma che immerge il lettore in un’atmosfera tanto surreale quanto realistica, tanto caliginosa eppur così limpida agli occhi di una gioventù vera, da disorientarlo profondamente. L’esame è un romanzo complicato, denso di rimandi colti, di linee spezzate da ricongiungere, di immagini sfocate da ricostruire; ed è violento, non di una violenza aggressiva, ma silente, che prende alla gola e spezza il fiato. Un romanzo che poteva essere composto solo da un grande scrittore, da uno sguardo attento e disinvolto, da una tecnica multiforme eppur organica.

(Julio Cortázar, L’esame, trad. di Paola Tomasinelli, Voland, 2013, pp. 269, euro 15)

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