“Backstage” di Gilberto Severini

di / 30 ottobre 2013

È nota la sentenza che Pietro Citati rivolse un giorno a Carlo Fruttero, e cioè che non si può scrivere un romanzo dopo i settantatrè anni. Severini inizia a scrivere Backstage nel 2011, quando ha ormai superato i settanta, e in effetti l’autore di Congedo ordinario sembra dare ragione a Citati, perché Backstage non è un romanzo, ma una lunghissima lettera immaginaria a un editore reale (Andrea Bergamini di Playground), oltre che un testamento spirituale.

Tutto ha inizio proprio con una richiesta di Bergamini che vorrebbe da Severini un libro sul rapporto padre-figlio e sulla condizione di orfano (all’autore è morto il padre quando era giovanissimo). È questa la cornice o il retroterra di un’opera anfibia e irregolare, nella quale il concetto di “trama” perde ogni sovranità, e dove gli appunti legati alla condizione autobiografica di orfano diventano lo sfondo per una riflessione più vasta, quasi ultimativa, sulla perdita dei “padri” intellettuali, politici e culturali nella società contemporanea.

«I padri lasciano in eredità non soltanto il passato, ma modelli e speranze che servono per affrontare la vita. Forse è questa la mancanza più o meno consapevole che vivono molti giovani in comunicazione permanente fra loro con la più aggiornata tecnologia, per dirsi cosa stanno facendo e vedendo e mangiando e bevendo e guardando e dove e con chi, nel solo tempo di cui dispongono: il presente», scrive Severini al suo interlocutore, al quale per tutto il libro non fa che chiedere scusa per non essere riuscito a scrivere il libro che gli era stato chiesto.

Come è nella tradizione della scrittura di Severini, tutto è da leggersi in una prospettiva rovesciata: Backstage è un libro che parla del libro che sarebbe dovuto essere. Ciò però non decreta il fallimento dell’autore-mittente, che anzi con grande eleganza e con lo spirito critico tipico dell’intellettuale outsider, sa cogliere, al passo con il presente, il momento giusto per tentare un bilancio sul passato. Alla nostalgia della famiglia, intesa come luogo dell’accoglienza e dell’affettività elementare, e più vera, si accompagna una resa dei conti il presente che vira verso l’ironia più caustica e tagliente sul mondo che ci circonda e di cui siamo attori più o meno consapevoli.

In Backstage rientrano tanti piccoli aneddoti e riflessioni su personaggi della cultura italiana ed europea, accanto a frammenti di storie personali dell’autore. Si avvicendano le figure di Lucio Dalla e Balotelli, Moravia e Tondelli, Antonio Cassano e Oscar Wilde, Ferdinando Scianna e Giorgio Bocca, ma soprattutto si incontra Franco Scataglini, il poeta anconetano grande amico dell’autore, scomparso nel 1994 in seguito a un cacro, anche lui acuto osservatore del “caduco”. Dell’esperienza di Scataglini, Severini ricostruisce per ricordi e frammenti la vena del polemista prima di quella poetica, tentando di afferrare il momento nel quale finalmente sboccia la sua lingua lirica, una coniugazione personalizzata di anconetano e italiano rigorosamente metrico e sonoro. E ci racconta dell’omaggio al padre del poeta dedito al «canto delle esistenze mute», collegandosi così nuovamente alla volontà di scrivere – anche attraverso le parole altrui – un’autobiografia coraggiosa e spesso commovente che ruota intorno ai temi della solitudine e degli effetti della mancanza, della condizione di orfano di ogni cosa, che si esplica al meglio proprio con un verso dello stesso Scataglini: «El senso de’l mio testo / è ’na cancellatura».

(Gilberto Severini, Backstage, Playground, 2013, pp. 144, euro 13)

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