“Reflektor” degli Arcade Fire

di / 25 novembre 2013

Prima di tutto: rispetto. A prescindere che il disco vi piaccia oppure no. Per che cosa? Direte voi. Per aver voluto rischiare. Per aver scelto di cambiare, di non adagiarsi sugli allori, per aver tirato al massimo l’arco della creatività. Per aver voluto evitare l’ennesimo disco con il marchio di fabbrica ben impresso sopra. Ovvio, non basta solo questo per meritarsi il rispetto musicale, ma gli Arcade Fire fortunatamente ci permettono questo e altro.

Con The Suburbs gli Arcade Fire hanno definitivamente rotto i legami più stretti e le convenzioni del giro indipendente, diventando una band famosa a livello planetario e pluripremiata. Questo ha portato – ma è vecchia storia – alle solite polemiche sul fatto di essersi venduti e l’aver rinunciato alla crescita artistica. Arrivati a questo livello, cosa hanno scelto di fare i canadesi?

Di andare ad Haiti e sfornare un doppio disco pieno di ritmo e vita chiamato Reflektor.

Avviso preliminare: se volevate gli Arcade Fire di Funeral e Neon Bible, lasciate stare. Se le tracce di Suburbs vi avevano ammaliato, idem. In Reflektor gli Arcade Fire suonano come se non fossero loro (infatti nei live di anticipazione all’album si fanno chiamare The Reflektors), ma un altro gruppo che è arrivato al punto di potersi permettere di reinventare se stessi e la propria musica, fregandosene di tutti. Con un pre-marketing promozionale davvero unico, fatto di graffiti e murales sparsi per i muri del mondo.

Non c’è nessun cambiamento a livello di band, solo un cambio in cabina di regia – James Murphy – e un prologo in cui Win Butler e la moglie Régine Chassagne, per ricaricare le batterie decidono di soggiornare per un po’ ad Haiti, città natale di Régine. L’anima del luogo li avvolge e li contagia talmente tanto che le basi tribali, la vocazione al ritmo e a lunghi momenti strumentali domineranno. Il risultato all’inizio è spiazzante e per essere assimilato richiede un paio di ascolti attenti. Poi – quando ti accorgerai di essere stato avvolto completamente – capirai che Reflektor è l’azzardo più grande degli Arcade Fire e il loro ennesimo grande album.

Come ogni doppio, ci sono dei momenti superflui: era necessario iniziare con “Hidden Track”, ovvero dieci minuti di rumori e reverse? Fortunatamente c’è “Reflektor”, primo singolo dal video bellissimo diretto da Anton Corbijn: sette minuti pieni e densi di tutte le atmosfere e le scelte strumentali che popoleranno l’album. Le voci dei coniugi si mischiano tra inglese e francese su un andamento molto Disco anni ’80. E che dire del basso di “We Exist” – già secondo estratto – che ricorda non poco il groove di “Daddy Cool”? Poi arrivano i cori della popolazione e l’aria della festa, e la batteria e la chitarra si scatenano in “Here Comes the Night Time”, tra i pezzi più possenti e ipnotici. A proposito di chitarre che si scatenano, bellissima la distorsione che accompagna “Normal Person”. L’altro lato di Reflektor, ancora più folle e variegato, è aperto dal ritornello ripetuto a mo’ di rituale di “Here Comes the Night Time II”. Qui si mischiano brani che vanno dal distico mitologicotribale – “Awful Sound (Oh Eurydice)” e It’s Never Over (Oh Orpheus)” – alla più esplicita “Porno” e alla sciamanica “Afterlife”, chiudendo con i dieci minuti di “Supersymmetry”.

Reflketor è un album che divide (e in un contesto di piattume come quello attuale, già questo è un pregio): lo si può amare o odiare, ma non per la qualità dei pezzi (inattaccabile), più che altro per non aver condiviso la scelta del gruppo. Rimane il fatto che chi lo sta amando – fortunatamente la stragrande e lungimirante maggioranza – ha già consumato il vinile, nell’attesa che la notte arrivi. E con lei, la festa dell’anima.


(Arcade Fire, Reflektor, Merge/ Mercury, 2013)

 

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