“La Svizzera” di Paolo Nori

di / 20 dicembre 2013

Con La Svizzera (Il Saggiatore, 2013) Paolo Nori raccoglie il flusso di pensiero dell’anziano meccanico di biciclette Benito Incerti, già coprotagonista di A Bologna le bici erano come i cani. L’uomo qui è solo, seduto al tavolo della sua casa vuota. Affida il resoconto della sua intera esistenza a un nastro, che verrà consegnato al figlio in partenza per la Svizzera, un Paese rispettabile, dove regna una «grande civiltà per le mucche».

Il monologo è un resoconto della vita del meccanico che, in un italiano elementare e stentato, ripercorre e valuta la sua esistenza. Un linguaggio povero e scorretto, che Nori sa rendere con grande precisione e coerenza. Un linguaggio universale, che nonostante i propri limiti – forse anche grazie a essi – fa emergere i sentimenti del meccanico e ha, a tratti, la stessa forza tipica di certe poesie dialettali, in cui la grammatica non ha niente a che vedere con la potenza dei sentimenti che si sprigionano.

Conosciamo così i pochi personaggi che hanno gravitato intorno all’ottantenne in quello che pare essere un paesino di provincia. Il barbiere Giannasi, che insegue la modernità e si ostina a domandare tutte le volte ai suoi clienti: «Mettiamo un profumino?». Il macellaio Ragni, con il suo atteggiamento da grande pensatore, apparentemente onnisciente. Soprattutto la moglie Germana, una donna dura e piena di silenzi, che rimane improvvisamente incinta nonostante non faccia l’amore con il marito da un anno.

È qui che all’improvviso il groviglio di pensieri di Benito Incerti, finora sconnesso e privo di nessi logici, si concretizza nel suo senso ultimo. Quel figlio in partenza per la Svizzera, lo stesso figlio che gli avevano tolto quando Germana era morta, non è suo. Lo sapeva già, il meccanico, ma non aveva detto niente perché anche lui aveva commesso adulterio, e proprio con un’amica della moglie, e se ne vergognava assai.

Eppure, così prossimo alla morte, adesso il meccanico capisce. Troppo forte è la somiglianza di quel figlio con il Giannasi che voleva sempre mettere un profumino, lo stesso Giannasi che dopo la morte della Germana gli era stato vicino fino all’ossessione, con l’intento dichiarato di fargli superare la perdita.

Una storia canonica, forse. Ma quello che rende questo libro un piccolo gioiello è la capacità di Nori di lasciare la realtà così com’è, senza romanzare nulla, con il risultato che un flusso di grandi amarezze si trasforma – inesorabilmente e contro la stessa volontà del suo protagonista – in un concentrato inarrestabile di ironia. La stessa ironia che, nostro malgrado, sempre tesse le nostre esistenze.

(Paolo Nori, La Svizzera, Il Saggiatore, 2013, pp. 80, euro 10)

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