“Triestiner” di Massimiliano Forza

di / 27 gennaio 2014

La prima volta che vidi Trieste lo feci con la voce e gli occhi di mia madre che mi raccontavano la città che aveva visto da ragazza e mi parlavano di una gente triestina «nevrotica, nervosa, per colpa della bora», «raffinata, aristocratica, per merito della vicinanza con l’Austria», «orgogliosamente italiana, per tutto quello che è stata la lotta risorgimentale».

Quando poi ho potuto finalmente visitare con i miei occhi la città, meta agognata di un viaggio in diagonale tra la Toscana, l’Emilia, il Veneto e il Friuli, mi è apparsa come un coacervo di strade in salita che affondavano il peso in un declivio non delicato ma solidissimo, dai tratti nobili e forti, ma che abbracciavano il mare con una dolcezza antica.

Così trovandomi fra le mani Triestiner (Santi Quaranta, 2013), di Massimiliano Forza, ho pensato a un libro che mi riconducesse in quelle atmosfere, mi rifacesse sentire quel vento fortissimo che soffia solo nella città di Svevo, che non ti accarezza mai ma ti abbraccia anche se credi ti stia spingendo via.

Ti accorgi invece che i triestiner, di cui ci parla l’autore nel suo libro, hanno un’aria totalmente diversa dai triestini che avevo conosciuto e immaginato, e non solo perché emigrati in una paese lontano. Non sono una cosa sola ma tante cose insieme. Sono indolenti, scanzonati, simpatici e poverissimi, per niente aristocratici. Un vivace gruppetto di triestini il cui vivere quotidiano si incunea tra le vie londinesi.
Quella sul Tamigi è una città che funge da palco e abbraccia le loro avventure spinte da un regista che si nasconde dietro a un muro per dilettarsi in nostra compagnia.

La Trieste da cui scappano questi emigranti è, invece, una città dalla “realtà imbalsamata”, non la mitteleuropea e vivace Trieste che abbiamo amato dai libri del primo Novecento.

I triestiner che da lì se ne sono andati,non cercano e non creano fortune: inseguono semmai spazi, libertà, movimento.

I personaggi di Massimiliano Forza sembrano usciti da un catalogo surreale (o iperrealista) della Commedia umana: calato il sipario gli uomini e le donne palesano tutta la loro interiorità. Non si preoccupano di mostrarsi fragili o algidi, incapaci di emanciparsi totalmente dalla loro città d’origine.

E infatti Trieste, amata e odiata, madre e matrigna, torna sempre nei loro discorsi (ora filosofeggianti, ora malinconici, ora divertenti o irriverenti). L’opprimente provincialità della città che gli ha dato i natali (in contrapposizione alla metropoli inglese, capitale europea del cosmopolitismo occidentale) diventa la prigione da cui si vuole e si deve scappare, e il nido da cui è impossibile emanciparsi.

I triestiner infatti fanno gruppo tra loro, in una comunità che chiude le porte alla City (e che le apre, semmai, solo per sbirciare dentro e prendere in giro), parla il proprio dialetto (e non l’inglese, passepartout dell’uomo moderno) e traduce il loro vecchio modo di vivere in uno nuovo, solo per imitazione.

«Lo stare a casa era per noi triestiner una filosofia, un’arte. Il non fare niente una naturale conseguenza dello “stare”».

Trieste è vista con antipatia, eppure è lì ovunque, in ogni cosa e ci rimanda a una città lontana dai luoghi comuni, dalla retorica, dal modo con cui noi “stranieri” la vediamo, o crediamo di vederla.

Londra è solo una metafora in fondo. Si fossero trasferiti a Roma, New York, Parigi o in un paese di montagna o ancora in un qualsiasi altro paese del mondo i triestiner di Massimiliano Forza sarebbero stati gli stessi, si sarebbero comportati in egual modo, avrebbero continuato a parlare, parlare, parlare.

E alla fine ci avrebbero detto molto, come ci dice moltissimo questo divertente, mordace, piacevolissimo libro.


(Massimiliano Forza, Triestiner, Santi Quaranta, 2013, euro 13) 

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