“Abbondanti e Dozzinali”: a tu per tu con Claudio Mancini

di / 2 aprile 2014

I diari della bicicletta. Parafrasando il titolo di un celebre film di Walter Salles, potremmo definire così il sito Abbondanti e Dozzinali, ideato da Claudio Mancini per raccogliere e divulgare i suoi resoconti di viaggio su due ruote, un po’ seri un po’ goliardici, comunque veracissimi. O magari, Per un pugno di fagioli, senza mancare di rispetto al grande Sergio Leone. Cosa c’entrano bicicletta e fagioli? E soprattutto perché abbondanti e dozzinali? Lo abbiamo domandato al diretto interessato.


«Abbondanti e Dozzinali», oltre a essere il nome del tuo sito, è un vero e proprio manifesto di vita. Siamo certi che puoi riassumerci quelli che sono i suoi punti fondamentali.

Mi rendo conto che questo nome è poco immediato e il nesso con una raccolta di diari di viaggio in bicicletta non è automatico… insomma, in quanto a comunicazione e marketing vado male. Ma così vanno le cose, e così devono andare: quest’infausta espressione nasce da uno dei primi viaggi, nonché da uno dei più folkloristici per quanto riguarda la nostra condotta morale, in cui quattro maldestri cicloturisti alle prese con una terra sconosciuta doveva innanzitutto soddisfare i bisogni primari: mangiare, dormire, pedalare. Quando entravamo in questi piccoli alimentari dell’entroterra corso, cercavamo di portar via la maggior quantità di cibo al minor prezzo possibile, non importa quale fosse la qualità. Col passare dei giorni e l’aumentare della nostra bestialità, ci rendemmo conto che questa filosofia di vita si adattava anche al nostro approccio al viaggio: non siamo mai stati né dei campioni del ciclismo né degli assi della tecnica, si partiva spostando baracche (a pedali) e burattini (noi) sperando di arrivare, o perlomeno di mettere una tenda tra noi e il cielo stellato. Ma non si creda che «abbondante e dozzinale» sia una filosofia di vita priva di idealismo che si contenta solamente di un bastone e di una carota: l’animo troll del cicloturista ha come suoi numi tutelari Boccaccio, l’Uomo di Neanderthal, Jack Kerouac e Fausto Coppi, e si crogiola così in una sorta di tronfio titanismo al sapor di fagioli. Anzi, proprio in questo momento posso vantarmi del fatto che sto rispondendo alle domande mentre mangio pasta e fagioli in Giappone.


In questo periodo di riscoperta della bicicletta più per moda che per reale volontà, la tua scelta sembra legata invece a un bisogno fisiologico. Che cosa ti ha spinto a desiderare di «far finire i tuoi piedi, là dove iniziano i pedali», per storpiare un verso di De André?

Il fatto che la bicicletta sia una moda negli ultimi anni mi ha in un primo momento indispettito: le stesse persone che consideravano “cool” spostarsi in macchina o motorino dieci /quindici anni fa, mentre io giravo come un disadattato su una mountain bike Legnano color verde pisello imboccando per sbaglio la Via del Mare o il tunnel della tangenziale, oggi girano fieramente in bici, magari sostenendo di aver fatto una scelta politica e/o ecologista, o, peggio ancora, ostentando uno stile di vita estetico da colori sgargianti, Bianchi da corsa e scatto fisso. Sia ben chiaro, niente in contrario con nessuna di queste cose: la bicicletta è una scelta politica, ecologista e ha una sua indiscutibile dimensione estetica, e adoro sia i modelli da corsa d’epoca e le scatto fisso. Ma al tempo stesso, come per quanto riguarda ogni cosa che va di moda, c’è chi ne coglie l’onda con una certa superficialità. In seguito, però, questo primo impulso di “fastidio” per una specie di invasione di quello che consideravo un mio universo privato l’ho razionalizzato e represso: la bicicletta è onnicomprensiva, deve accomunare le persone e non distinguerle per generare autocompiacimenti e auto ghettizzazioni, quindi ben vengano mode, superficialità ed estetiche dell’ultimo minuto, c’è posto per tutti. Tornando alla domanda sepolta dallo sproloquiare dei miei fuori tema, sì, si tratta di un vero e proprio bisogno fisiologico: mi pedalo sotto, e questa sensazione di spostarsi a una velocità a misura d’uomo la può dare soltanto la più evoluta invenzione che la meccanica e il progresso umano abbiano mai concepito. Visitare posti pedalando ti offre l’occasione di conoscerli a fondo, di sudarli, di guadagnarli, di respirarli, di viverli, e quindi di capirli e rispettarli. Alza l’umore, mantiene in forma (o meglio: compensa una vita di eccessi limitando i danni), fa risparmiare.


Diari di viaggio in bicicletta, da Viterbo alla Corsica, da Rotterdam al Salento, chiunque si voglia cimentare in imprese epiche trova resoconti esaustivi in salsa romanesca, con tanto di cartine. Come nasce l’idea di mettere per iscritto le tue esperienze e raccoglierle poi in un sito?

Non scrivo certo per ambizioni letterarie o artistiche, più che altro per piacere affabulatorio: i miei diari nascono da una sorta di mitizzazione del ricordo, di salvaguardia della memoria di belle esperienze, e conseguentemente dal desiderio di condividere quelle che nel frattempo erano diventate “epopee”, cercando di non annoiare mai: in altre parole, cerco di divertire chi legge così come mi sono divertito io a vivere e a scrivere quei fatti. E dalla condivisione del racconto alla condivisione di esperienze e informazioni utili a chi voglia provare viaggi simili il passo è breve.


Infine due domande di rito. La prima: qual è il percorso che più hai amato?

Questa è una domanda difficile: essere abbondanti e dozzinali significa privilegiare la quantità sulla qualità, dunque avere difficoltà a scegliere. Tutti i percorsi dei miei viaggi sicuramente sono carichi di un valore simbolico, attribuito da fatti, circostanze, idee e ideali maturati anche su basi puramente fittizie, quindi sono legato a ogni itinerario e meta toccata. Se intendiamo un viaggio complessivo, forse la tratta Rotterdam/Parigi è la più densa di significato, per la sua natura di sorpresa meticolosamente pianificata; ma anche il viaggio solitario di quest’estate da Nantes a Barcellona, sebbene compiuto con stato d’animo meno sereno e più “solenne” per certi aspetti, ha lasciato sensazioni e ricordi forti: la scalata verso il Col d’Envalira, valico dei Pirenei a 2408 metri, ha avuto per me un sapore di sfida epica e di ascesi che solo dei tornanti di montagna possono dare; l’aver caricato di eccessive aspettative quel traguardo così in alto, però, ha generato una forte delusione che ha tolto sapore alle successive due tappe rimanenti: il tetto dell’Europa sud-occidentale, quei profili così austeri e minacciosi che immaginavo custodi di chissà quale purezza e innocenza, nascondevano invece Andorra, una sorta di paradiso fiscale per tamarri abbronzati traboccante di banche, casette color pastello e McDonald’s d’alta quota. Ma la magnifica decadenza di questo lato dell’Europa ha un innegabile fascino.
Se invece consideriamo una singola tappa, un percorso di una sola giornata, non ho dubbi: i 60 km che separano Iglesias da Portixeddu, la provinciale sud-occidentale sarda della Costa Verde, è probabilmente la strada più bella d’Europa. I colori e le forme di quell’isola mi hanno sempre affascinato, ma è in quelle zone che Ichnusa si mostra con maggiore potenza nella sua bellezza selvaggia e ruvida.


E la seconda: puoi anticiparci qualche progetto futuro? Tra l’altro abbiamo visto che l’idea funziona e anche siti del settore ti chiedono contributi su viaggi in bicicletta e ciclabilità urbana.

Di idee ce ne sono tante, come al solito bisogna fare i conti con i due spietati assi delle ascisse e delle ordinate, il Tempo e i soldi. Quest’anno ho in cantiere due viaggi, e non è detto che riesca a farli entrambi: vorrei fare il giro delle Isole, Sardegna e Sicilia, partendo da Olbia, tagliando nell’interno fino a Cagliari, di lì prendere il traghetto per Palermo, scalare l’Etna e finire il viaggio a Messina; e vorrei poi completare la “trilogia Atlantica” cominciata nei due anni scorsi con Rotterdam/Parigi e Nantes/Barcellona, con i 2000 km che separano Barcellona da Lisbona, passando per i Paesi Baschi, la Galizia, le Asturie e Santiago di Compostela.
Questi due viaggi impallidiscono però di fronte al mio sogno per il 2015, la Great Divide Bike Route: si tratta di una ciclabile che taglia gli Stati Uniti dal confine canadese a quello messicano attraverso le Montagne Rocciose e vari parchi nazionali, 4400 km di sterrati e strade bianche nell’America più selvaggia… ma trattandosi di un percorso ben più impegnativo di qualsiasi cosa che abbia fatto finora, richiederà preparazione e attrezzature speciali. Mi piacerebbe raccogliere a questo scopo sponsor e organizzatori, mi sono dato un anno e mezzo a partire da ora, e la strada è lunga, in tutti i sensi.


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