“Turn Blue” dei Black Keys

di / 2 giugno 2014

Tre anni fa abbiamo imparato a conoscere ed ascoltare i Black Keys. Dopo dieci anni di fatiche (e sei album in studio), il duo composto da Dan Auerbach e Patrick Carney ha centrato il bersaglio con El Camino, il disco in grado di lanciarli in alto nella scena rock degli ultimi tempi. La danza in piano sequenza di Derrik Tuggle sulle note di “Lonely Boy” ci ha colpito, ci ha fatto sorridere, e ci ha fatto scatenare. La band americana si è trovata nella situazione di dover confermare il proprio successo con addosso gli occhi di pubblico e critica : innegabili, dunque, le altissime aspettative al momento dell’uscita di Turn Blue.

La gestazione del lavoro è stata lunga, a causa di impegni di varia natura (come per il caso di Auerbach, alle prese con la produzione di Ultraviolence di Lana Del Rey), e molto sofferta, soprattutto per il doloroso divorzio che ha accompagnato l’ultimo anno del cantante. Per sua stessa ammissione, queste vicende personali hanno finito col contaminare Turn Blue non solo nel tono generale del disco ma anche nei temi trattati, intrisi di dolore e ricordi.

Ad aprire la strada per quello che sembra un lungo unico viaggio c’è “The Weight of Love” (titolo subito piuttosto emblematico), una sorta di intro di quasi sette minuti in cui alle orecchie di molti sono affiorati echi più o meno flebili dei Pink Floyd. Personalmente, non posso negare di aver accarezzato ricordi di vecchi successi degli Oasis. Da qui in poi però il ritmo sembra scorrere senza alti né bassi, come ad accompagnare l’ascoltatore verso l’inevitabile conclusione. Nonostante sia condivisibile la scelta di abbandonare il sound un po’ blues un po’ scanzonato di El Camino, questo ritorno alle origini sembra celare una certa impalpabilità di fondo.

Troppo a lungo mi sono trovato nella situazione di chiedermi quante e quali tracce avessi già ascoltato. Una distrazione di qualsiasi tipo e si finisce col perdersi. Fin dal primo passaggio televisivo, “Fever” mi era sembrato un singolo, se mi si può passare il termine, vagamente fiacco. Una sensazione provata più volte nel corso di questi tre quarti d’ora. Un sussulto giunge con l'incursione della batteria di Carney per “It’s up to you know”, quando il ritmo cerca sommessamente di cambiare direzione, prima di tornare mestamente in carreggiata.

Poi, quando tutto sembra finito, il fulmine a ciel sereno. L’album si chiude con “Gotta get away”, sorprendente inversione di tendenza.  Auerbach prova a fuggire da sua moglie girando in lungo e in largo, regalandoci una traccia molto vicina ad una hit rock estiva, una di quelle classiche canzoni da ascoltare col sorriso stampato sulla faccia con gli amici in viaggio verso qualche località balneare. E forse proprio partendo da qui si può provare a dare una spiegazione migliore alle critiche più o meno velate mosse a Turn Blue. Finirebbe col sembrare ingiusto definirlo un flop o un brutto disco, e come detto non deve essere un punto a sfavore l’abbandono delle sonorità di El Camino. Però nei miei ricordi e nei miei lettori MP3 c’è sempre posto per “Lonely Boy” o “Gold on the ceiling”, brani fortemente riconoscibili ancora oggi. Questo disco sembra il paesaggio che ci scorre davanti gli occhi durante un bel viaggio tra località sperdute. Tre quarti d’ora con gli ultimi Black Keys di certo non stancheranno, ma come quando si guarda fuori dal finestrino e si guardano campi coltivati o verdi colline senza osservare qualcosa che ci rimanga impresso, anche ascoltare questo disco sarà una bella strada di cui difficilmente però conserveremo qualche prezioso ricordo. “Gotta get away” potrebbe essere una deliziosa eccezione, ma probabilmente tra qualche anno se mi si chiederà il titolo di qualche traccia di Turn Blue faticherò a trovare una risposta.

 

(Turn Blue, Black Keys, Nonesuch, 2014)

 

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