“Non fate troppi pettegolezzi” di Demetrio Paolin

di / 16 luglio 2014

Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria, 2014), titolo che viene dalla lettera lasciata da Pavese prima di porre fine ai propri giorni, di Demetrio Paolin è, secondo me, una delle novità più interessanti di quest’anno, almeno per quanto riguarda l’editoria indipendente.

La penna di questo bravo scrittore torinese, che abbiamo già imparato ad apprezzare con i precedenti lavori usciti con Transeuropa e ilSaggiatore, prova a tracciare una linea ideale che unisce alcuni scrittori solo apparentemente molto diversi tra loro: Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini.

Il trait d’union di questi quattro meravigliosi protagonisti del Novecento è il suicidio: elemento che esce fuori in tutta la sua amarezza ma anche nella sua letterarietà.

La scelta di morire diventa quindi la materia prima di questo pamphlet al tempo stesso piacevole e intellettualistico. Ma non è la sola: sullo sfondo di queste esistenze prende colore una città, Torino, coi suoi chiaroscuri, la sua bellezza decadente e la sua antica nobiltà.

Demetrio Paolin, scrittore e torinese egli stesso, dialoga con chi è stato scrittore e torinese prima di lui e sfiora le esistenze di uomini che hanno per sempre modificato questa terra, da sempre legata con un filo diretto alla letteratura (queste strade sono state percorse da grandissimi autori, docenti e editori).

Il testo nasce, per sua ammissione, da alcune chiacchierate con Alessandra Minervini, la sua editor, e da un amore sconfinato per la propria terra natia.

Se di Pavese si sa tutto o quasi (e in parte anche di Primo Levi) è stato piacevole “immergersi” in scrittori quali Salgari e Lucentini, il primo troppo facilmente collocato nella “letteratura minore”, il secondo troppo “contemporaneo” per essere adeguatamente storicizzato.

Aggiungendo poi che, per quanto mi riguarda, riprendere in mano qualcosa sullo scrittore di Sandokan –mia personale passione universitaria “provocata” da quella bella raccolta di saggi che è Controcodice (Edizioni Scientifiche Italiane) di Sergio Campailla – e venire a conoscenza della qualità letteraria di Lucentini – arrivato a me, oltretutto in maniera spuria, solo attraverso l’accoppiata con Fruttero – ha aumentato la predisposizione verso questo libro che, pagina dopo pagina, mi ha convinto sempre di più.

Bisogna dirlo: è bravo questo Paolin e il suo libro ha colpito nel segno. Certo: gli argomenti sono tratteggiati più che approfonditi, si respira una certa evanescenza che circonda tutto il volume, alcune cose sembrano forzate e autoreferenziali. Ma è proprio questa la bellezza del libro. Lanciare una curiosità, fare una fotografia, dichiarare amore vero e persino sensuale a Torino e alla Letteratura lasciando a casa la razionalità.

Il suicidio che l’atto più drammatico per antonomasia diventa un atto di poesia, una meravigliosa dichiarazione poetica.

Salgari ha raccontato di mondi che non ha mai visto, povero in canna è rimasto sempre a Torino ma ha saputo raccontare come nessun altro il fascino dell’esotico; Pavese ha unito un animo fortemente introverso a un senso della storia e della vita che lo opprimevano; Levi ha visto la morte negli occhi e l’incubo dei lager lo ha accompagnato per tutta la vita; Lucentini ha vissuto il suo essere diverso, la sua difficoltà a vivere il presente. Quattro storie che sono quattro viaggi, la cui destinazione in fondo è la stessa.

E allora il dramma scompare, scompare tutto, persino Torino. Rimane la poesia, sottilissima e impalpabile oppure maestosa e feroce, con tutta la sua retorica. E rimane un senso d’assenza. Manca a quest’Italia, sbranata dal qualunquismo e dalla mancanza di coraggio, un po’ del loro animo, anche solo un pezzetto di quelle esistenze che volteggiano ancora nell’aria, è vero, ma si nascondono per vergogna. O più semplicemente, per pudore.

(Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi, LiberAria, 2014, pp. 132, euro 10)

 

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