“Zama”
di Antonio Di Benedetto

di / 10 dicembre 2014

Zama di Antonio di Benedetto (SUR, 2014) è un libro potente, monumentale e non facile: un andamento apparentemente lineare, una scrittura accurata, immagini forti.

Zama è un personaggio affascinante, che difficilmente si lascia amare; il suo destino, raccontato in prima persona, snodato in diversi archi temporali, è un cammino simbolico e umano.

Solitudine, attesa e sospetti di follia prorompono sin dalle prime righe di questo romanzo, impregnato di diversi influssi letterari tra cui Buzzati e Camus, e allo stesso tempo originale e impossibile da paragonare ad altri testi.

Diego de Zama, trentacinquenne funzionario della corona spagnola, consigliere del governatore, è un uomo bloccato (in)felicemente in un luogo dove non vuole stare. Irrequieto e sensibile, irascibile e violento, serve in una parte del regno dove «le cariche non levano alle stelle», lontano dalla moglie Marta, dai figli e dalla madre, in attesa di un trasferimento che deve arrivare. Ma non arriva.

Metafora della sua esistenza, un’immagine cruda e indimenticabile che troviamo nelle prime righe del romanzo: una scimmia morta impigliata tra i pali di un molo, indecisa tra l’andarsene e il rimanere, in attesa di un destino.

Ed è proprio l’attesa a diventare il motore di questa storia. L’attesa che rappresenta un ostacolo ma che è anche un continuo stimolo. Che induce Zama ad abbandonarsi ai propri demoni e impulsi, al pensiero instancabile di trovare una donna che ponga fine almeno momentanea alla solitudine, alla rassegnazione davanti alla morte, alle ambizioni, ma anche alle continue battaglie, alla violenza e, infine, alla passività. Che fa pensare che si può alla fine morire senza che nessuno se ne accorga e gridare per l’orrore senza che nessuno ci senta.

C’è in questo libro un andamento lento, con finte accelerazioni, come nel personaggio di Zama finte sono le ambizioni e passioni, perché prevale sempre la rassegnazione, quel piacevole stare tra l’andarsene e il rimanere, un ritmo stabile e costante, rassicurante.

Zama è un personaggio in finta evoluzione: dopo il primo capitolo e dopo un arco temporale di quattro anni, in cui per il protagonista «il passato era un quadernetto di appunti che mi s’era perduto», leggiamo di un Zama padre noncurante, impoverito, ma ugualmente irrequieto e fluttuante. È tormentato dalle scene oniriche dei labirinti di cortili, corridoi, apparizioni femminili della casa di Ignacio Soledo, dove trova fuga dai pensieri ai travagli quotidiani: la povertà, il trasferimento sempre più lontano e improbabile, la responsabilità di essere padre.

Le immagini si fanno più visionarie, mistiche e deliranti e il nostro personaggio diventa sempre più solitario e preda di visioni e rimpianti.

Ancora un salto nel tempo e il libro si chiude con un capitolo ambientato nel 1799 dove leggiamo di un Zama rinvigorito, in procinto di un viaggio a nord a caccia di un bandito; impresa che, se andata a buon fine, questa volta gli avrebbe procurato finalmente il trasferimento. Dai tormenti dell’animo di un uomo solitario si passa dunque a un testo quasi di avventura, con combattimenti con gli indigeni, banditi, tribù cieche, morti violente. Dagli spazi intimi, quasi sempre interni, si passa alle foreste, campi di battaglia, luoghi reali ma non meno infestati da presenze oniriche.

Zama, comunque, resta quasi gloriosamente vittima delle proprie ossessioni, finché di fronte al rischio della morte guarda in faccia la beffa del proprio destino e davanti ai propri boia pronuncia: «avevo fatto per loro quel che nessuno aveva volute fare per me: dire, alle loro speranze, di no».

Un romanzo «strano e inclassificabile, sprezzante e crudele», scrive Maria Nicola nella prefazione, un Kafka d’oltreoceano, fuori dal tempo, che è diventato uno dei maggiori romanzi argentini del Novecento.

(Antonio Di Benedetto, Zama, trad. di Francesco Tentori Montalto, SUR, 2014, pp. 256, euro 15)

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