“La signora di Wildfell Hall”
di Anne Brontë

di / 21 dicembre 2014

«Era preciso e puntuale […], ha sempre reso giustizia alle mie buone cenette […] e questo è tutto quanto una donna deve attendersi da un uomo». La madre del narratore (parziale) di questa storia la vede così. Siamo nei primi decenni dell’Ottocento, nella campagna inglese, fra gente il cui perbenismo è fatto di convenzioni sociali tenaci, e se pensiamo che invece La signora di Wildfell Hall (la seconda narratrice e vera protagonista della vicenda) vi fa la sua comparsa in maniera piuttosto misteriosa, che è accompagnata solo dal figlioletto, che nulla si sa di lei e nulla sembra avere intenzione di rendere noto, e che il primo narratore – un possidente terriero – è destinato a incuriosirsene assai, snobbando la donna che sua madre ha in serbo per lui, abbiamo già il campo di forze che prepara una storia. A raccontarcela è Anne Brontë (1820-1849), la meno nota delle tre sorelle (autrice anche di un altro romanzo, Agnes Grey), e a riportarla in vita per i lettori italiani sono Monica Pareschi, ideatrice e curatrice della collana Grandi scrittrici per l’editore Neri Pozza e la traduttrice Francesca Albini.

Puro Ottocento di mezzo, il romanzone della Brontë: storia che si costruisce piano fra descrizioni puntigliose di ambienti e personaggi, narrazione mista fra l’epistolario e il diario, conflitto fra idealità e realtà, linguaggio vivo ma retoricamente complesso nei dialoghi, nei quali non di rado la fa magnificamente da padrona una sarcastica, antinomica deferenza, sviluppo lineare nell’evoluzione di un personaggio da un prima a un dopo secondo il modello del romanzo di formazione (anche se questo non è un romanzo di formazione tout court).

Helen Graham, la signora in questione,  ha scelto di abitare a Wildfell Hall in una casa fatiscente, isolata, a due miglia dai vicini più prossimi – non mancano nelle descrizioni i cascami gotico-romantici ben noti alle sorelle di Anne – e quanto più gli altri si fanno curiosi, tanto più lei li tiene freddamente a distanza (a volte «asociale in modo provocatorio», risponde con un moralismo tutto suo a quello degli altri). Gilbert però riesce a conquistarne con molta pazienza la fiducia – la guarda dipingere, attività che sembra appassionarla e prenderle molto tempo, vede in lei «occhi pieni di sentimento  […], un ardore, un’intensità» che non ne cancellano la ruvida schiettezza ma le cambiano segno. Ci riesce al punto di ricevere da lei i suoi diari, grazie ai quali potrà far luce sull’oscuro passato della donna. Che si chiarisce via viva anche per il lettore. Di Helen infatti scopriamo che viene da un matrimonio sbagliato con un “libertino” (così lo definiva sua zia, che pure l’aveva messa in guardia dallo sposarlo), che si è ribellata al destino dell’epoca (che voleva la donna sottomessa ai capricci del marito), abbandonandolo nel momento in cui si accorge che questo sfaticato incline a troppi piaceri rischia di dare al loro unico figlio la stessa impronta piscologica e culturale che lei crede di dover combattere. Helen insomma è una femminista ante litteram, e paga con la solitudine (temporanea) e la sospettosità non priva di disprezzo altrui il suo coraggio. E questo va bene.

C’è un ma. Nella prefazione Alessandra Sarchi illustra con chiarezza i motivi di interesse di un libro che merita di far parte della grande storia del romanzo ottocentesco – motivi estetici ma anche ideologici. Solo, non sarei sicuro che l’ideale di giustizia alla base del percorso esistenziale della donna sia ascrivibile a un impianto illuministico – non del tutto, almeno. Helen sposa il suo uomo “per redimerlo”, per farne un uomo diverso, ossia altro da quello che pure le ha fatto perdere la testa: ora, a me pare che questo abbia a che fare più con una spinta dai tratti puritani – tacendosi della banale attrazione erotica che non dovrebbe necessitare di un’autorità freudiana per essere riconosciuta. Insomma, sarà che gli occhi dello scrivente sono maschili, ma la storia magistralmente dispiegata dalla  Brontë, ci mette davanti sì un grande personaggio ma non più simpatico degli altri con cui ha a che fare. Fa bene Helen a inchiodare il marito – infantile e paraculo ma imperdonabilmente patetico nel momento del bisogno – alle sue responsabilità, ma lo zelo nel perseguire la propria virtù e perseguitare i vizi altrui non ne fanno un’eroina meravigliosa. Così, direi che la forza di questo libro (e un’opera estetica per fortuna va sempre al di là delle ragioni intenzionali dell’autore) sia poco nell’instabile fascino di un paradigma valoriale e molto nella straordinaria capacità di racconto della Brontë: l’esame e l’articolazione dei personaggi, per esempio, la costruzione e l’animazione del décor – per quel che è dato intendere dalla bella traduzione dell’Albini, si chiama scrittura.

(Anne Brontë, La signora di Wildfell Hall, trad. di Francesca Albini, Neri Pozza, 2014, pp. 592, euro 16)

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