[Best 2014]
I film

di / 24 dicembre 2014

Siamo arrivati alla fine dell’anno e come sempre scatta il momento delle più o meno utili classifiche di riepilogo. È stato un anno particolare il 2014, per il cinema in Italia, con un primo semestre caratterizzato da una netta diminuzione degli spettatori in sala e conseguente crollo dei biglietti venduti. Alla fine, il box office ha consegnato un podio inaspettato: al primo posto il disneyano Maleficent, con Angelina Jolie nei panni e ali della strega della Bella addormentata nel bosco, Malefica solo di nome. Medaglia d’argento per una delle tante commedie italiane, Un boss in salotto, di Luca Miniero. Segue un film d’autore, ed è comunque una sorpresa, anche per il minutaggio a dir poco massiccio: The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, che evidentemente tra eccessi di parolacce, droghe e tette è riuscito ad attirare l’attenzione degli spettatori italiani.

Ma è stata una stagione senza veri vincitori, senza dominatori totali del botteghino. Basti pensare che Maleficent, in programmazione da maggio 2014, ha incassato un totale di 14 milioni di euro (e spicci) per circa due milioni e centomila spettatori. Solo nel suo primo fine settimana nelle sale, il blockbuster del 2013, Sole a catinelle, aveva raccolto più di 18 milioni e mezzo di euro con oltre due milioni e seicentomila biglietti venduti. E ancora: per raggiungere l’incasso complessivo del film di Zalone e Nunziante (sopra i 50 milioni di euro), bisogna sommare i risultati dei primi cinque titoli della classifica di quest’anno (oltre ai tre già citati ci sono l’imbarazzante Sotto una buona stella di Verdone e Interstellar, che in poche settimane dall’uscita in sala ha superato i 10 milioni totali).

Nessun vero fenomeno, quindi, nessun vincitore indiscutibile. C’e da dire che nella conta dei dati manca ancora il mese di dicembre, tradizionalmente il più redditizio per il cinema in Italia, e di conseguenza potrebbero esserci delle novità nella classifica, visto anche l’arrivo dell’ultimo Hobbit (già quattro milioni e mezzo di euro incassati in cinque giorni di programmazione), dell’ottimo film Disney Big Hero 6 e dell’orgia di più o meno cinepanettoni (Ma tu di che segno 6? del trio Parenti-Vanzina, liberi finalmente dalle pretese di Aurelio De Laurentiis, Il ricco, il povero e il maggiordomo, dei sempre più stanchi Aldo, Giovanni e Giacomo, Un Natale stupefacente della Filmauro e l’outsider Ogni maledetto Natale) usciti nelle scorse settimane, ma è difficile, se non impossibile, ipotizzare un nuovo campione assoluto.

Sul piano del cinema nazionale, inoltre, è mancato un film capace di catalizzare l’attenzione mediatica come aveva fatto La grande bellezza. Uno di quei film, insomma, di cui si sentono tutti in dovere di parlare, un titolo capace di andare al di là dei confini cinematografici per diventare oggetto sociale, ancora più che culturale. Ci hanno provato, riuscendoci solo a tratti, Il capitale umano di Virzì e Il giovane favoloso di Martone, ma la mancanza di certificazioni internazionali (anzi, il film di Virzì è stato anche escluso dalla shortlist per l’Oscar al film straniero) ne hanno limitato la portata. Martone ha comunque ottenuto dei risultati sorprendenti al botteghino (sopra i sei milioni di euro), ma nel panorama cinematografico nazionale è mancato un vero vincitore. Le meraviglie di Alice Rohrwacher si è aggiudicato il gran premio della giuria a Cannes per poi passare praticamente inosservato in sala, per esempio, mentre l’esordio di Sidney Sibilia con Smetto quando voglio ha mostrato, al massimo, un nuovo modo di fare commedie in Italia. E se sulla carta il 2014 doveva essere l’anno di Edoardo Leo, comparso in cinque film diversi, con una vera e propria sovraesposizione non solo rischiata, nei fatti è arrivata invece la definitiva consacrazione di Paola Cortellesi come nuova signora della commedia nazionale, presente in due campioni di incassi come Un boss in salotto e Sotto una buona stella, e nel più recente Scusate se esisto, uscito a fine novembre e da allora sempre presente nelle top ten degli incassi settimanali.

Comunque, tralasciando il dato oggettivo del riscontro sul pubblico, il 2014 cinematografico ha avuto le sue eccellenze e i suoi momenti da ricordare. Ne abbiamo scelti dieci spiegando cosa ci ha colpito di ognuno, senza nessuna pretesa di stilare una classifica. Questa stagione di cinema ha un solo vincitore, ed è l‘ultimo film dell’elenco.

Cominciamo:

– Il capitale umano/ I nostri ragazzi/ Anime nere: perché in tre modi diversi i film di Virzì, De Matteo e Munzi hanno dimostrato, o ricordato, che in Italia si possono fare film diversi dalle commedie, che ci sono ottimi attori e che si sanno raccontare ottime storie. Virzì e De Matteo hanno parlato, in film diversi ma simili, della borghesia sempre più vittima di una crisi di valori e di identità, Munzi ha parlato di criminalità senza fascino televisivo e dell‘eredità invincibile del sangue. E hanno fatto grande cinema.

Mommy di Xavier Dolan: perché ha sancito definitivamente la nascita di un nuovo protagonista del cinema dei prossimi anni. Prima era solo un ragazzino di smisurato talento a cui guardare con curiosità. Adesso, a venticinque anni, Dolan è già un regista di culto.

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée: perché ha rimosso gli ultimi ostacoli alla definitiva consacrazione di Matthew McCounaghey come grandissimo attore. E non solo per l‘Oscar.

Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne: perché i due registi hanno preso una stella, Marion Cotillard, e l‘hanno spenta nella miseria del lavoro che manca e delle lotte fratricide tra disperati. E lei ha brillato più forte.

Interstellar di Christopher Nolan: perché se n‘è parlato tantissimo prima, perché se n‘è parlato tantissimo dopo, e perché comunque, che sia piaciuto o no, è destinato a diventare un nuovo punto di riferimento.

Guardiani della galassia di James Gunn: perché è riuscito ad andare oltre il cinecomic e a fare solo puro cinema, nella sua forma più spettacolare e divertente, giocando con la cultura pop e senza prendersi mai sul serio.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson: perché è un omaggio personale e perfetto al gusto semplice della narrazione, in ogni sua forma, sia su libro che su pellicola.

Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmush: perché in un periodo in cui i vampiri sono da tutte le parti Jarmush è riuscito a usarli con intelligenza, a renderli ultimi difensori dell‘umanità e della bellezza.

Lo sciacallo di Dan Gilroy: perché è una riflessione sul cinismo della comunicazione contemporanea, sull‘effetto della televisione e sulla costruzione della realtà a uso dei consumatori. E Jake Gyllenhaal è di una bravura inquietante.

Boyhood di Richard Linklater: fuori da ogni classifica, fuori da ogni schema, Boyhood è il film dell‘anno e di più. È il film del decennio, un progetto unico e perfetto che deve entrare nella storia del cinema. Girato nell‘arco di dodici anni, con una settimana di riprese ogni anno, segue la vita e la crescita di Mason, dagli otto ai vent‘anni, e della sua famiglia che si muove intorno a lui, che cambia forma, che si perde e si ricompone. È un film, è un documentario, è una serie di fotografie, è storia e scienze sociali. Boyhood è vita vera, eccezionale nella sua normalità, nel suo scorrere regolare in una forma quasi non filmica. È il ritratto di un epoca.

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