“Whiplash” di Damien Chazelle

Il miglior film sulla musica degli ultimi anni, il vero outsider della notte degli Oscar

di / 10 febbraio 2015

Alla sua seconda esperienza dietro la cinepresa, il trentenne Damien Chazelle confeziona un melodramma jazz che scivola quasi nel thriller musicale, e centra il segno con cinque nomination agli Oscar, trascinato dalle sontuose interpretazioni di Miles Teller e J.K. Simmons, che si è già aggiudicato il Golden Globe e ora è il grande favorito per la statuetta come migliore attore non protagonista.

Andrew Neimann (Miles Teller, The Spectacular Now, Divergent, Two Night Stand) è un talentuoso e tenace batterista al primo anno del Conservatorio Schaffer di New York, la migliore scuola di musica del Paese (che non esiste, nella realtà); privo di amici, passa le notti ad esercitarsi ossessivamente alla batteria, nel silenzio della scuola deserta. Terence Fletcher (J.K. Simmons, Juno, Spiderman), temuto ed esigente direttore d’orchestra, passa le sue notti girando per i corridoi della scuola, sempre alla ricerca di musicisti che possano entrare a far parte della sua esclusiva Studio Band; qualcuno da poter plasmare e portare alla grandezza. Notato da Flecther, Andrew viene scelto a sorpresa per entrare nell’orchestra. Il maestro sprofonderà in fretta l’allievo in una realtà di esercizi estenuanti, di sangue, sudore e lacrime, di umiliazioni e soprusi verbali, talvolta anche fisici. Diventa così un incontro/scontro tra studente ed insegnante, tra limiti della carne e limiti mentali, tra l’adagiarsi soddisfatti su di un risultato e il continuare a cercare di superarsi, senza pace, senza sosta. Fletcher rende così la vita del suo studente un inferno nel quale Andrew può sopravvivere ed emergere solo dedicando anima e corpo alla pratica, alienandosi, marginalizzando tutto e tutti nella sua vita.

Si narra che Charlie Parker, leggendario ed innovativo sassofonista nonché padre fondatore del jazz moderno, diventò “Bird” dopo che una sera del 1936, al Reno Club di Kansas City, il batterista Jo Jones gli tirò in testa un piatto della batteria durante un suo deludente assolo; umiliato, l’allora sedicenne sassofonista si esercitò senza sosta, intensamente, e un anno dopo, sullo stesso palco, la sua leggenda ebbe inizio, cambiando per sempre la storia della musica.

Questa è la premessa fondamentale di Whiplash; per raggiungere l’eccellenza, la vera grandezza, la strada da percorrere è fatta di abnegazione, di rinunce, di sangue misto a sudore, di continua insoddisfazione; perché, come Fletcher confida ad Andrew: «Non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di: “bel lavoro”».

La figura di Charlie Parker, più volte citata nel film, è un feticcio che serve sì a parlare di jazz, ma per arrivare poi ad argomenti altri, a qualcosa di più grande in senso assoluto; è giusto spingere così tanto, caricare di una tale pressione, una persona? Il fine giustifica i mezzi? Esiste un limite oltre il quale questo continuo e sfiancante martellamento verso la grandezza potrebbe invece interrompere un talento? Non secondo Fletcher, non secondo Damien Chazelle. Il futuro Charlie Parker non si farebbe scoraggiare, perseguirebbe il suo obiettivo, a qualsiasi costo, anche se dovesse «morire povero, alcolizzato e pieno di eroina a 34 anni». Non sarebbe corretto privare il mondo del suo talento; ma forse, si domanda Fletcher, è questo che il mondo vuole ora: un’educata mediocrità.

Il personaggio di Fletcher, e il suo tossico, seppur produttivo, rapporto con Andrew, è ciò che rende l’atmosfera di Whiplash così intensa; ora rassicurante, ora spietato, avere il suo rispetto di musicista, vedere il suo sguardo compiaciuto, diventa l’unico desiderio di Andrew, quindi dello spettatore. Ma Fletcher non è il cattivo, non in senso canonico quantomeno; è più un male necessario per un bene superiore, e nel corso del film la percezione che si ha di lui è in continuo divenire, così come i suoi umori, così come il personaggio di Andrew nella sua evoluzione di musicista e involuzione di essere umano.

Senza nulla togliere alla perfetta interpretazione di Miles Teller, presente in ogni singola scena del film, a farla da padrone, a recitare il ruolo principale, seppur nel paradosso di attore non protagonista, è il superlativo J.K. Simmons. La sua recitazione è totale; ogni sguardo, ogni espressione, ogni movimento sono calcolati per far crescere la tensione e la frustrazione nello spettatore. Una performance indelebile che gli è già valsa un Golden Globe e una più che meritata candidatura agli Oscar 2015.

Il regista e sceneggiatore Damien Chazelle, dopo il pregevole Guy and Madeline on a Park Bench del 2009, dirige un’altra pellicola musicale con un ritmo incalzante, tagliente, piazzando la telecamera a pochi centimetri dalle facce dei propri attori, per cogliere ogni sfumatura, ogni smorfia di fatica o dolore, con poche, pochissime pause; la tensione generata porta lo spettatore a sperare per il meglio, preparandosi, però, sempre al peggio. Nei rari momenti in cui non si consuma il rapporto tra studente e mentore, questa tensione viene tenuta alta dagli scontri che Andrew intrattiene ora con la sua famiglia sull’idea di “successo”, ora con la sua ragazza che vede come una distrazione e un ostacolo alla sua carriera , in quel processo di inseguimento della perfezione, di riordino delle priorità e conseguente alienazione auto imposta.

I brani sono stati composti prevalentemente da Tim Simonec, direttore d’orchestra e compositore di oltre ottanta film, tra cui John Carter, UpApes Revolution – Il pianeta delle scimmie, ed è tutta da discutere la scelta dell’Academy di tenere fuori dalla cinquina per la miglior colonna sonora un film così fortemente collegato alla musica.

Presentato come un corto al Sundance Film Festival del 2013, in cerca di finanziamenti poi ottenuti, Whiplash è tornato al festival l’anno dopo come film d’apertura, vincendo il gran premio della giuria; ha ricevuto cinque candidature agli Oscar 2015 per il miglior film, migliore attore non protagonista (J.K. Simmons), migliore sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior sonoro.

(Whiplash, di Damien Chazelle, 2014, drammatico, 107’)

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LA CRITICA

Probabilmente la migliore pellicola musicale degli ultimi anni, Whiplash si interroga su quale sia il prezzo, amaro, della grandezza. Si può vivere con i propri demoni? Si può farne a meno? Chazelle ci dice quanto basta e dipinge un thriller musicale di rara bellezza e intensità.

 

VOTO

8,5/10

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