Una specie di “musica da cameretta”

A tu per tu con la poetessa Francesca Genti

di / 16 febbraio 2015

Leggere le poesie di Francesca Genti è come preparare il bagaglio per un viaggio lontano e incerto. Voglio dire che scorrendo le pagine di Bimba urbana, Il vero amore non ha le nocciole, Poesie d’amore per ragazze kamikaze, e per ultimo L’arancione mi ha salvato dalla malinconia, si prova quello stesso senso di sospensione che si ha per le cose che devono accadere, una vertigine alla bocca dello stomaco che dona gioia e sgomento.

Ed è questa la caratteristica più evidente che rende le poesie della Genti tanto riconoscibili, il fatto che senza essere banali, sanno, il più delle volte, riuscire a farsi riconoscere con semplicità, innestandosi sulle altre realtà come una voce fuori campo, il narrato di una didascalia che dice la vita così com’è, con i suoi riferimenti un po’ sfacciati e ironici alle cose di tutti i giorni (il Game Boy, i Ray-Ban di un nano, un gatto molto piccolo in un negozio), intonate però in un canto originale, quasi privato, che rende complice il lettore a prescindere dalla pazienza che esso è disposto a concedere alla poesia come genere.

Quello che scrive la Genti può fare appassionare alla poesia anche il più refrattario, perché il suo modo di comporre non è mai privo di un urgente bisogno di comunicare, di farsi intendere il meglio possibile, messo prima di ogni altra referenza letteraria o intellettuale (che pure ci sono).

Per quello che riguarda il carattere della poetessa, le sue sono “storie di ordinaria magia”, in cui il reale è stravolto dallo sguardo di una bambina/aliena/ragazza-normale, e dalla sua stessa presenza nei molti scorci esistenziali (dialoghi, descrizioni, ricordi) resi attraverso l’incalzare di una punteggiatura serrata (nell’Arancione i punti fermi non danno luogo a maiuscole successive) e di una musica in versi che coinvolge il lettore, circondato dagli oggetti poetici dell’autrice, ingaggiato con frasi brevi e taglienti, con una grande energia di ritmo, nel delinearsi illuminante di personaggi e situazioni.

Ma definire la poesia della Genti facile o ingenua sarebbe un errore. Come in ogni opera profonda, anche nei suoi lavori ci sono più piani di lettura sovrapposti. La cosa davvero interessante è che il sospetto dei piani secondari trova una consonanza generale, sviluppando vie diverse di una stessa pulsione, o riducendo a un tono simile occasioni diverse, la Genti cioè lavora in vista di una poetica personale, che ha alti e bassi, ma di cui è possibile (e divertente!) seguire la traccia.

Un’altra cosa che non bisogna sottovalutare è la vicinanza dell’autrice al lettore. I riferimenti che si trovano nelle poesie di Bimba urbana, per esempio, ma anche in quelle successive, generano un effetto piacevole che sa parlare, a quanti siano in ascolto, dell’infanzia passata davanti al televisore, chiusi nella gabbia dorata della fantasia, dei pomeriggi tutti uguali, di quella specie di normalità mostruosa che si chiama o chiamava adolescenza, a fronte di una maturità conquistata con consapevolezza.

Cosa che succede raramente in altri poeti (ma bisogna anche dire che alcuni lavorano su versanti diversi), tutto questo materiale profano passa nel campo di un piccolo universale, nel senso più pratico di una condivisione non di superficie. Ecco perché invitare alla lettura di Francesca Genti. Ecco da cosa deriva la curiosità di un’intervista. Perché come scriveva Saliger «gli autori che ti hanno colpito davvero, sono quelli a cui, di tanto in tanto, ti viene voglia di telefonare».


C’è un aneddoto sulla nascita di te come poeta? Hai iniziato per qualcosa o per qualcuno? Riesci a tornare con la mente al momento in cui “tutto è successo”?

Dunque, io sono diventata poeta per emulare mia nonna Fernanda che non ho mai conosciuto. Lei era la madre di mio padre, ed è morta giovane, a quarant’anni, molto prima che io nascessi. Scriveva poesie e faceva sedute spiritiche, era medium e poeta. Mio padre mi ha raccontato spesso di lei che per me è diventata una figura leggendaria e un po’ ossessiva, tanto da credere, verso i sei-sette anni, di essere la sua reincarnazione e di avere dei poteri magici che effettivamente ho constatato di avere: chi scrive poesie è infatti portatore di un’energia atipica. La prima poesia l’ho scritta durante l’estate tra la prima e la seconda elementare e si intitolava “La corteccia”, parlava di una giovane betulla dalla corteccia delicata, che però crescendo sarebbe diventata più robusta.

Un altro momento che ricordo molto significativo risale sempre all’infanzia, ero in montagna con mia madre, guardavamo gli alberi e toccavamo foglie e lei mi disse: «Sono importanti momenti come questi, dove lasciare correre il pensiero», quella frase mi è sempre rimasta impressa, penso sia vera e utile per scrivere poesie.


Ti capita mai di pensare che la poesia è un dono mobile, cioè una cosa che potrebbe abbandonarti o prosciugarsi lasciando posto ad altro? Accetteresti una condizione del genere o per te si è poeti sempre e per sempre?

Sì e no. La creatività è molto misteriosa e non si può che rimanere umili di fronte ai suoi meccanismi. Il non scrivere per un periodo può preludere a molte cose: cambiamenti di tema e stile, ma anche la fine di una modalità espressiva. D’altro canto nella mia vita presente considero poeti anche persone che non hanno scritto mai neanche una riga, quindi… Se comunque il “dono” della poesia dovesse abbandonarmi accetterei il fatto dignitosamente, lascerei andare la Musa per la sua strada, come ho sempre fatto quando sono finiti amori e amicizie.


I nomi di tre autori/autrici del passato che hai considerato parte di te, che hai visto come amici/amiche.

Sandro Penna. Aldo Palazzeschi. Jack Kerouac.


Il nome di tre poeti vivi che segui e leggi.

Gemma Gaetani. Anna Lamberti-Bocconi. Aldo Nove.


Secondo te qual è la condizione della poesia italiana? È in buona salute? Il fatto di non avere un ritorno commerciale solido potrebbe fortificarla o alla lunga ne segnerà la scomparsa?

Non lo so se la poesia italiana sia in buona salute o no, neanche mi interessa. Non riesco a vederla come un blocco unico chiamato “Poesia italiana”, la situazione è molto frammentata, comunque qualche buon autore c’è e cerco di pubblicarlo con Sartoria Utopia [questo è il nome della “capanna editoriale” gestita da Francesca Genti, ndr]. Il non ritorno commerciale è un problema non secondario, ma pertiene al lavoro culturale e non artistico, non è colpa dei poeti, ma degli editori… come poeta se non vendo non mi sento in difetto, come editrice se un libro da me pubblicato non vende lo considero un mio fallimento.


Per te che cosa è la poesia?

Non lo so bene. Ha a che fare con un aumento di vitalità, sia leggerla che scriverla.


Nell’esperienza della “capanna editoriale” mi sembra di vederci qualcosa di radicale, una scelta di “poesia come vita”, in questo c’è anche la volontà di liberarsi da una situazione un po’ soffocante quando delegata ad altri?

Sì, è così come dici tu. C’è un bellissimo libro di Mario Merz, il grande artista dell’Arte Povera, che si intitola Voglio fare subito un libro. Anch’io sono come lui. Non voglio delegare a nessuno l’urgenza del mio desiderio e del mio entusiasmo, vorrei sempre vivere seguendo il principio di piacere, come se non ci fosse il tempo di farsi soffocare dal principio di realtà.


I poeti devono cercare il contatto con il pubblico? Devono cercare di proporsi, o possono rimanere in disparte e fare affidamento sulle pieghe del caso? C’è una responsabilità minima che il poeta deve assumersi?

Ognuno secondo la sua indole, l’unica responsabilità che devono assumersi è quella rispetto alla propria opera


La vita di tutti i giorni incoraggia la scrittura?

Penso di sì, almeno la mia. Una vita molto normale, in cui non mi annoio mai. La scrittura è molto svincolata dalla quotidianità però, basta conoscere un pochino la storia della letteratura: tantissimi libri meravigliosi sono stati scritti in situazioni non proprio favorevoli e viceversa si possono trovare mille scuse per non scrivere.


Quali sono i tuoi scrittori stranieri preferiti?

Mi blocco sempre davanti a domande come questa, non so dirtelo, il mio scrittore preferito vivente è forse Michel Houellebecq, preferisco però fermarmi a questo nome e non fornirti un elenco.


Nelle tue poesie si sente un’attenzione molto forte per il ritmo, e per gli elementi musicali, coma la rima, le assonanze etc., che le rendono molto riconoscibili. Nella tua “carriera” di poeta ti sei mai resa conto di una svolta o di una maturazione decisiva del tuo stile? Quando è avvenuta?

Nella scrittura, come nel resto della mia vita, vado a scatti, sembra che tutto taccia e poi arriva un balzo felino in avanti o in altri casi cado a marcire in una buca per un po’, cerco però di non osservarmi troppo, per non ostacolare la spontaneità che è una caratteristica molto importante di ciò che scrivo


Le tue poesie accostano elementi reali della quotidianità e sogni post-moderni, da bimba urbana appunto, in una specie di “musica da cameretta”…

Vero, non ho altro da aggiungere.


Quando sai che una cosa che hai scritto è buona?

Di solito apprezzo quello che scrivo. Rileggo ad alta voce e cerco di sentire il suono, le cacofonie non mi spaventano.


Qual è la lettura più noiosa che hai fatto?

I diari di Musil.


E quella più divertente?

Gli effetti collaterali scritti nel bugiardino dell’Alka-Seltzer.


Ci sono critici, riviste o blog letterari che segui?

Qualche volta Nazione Indiana, Giorgio Mascitelli è il mio intellettuale di riferimento.


Attualmente scrivi per qualcuno? Hai aspettative intorno alla poesia? Vorresti che ti procurasse qualche cosa che non hai?

Non scrivo per nessuno, non ho aspettative, ma mi piacerebbe pubblicare per una casa editrice “importante”. La poesia è stata molto generosa con me per ora: mi ha procurato amori, amicizie, incontri, sbronze e viaggi a scrocco. Tutto quello che desideravo.


Sono in libreria, ho a disposizione una scaffalata di crimes, adult young, fantasy, best seller, grandi classici etc. Perché dovrei scegliere il libro di un poeta contemporaneo? E perché dovrei sceglierne uno di Francesca Genti?

Non dovresti, ma potresti perché la poesia, se lo è veramente, dice la verità e la verità è importante, aiuta a vivere in modo decente e a frenare la disgregazione del proprio io, inoltre è il modo più veloce per conoscere il presente e anche il futuro.

 

*

L’inizio dell’autunno

Andavano i pianeti in concrezione
nel cielo basso del primo pomeriggio:
era l’inizio, di nuovo, dell’autunno.
Munita di panino, burro e zucchero
nell’ovatta del centro della casa,
al centro della stanza mi sedevo.
Sprofondavo nel centro della stanza.
Era l’inizio, di nuovo, dell’autunno.
La fine dell’estate era sancita
dall’inizio, di nuovo, dei programmi.
La televisione emetteva vibrazioni,
i suoi colori bellissimi e ispirati
armonizzavano con l’aria frizzantina.
Era l’inizio, di nuovo, dell’autunno.
Tutto era completamente azzurro:
il cielo, le impressioni dell’estate,
la gigantesca tristezza che provavo,
i quaderni, le gomme, le matite,
il fottuto grembiule d’ordinanza.
Sprofondavo nel centro della stanza.
Davanti all’ oracolo-totem-focolare
sprofondavo nel centro del panino
lo zucchero non era per niente consolatorio.
Guardavo i miei cartoni preferiti:
un cane semi-handicappato,
adottato da un’orfana, innamorato di una gatta,
fidanzata, purtroppo, con un gatto molto grosso.
Così, per pomeriggi e pomeriggi,
stratificati, magliette tutte uguali in un armadio.
Una stupenda e sexy aliena con le corna
innamorata di un semi-debosciato,
innamorato di una gatta morta, a sua volta
innamorata del più bello della scuola,
innamorato della stupenda e sexy aliena.
Così per sempre. Nell’eterno dell’autunno
che si ripete in pomeriggi smisurati.
Un gigantesco suono di campane.
E solenni, dolorose, trascorrevano le ore.
Passi tutti uguali nei lunghi corridoi.
Si allineavano i pianeti nello spazio
formando trame delle nostre vite.
Cambiavano i compagni di banco, a giro ruzzolavano.
Nei cieli liquidi, amniotici, notturni
sfrecciavano pianeti, robot, astronavi.
Erano, questi colori, qualcosa di meraviglioso.
Soprattutto quando lottavano i robot.
L’arancione mi ha salvato dalla malinconia.
Pezzi di pianeti si staccavano, se li tiravano addosso,
anche le stelle venivano mangiate.
Così per tutti i giorni, eternamente. Andando.
Fino a che si sprofondava nell’inverno.
Le luci rinnovate del Natale, di nuovo, mi salvavano dal Male.

(da L’arancione mi ha salvato dalla malinconia)

 

***

Francesca Genti è nata a Torino il 27 giugno 1975, vive a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Bimba urbana, (Mazzoli 2001), Il vero amore non ha le nocciole, (Meridiano Zero 2004), Poesie d’amore per ragazze kamikaze, (Purple Press, 2009) e per ultimo L’arancione mi ha salvato dalla malinconia, (Sartoria Utopia, 2012). Come narratrice ha scritto i racconti “Il cuore delle stelle” (Coniglio Editore, 2007) e il romanzo La febbre (Castelvecchi, 2011). Con Manuela Dago ha fondato la capanna editrice Sartoria Utopia.

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