“Giordano”
di Andrea Caterini

Un figlio e un padre, un dialogo impossibile, un cortocircuito narrativo e affettivo

di / 6 aprile 2015

Giordano è un romanzo ed è anche un fiume.

«Ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. Subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. Venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”».

Così il Vangelo di Marco racconta il battesimo di Gesù. Battesimo come nuova nascita, come rito di iniziazione che dal buio del peccato porta alla luce della salvezza. Giordano è un fiume, e un romanzo il cui omonimo protagonista lavora in un garage sotterraneo e lì ci viene lasciato per tutto il tempo della narrazione, chiuso per sempre in una caverna oscura. C’è salvezza per Giordano?

Il figlio, Diego, ne descrive la vita del passato e del presente. Ma cosa sa e può sapere un figlio dei propri genitori? Sa o crede di sapere? Sa perché ha indagato o sa perché qualcuno gli ha dato informazioni? E c’è salvezza per il figlio? Perché Diego, il figlio, e Giordano, il padre, si fronteggiano e pare che l’uno, il figlio, parlando dell’altro, il padre, parli prima di tutto di se stesso.

Diego è un giovane colto e sa «di greco e di latino» e soprattutto di filosofia. Il padre conosce l’intelligenza delle mani che lavorano e aggiustano e guidano le macchine. Teoresi e prassi, arti liberali e arti meccaniche, ragion pura e ragion pratica. Diego, in un relativismo che non può non aver studiato nei suoi corsi accademici, opera con le audacie della retorica gorgiana che convince e seduce, irride e gioca di verità e falsità. Diego conosce Calderón de la Barca e il sogno di Cartesio. I Sette Santi Dormienti (che sono citati più volte nel romanzo e che, secondo un’antica leggenda, si addormentarono miracolosamente per sfuggire al martirio e si svegliarono alcuni secoli dopo quando ormai il Crisitanesimo era stato accettato e riconosciuto) potrebbero solo credere di essersi svegliati ma potrebbero benissimo stare ancora dentro l’illusione onirica.

Certo, non si può escludere la corrispondenza più ovvia, quella tra il garage e la caverna platonica. Però è una caverna, quella di Giordano, che esclude (forse) una qualsiasi liberazione dalle catene e dalla prigionia, è una caverna che non ha una via di uscita né una via di ingresso. Diego oppone Wittgenstein alla proterva ignoranza del padre, e «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere» dice il Tractatus.

Può un figlio parlare del padre? E se lo fa cosa succede? Entra nella sfera magmatica del non senso o della perdita di senso? Se parlassimo solo di ciò di cui possiamo parlare, quanta parte di vita ne resterebbe fuori? Tutta?

Diego, il figlio, ci racconta di Giordano, il padre. Verità o immaginazione? Quale il limite? Quando un figlio capisce che i propri genitori hanno una vita che è indipendente da lui e dai suoi problemi, non è più figlio ed è divenuto coetaneo dei propri genitori, amico e\o confidente. Il padre può essere deriso nella sua vana debolezza di uomo e smontato pezzo a pezzo col sarcasmo amaro di un anatomista incapace. Nella Bibbia, Cam e i suoi fratelli sbeffeggiarono il padre Noè, vedendolo ubriaco e addormentato nudo col sesso scoperto. È il destino dei padri che, avendo figli emancipati dal loro ruolo di figli, adesso sono osservati con compassione, con amore, con pietà, con sofferenza, da coloro che furono figli e che, proprio perché comunque si chiedono chi è il padre, permangono essenzialmente nella loro condizione di figli e sono destinati a scontrarsi nella contraddizione.

Il romanzo di Andrea Caterini è grande. Con uno stile aspro e denso la storia procede e si ingorga. Parla di noi, che per forza siamo almeno figli e che per forza abbiamo chi ci generò, e che per forza ci facciamo domande. Uno dei libri più coinvolgenti della narrativa italiana di oggi.

 

(Andrea Caterini, Giordano, Fazi, 2014, pp. 160, euro 15)

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LA CRITICA

Giordano è un romanzo da leggere con calma, seguendone le giravolte e i cambiamenti di livello. È la storia di un figlio che parla e di un padre che dovrebbe ascoltare e, forse, capire. Un romanzo ad alta concentrazione, emotiva e cognitiva. Un linguaggio nervoso, calibrato e consapevole fino all’estremo.

VOTO

8,5/10

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