“Guida per catturare le lucciole in tempo di guerra”
di Klaus Cabitza

Nel ventennale della sua morte, lo scrittore apolide torna in libreria con il suo romanzo d'esordio

di / 14 maggio 2015

Guida per catturare le lucciole in tempo di guerra_Klaus Cabitza_flaneri.com

 

Sono passati esattamente vent’anni dalla morte di Klaus Cabitza – avvenuta la notte del 19 maggio 1995, in circostanze tragiche, ancora da chiarire– eppure il ricordo di chi l’ha conosciuto di persona, ma anche quello dei suoi famelici lettori, è vivo come la ferita per una scomparsa, la sua, tanto prematura quanto, ahinoi, annunciata. Poeta selvaggio, fine narratore, pianista magnifico, pittore eccelso. In una parola: genio.

Per i pochi che non lo conoscessero, Klaus Cabitza era nato il 25 agosto del 1951 nel piccolo paese di Vila do Porto, capoluogo dell’isola di Santa Maria, arcipelago della Azzorre, da padre sardo e madre livornese. A tredici anni si era poi trasferito con la famiglia a Livorno, dove aveva intrapreso gli studi presso il celebre Istituto di musica Pietro Mascagni.

Studi che però aveva abbandonato dopo soli due anni per dedicarsi interamente alla scrittura, la sua vera passione. Prima come poeta – ciò che disse Ungaretti di Santi nascosti (Ciampi, 1968), la sua prima silloge, è cosa nota a tutti; e chi non ricorda alcuni dei suoi versi più celebri: «Dov’è la Vita? / Dove la Luce? / Non più voce né lacrime / usciranno dal mio ventre / affinché il mio corpo possa essere / un’ara spoglia e senza fiori» –, poi come sublime prosatore – il suo capolavoro è, senza dubbio, Seduto su lapidi tagliate dal vento (Garzanti, 1981) –, infine come acuto osservatore di «un tempo che tarda a finire» – Saggi insani (Imprimitatur, 1999) è il titolo della raccolta postuma di tutti i suoi articoli apparsi sull’Avanti! tra il 1982 e il 1986.

E proprio in occasione del ventennale della morte di Cabitza, la casa editrice toscana Federico Calafuri Editore porta nuovamente in libreria il suo romanzo d’esordio, Guida per catturare le lucciole in tempo di guerra, pubblicato per la prima volta nel 1975, a spese dell’autore presso la piccola tipografia Arcimboldo di Piombino. Una manciata di pagine – poco più di centoventi –, di una bellezza che genera aritmie, racchiudono la storia di Nedo, giovane pescatore dell’isola di Capraia, che una notte di settembre si trova a dover fronteggiare, insieme a un gruppetto di pastori sardi, l’avanzata di un distaccamento di nazi-fascisti, sbarcati dal mare per conquistare una dopo l’altra, le piccole isole dell’Arcipelago Toscano. La storia si svolge nell’arco di una nottata; la natura, incomoda spettatrice della brutalità umana, è descritta con un lirismo preso in prestito dalla poesia e si capisce sin dalle prime pagine quanto abbia contato, per questo autore, essere stato prima di tutto un grande poeta – sono numerosi del resto gli scrittori nati poeti, da Roberto Bolaño a Luigi Ippolitini, a Rogerio Vagner, a Jorge Luis Borges, per citarne solo alcuni.

Centoventi pagine circa, dicevamo, in cui sono raccolti, quasi si trattasse di un grappolo di pregiata uva passerina, tutti i temi cruciali che saranno sviluppati nella prosa successiva di Cabitza: dal senso di smarrimento perenne all’esibizionismo sfrenato e compulsivo, dal difficile rapporto con alcol e droga, alla perdita definitiva dell’istinto di sopravvivenza.

Molto si è detto in questi anni e molto si dirà ancora di questo scrittore – tralasciando, per quanto possibile, l’episodio della sua morte –, l’unico forse della sua generazione in grado di rimanere un apolide fino alla fine, pagando con la vita la propria ostinata vitalità – sorte simile forse è toccata all’amico Pier Paolo Pasolini.

Personalmente, ogni volta che penso a lui, mi limito a ripetere, nemmeno troppo a bassa voce, il suo celebre motto: «Poesia, poesia, nient’altro che poesia!», quasi si trattasse di un monito idrofobo contro gli ignavi e i codardi, o, meglio ancora, di un incitamento rabbioso e divampante per le generazioni a venire, in cui Cabitza tanto credeva.

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