“Curzio” di Osvaldo Guerrieri

La storia della vita di uno degli intellettuali più controversi del Novecento

di / 3 giugno 2015

Può piacere o dispiacere, ma è ormai oggettivamente difficile da mettere in dubbio il dato che le grandi ideologie del Novecento si siano sensibilmente sbiadite, rispetto ai termini così duramente assertivi a cui il secolo scorso aveva abituato l’umanità attraverso i ferrei imperativi delle sue guerre, mondiali, grandi, o fredde che fossero.

Ma, pur senza necessariamente cadere in forme di leibniziana fiducia nella razionalità del reale, forse in questo stemperarsi, attenuarsi e quasi ridursi in bolo indifferenziato, di contrapposizioni ideologiche un tempo così accanite si potrebbe veder affiorare una più sottile, disincantata saggezza: quella che ora ci permette, per esempio, di guardare con maggiore distacco alla figura – italiana se altre mai, e quasi volutamente costruita in equilibrio fra un Guicciardini e un D’Annunzio – di Kurt Suckert, o, come egli stesso preferì firmarsi con ironica allusione a Napoleone, Curzio Malaparte, cui ha da poco dedicato un libro di elegante, svelto piglio narrativo, pur entro coordinate di più che storiografica attendibilità, Osvaldo Guerrieri, dal titolo Curzio (Neri Pozza, 2015).

Uomo dal fisico fascinoso, e di una seduttività accresciuta con studiato perfezionismo di abbigliamento, e perfino di cosmesi (non mostrò mai il proprio corpo in pubblico senza essersi scrupolosamente depilato), Malaparte avrebbe potuto contentarsi di questo ruolo dongiovannesco, che gli procurò di fatto qualsiasi donna di cui s’incapricciasse: non ultima, la vedova Agnelli, con cui arrivò a un passo dalle nozze, sventate dal suocero di lei, il potentissimo senatore Giovanni e padrone della Fiat, in un duello senza esclusione di colpi.

In realtà, il solo altro essere vivente, oltre ovviamente a se stesso, a cui Malaparte mostrò continuità di affetto – e Guerrieri ha la mano felice, nel delineare quest’unico, vero legame sentimentale, dal primo incontro nell’assolata luce zolfosa di Lipari fino alla morte dell’essere amato, che Curzio trasfigura in pagine di atroce, benché totalmente inventata, persuasività – fu un cane, Febo.

E soprattutto, l’altro vero, grande amore di Malaparte, alterno e tormentato, fatto di episodici successi e di sanguinose ripulse, fu il potere: meglio, gli uomini detentori di potere. Di brillante efficacia, tornite con finezza da Grande Gatsby, sono infatti le pagine in cui Guerrieri introduce Malaparte al ricevimento dato da Galazzo Ciano e dall’inquieta e amatissima primogenita del Duce, Edda. E, ancora più squisitamente rivelatore dei due uomini a confronto, il dialogo con un Mussolini irritato verso il pungente giornalista che gli ha rimproverato il pessimo gusto delle sue cravatte; tanto da togliersi poi lo sfizio di giocare con lui come il gatto col topo, graduandone con perfidia di un Nerone da caricatura l’esilio dalla sede di Lipari a quella, allora non così mondana come parrebbe, di Forte dei Marmi; esilio in cui vennero sempre a raggiungerlo – evitando abilmente di incrociarsi negli stessi giorni – sia la madre che la focosa amante, Flaminia.

Ora, è questa contiguità ricercata e perfino chiassosa col potere, ciò che più dovrebbe sconcertare, di fronte al passare di quest’uomo dall’esaltata adesione all’aspetto di più dirompente aggressività del Fascismo “giovanile”, al disincanto nei confronti del suo sclerotizzarsi in struttura di potere, e perciò stesso di corruzione, fino alla pubblicazione, in un machiavellico disegno di cooptazione togliattiana, sui giornali del Partito Comunista, e infine alla convinta celebrazione delle magnifiche sorti e progressive del comunismo di Mao Zedong; ma è un fatto che, condotti dal passo sicuro e dal fluido ritmo narrativo di Guerrieri, non riusciamo né a scandalizzarci né a condannare: il protagonista si muove innanzi a noi nel suo vitalismo amorale, e tuttavia Guerrieri ne ausculta sensibilmente, ogni volta, anche la sofferenza, il rovello, l’umana vulnerabilità. Fino alle commosse pagine finali, dove il disfacimento fisico e l’avvicinarsi della morte non arrivano però ad annichilire il (toscanissimo) sarcasmo con cui Curzio lancia, al tanto più giovane e non meno sulfureo collega Montanelli, l’augurio di morire «mezz’ora prima» di lui.

Va riconosciuto dunque a Guerrieri il merito di averci aiutato a superare, nei confronti di quest’uomo a un tempo ammaliatore e irritante, narcisista e abilissimo fabbro della pagina, ogni preconcetto: a sentircelo, inaspettatamente, vicino.

 

(Osvaldo Guerrieri, Curzio, Neri Pozza, 2015, pp. 319, euro 17)

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LA CRITICA

Guerrieri racconta Malaparte attraverso una narrazione rapida ed elegante, restituendocelo in tutta la sua controversa personalità.

VOTO

7,5/10

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