“Breve diario di frontiera”
di Gazmend Kapllani

Un reportage narrativo di estrema attualità

di / 21 marzo 2016

«Il coraggio che occorre per espatriare conferisce al migrante un’aura di eroismo. Invece nella vita quotidiana  il migrante è un individuo fragile, confuso, addirittura ridicolo».

Non lasciatevi ingannare dal supporto cartaceo, questo non è un semplice libro ma la Storia di chi diviene migrante. Breve diario di frontiera, di Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore, 2015), è uno stralcio autobiografico incredibilmente breve – abbraccia, infatti, solo pochi giorni del gennaio 1991 – eppure la sua portata è universale. Non mancano descrizioni di luoghi o dialoghi con le persone conosciute durante il viaggio verso la Grecia, ma la grandezza di Kapllani consiste nell’aver delineato la crisi identitaria che la condizione di migrante scatena inevitabilmente.

Kapllani appartiene a quella generazione di albanesi cresciuta a contatto con un comunismo ortodosso ormai sfinito, poiché sfibrato dalle continue purghe interne e dalle aggressioni occidentali sotto forma di programmi televisivi captati con antenne illegali. In pieno regime, Kapllani dunque, ignora consapevolmente l’autarchia culturale dell’Albania: legge libri proibiti, impara lingue straniere e soprattutto varca, con la mente, le frontiere chiuse da decenni immaginando il mondo-oltre-i-confini.

Il 15 gennaio 1991 Kapllani, poi, cessa di essere un sognatore, decide infatti, di ingrossare le fila delle migliaia di profughi albanesi che si riversano in Grecia. I giorni passati nel capannone improvvisato a mo’ di centro d’accoglienza, sfuggono al normale trascorrere del tempo, sono frenesia e torpore a dominare l’incedere degli avvenimenti. Infine il pianto liberatorio, la rinascita e, con essa, il lungo processo di (ri)costruzione identitaria dell’Io.

Kapllani racconta la sua storia e lo fa per noi, per toglierci di dosso quella patina appiccicosa fatta di abitudine, paura e compassione supponente che ci rende indifferenti di fronte alle crisi umanitarie. Si spoglia del suo ruolo di scrittore e si mostra per ciò che sente di essere, un migrante silenzioso, assalito dal senso di inadeguatezza, dal terrore di fallire, dalla rassegnazione e dalla rabbia, tutto in egual modo.

Non il viaggio in sé, dunque, ma la condizione conflittuale che ne deriva è il vero tema dominante di tutto il diario. La scelta di abbandonare la propria terra ha permesso a Kapllani di scoprire il significato di libertà, ma lo ha anche messo di fronte alla ferocia di una realtà inaspettata in cui i diritti dei migranti sono assorbiti da doveri imperativi e la felicità è contaminata dalla paura e dalle umiliazioni.

A Kapllani sono serviti quasi 20 anni (il libro è stato originariamente pubblicato nel 2006) per accettare la sua dispersione identitaria, il passaporto albanese, la permanenza in Grecia e l’attuale residenza negli States. A noi è sufficiente leggere le sue parole per garantire finalmente una comprensione sincera agli sguardi smarriti che incontriamo per strada.

(Gazmend Kapllani, Breve diario di frontiera, trad. di Maurizio De Rosa, Del Vecchio Editore, 2015, pp. 200, euro 15)

 

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LA CRITICA

Di estrema attualità, questo reportage narrativo va letto. È un pezzo significativo di storia europea, una testimonianza sincera. Questo diario è uno specchio dei nostri tempi ed offre una visione privilegiata per comprendere cosa (ci) sta accadendo.

VOTO

8/10

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