“C’era una volta un passero”
di Alejandra Costamagna

Tre racconti inediti della valorosa scrittrice cilena

di / 11 luglio 2016

C’era una volta un passero, recensione dei racconti di Costamagni su Flanerí

Alejandra Costamagna è una valorosa scrittrice cilena, classe 1970, di cui il lettore italiano appassionato delle cose dell’America Latina può ora gustarsi C’era una volta un passero (Edicola, 2016), brevissima raccolta di tre racconti di squisita lettura che fanno dell’assenza, intesa come elemento principale di una narrazione ellittica che vuole rendere conto di una realtà altrettanto ellittica, la base fenomenica per una metodologia narrativa votata essenzialmente alla sottrazione.

I tre racconti appena pubblicati nella traduzione di Maria Nicola dalla piccola casa editrice italo-cilena Edicola, lungi dall’essere storie chiuse e tra loro separate, vivono, invece, di una solenne ma garbata coerenza corale in cui personaggi estremamente simili, dalla ventura pressoché identica, cambiano il nome ma non le inclinazioni e buona parte della psicologia che li sorregge e struttura. Protagonista di ognuno dei tre racconti, nonché voce narrante dell’ultimo dei tre (che dà il titolo alla raccolta), è una bambina prossima all’adolescenza che vive, tramite le incomprensibili vicende minime della propria famiglia, incomprensibili perché calate in un silenzio selettivo onnipresente, in una serie di continue omissioni e in un’omertà costitutiva e all’apparenza ineludibile, la vicenda più grande che genera e sovrasta il palcoscenico su cui si svolgono gli avvenimenti narrati: la dittatura cilena degli anni Settanta del Novecento. In questo quadro il non detto, l’assenza cui ci si è appellati in apertura, vivendo prima di tutto come dato inestinguibile di un menage familiare tormentato (la bimba vede e sente cose che non capisce o che capisce poco, facendo buon viso alle spiegazioni di circostanza che gli adulti le offrono per dare un senso agli accadimenti), si estende all’ordito della realtà nella sua interezza: una realtà funestata dagli efferati capricci di enormi e plurimi carnefici che, come i fantasmi e i licantropi della letteratura gotica, vivono nell’ombra, mai nominati né sbadatamente evocati da nessuno, come se soltanto pronunciarne il nome possa significare dare concretezza alle terribili istanze di cui loro stessi si fanno portatori nella pratica di quella violenta asimmetria golpista che è servita (che serve) per raggiungere e conservare il potere, per soggiogare i popoli.

In tale enorme vuoto che esiste ma che concretamente non si vede, in tale varco profondo messo a separare due generazioni a consapevolezza e responsabilità variabili, prolifera quella costante tensione narrativa che nei racconti di Costamagna accompagna il lettore mettendolo in guardia circa una questione nient’affatto secondaria: quanto si trova alle spalle dell’agile C’era una volta un passero è un mondo complesso e impronunciabile, ovvero il mondo del terrore.

Eppure, al di là di questa voragine occulta (e allo stesso tempo manifesta data la consapevolezza che noi lettori abbiamo dell’entità del funesto sottraendo), tramite lo sguardo della bimba protagonista dei suoi racconti, Costamagna erige una struttura narrativa piuttosto efficace, secca ma dettagliata, che dirige con coerenza ed esaustività le trame di un mondo stabilizzatosi nell’incertezza, un mondo in cui a regnare è proprio l’assenza, il vacuo testimoniale di un contesto fuggevole popolato da antagonisti contumaci e adagiato sulle trame esoteriche degli adulti. È in questo quadro che s’inscrive il rivolgimento talvolta quasi autistico cui la nostra piccola protagonista si lascia andare cercando di dare un senso alle cose grazie al suo sguardo recalcitrante ma prossimo all’adattamento. Perché anche durante le epoche più oscure si cresce, quando non si ha la sventura di morire.

 

(Alejandra Costamagna, C’era una volta un passero, trad. di Maria Nicola, Edicola, 2016, pp. 80, euro 10)
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LA CRITICA

Tre racconti che descrivono, attraverso gli occhi di una bambina e senza mai nominarla, la dittatura cilena nelle sue minime conseguenze, quelle che toccano le famiglie, i genitori, i figli. Tre racconti che pongono il lettore nella condizione preziosa di dover capire quali cose terribili si nascondono oltre le pagine che li compongono.

VOTO

6,5/10

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