“Finché dura la colpa”
di Crocifisso Dentello

E l’uomo si fece libro

di / 15 settembre 2016

Mi fa piacere che il romanzo di Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa (Gaffi, 2015), sia stato pubblicato. Vuol dire, questo, che le case editrici hanno coraggio e non si bloccano su scelte ovvie.

Inoltre, sono contento perché il romanzo è una delle più belle prove di un assunto a cui credo. Molte volte (troppe!) critici e/o scrittori lamentano che in Italia si scriva ma non si legga. Lunghe geremiadi riempiono le pagine culturali dei quotidiani: «Ci sono più scrittori che lettori!» E, dietro a questo lamento, (argomentato con una serie, che si vorrebbe esilarante, di errori, strafalcioni e ingenuità), si coglie, in modo nitido, un’altra indicazione: «Che cavolo vogliono questi sedicenti nuovi scrittori? Poveri illusi. Nel 90% dei casi producono schifezze. Invece vadano a leggere, e vadano a leggere i nostri testi». Provo un senso di rabbia davanti a simili esternazioni, snob e pretenziose.

Il romanzo di Dentello è una precisa testimonianza del fatto che, con poche eccezioni, chi scrive legge e legge anche molto. Chi scrive non può che amare il libro in sé e non può che amare gli scrittori a lui vicini o lontani, e non può che attingere alle loro opere con devozione, attenzione e perspicacia.

Il libro di Dentello è un esordio. Come la gran parte degli esordi è stato prima rifiutato da una miriade di editori e abbattuto da critiche feroci.

Il libro di Dentello lascia intravedere un culto vero e proprio nei confronti della letteratura. Si nutre di letteratura, e non solo in riferimento al protagonista Domenico, ma pure per l’enorme quantità di libri e di autori che sono celati nel romanzo, e di cui il romanzo è il risultato.

Quanti libri ha dovuto leggere Dentello per giungere a produrre i suoi romanzi? Migliaia. Nel corso del tempo. Finché dura la colpa è un romanzo che è nato perché chi l’ha scritto ha letto a perdifiato e con entusiasmo. Insomma cosa voglio dire: chi scrive, che sia bravo o no, pubblicato o no, è un lettore. Si scriva, quindi, e le case editrici pensino ai lettori forti che sono proprio gli scrittori di qualsiasi genere. E i critici si spingano a scrivere ancora di più e non si trincerino nel loro hortus conclusus.

Adesso torniamo al romanzo. La prima e più importante impressione è che Finché dura la colpa contenga una massa potente di carne e di sangue, di materia e di nervi, di orrore e di terrore, di passione e di tragedia.

Sfido chiunque a leggere il romanzo e a non rimanere stordito e travolto da alcune sequenze che, una volta lette, non saranno mai dimenticate. Mi riferisco, per esempio, allo scontro terribile che vede il padre minacciare e colpire il figlio Domenico per costringerlo a parlare davanti alla maestra, o l’umiliazione che subisce Domenico a opera dei suoi violenti compagni di classe.

È la grandezza del romanzo, questa vita narrata che esplode nelle mani del lettore che risulta contagiato da una malattia per la quale non c’è cura conosciuta.

La storia di Domenico, il protagonista, è la storia di un bambino, di un ragazzo e poi di un giovane che vive di libri e che si relaziona alle persone solo perché costretto, mai per sua libera scelta. Il finale, che lasciamo al piacere di una scoperta, è una conferma di una vita che si svolge entro l’orizzonte dei libri.

La famosa sfida tra vita e arte, qui, si conclude con la netta vittoria della seconda sulla prima. «Serena è l’arte seria è la vita» diceva Schiller nelle sue Lettere sull’educazione estetica dell’uomo. Potremmo chiosare: il dramma doloroso della vita, per quanto doloroso sia, trova nella trasposizione artistica la sua unica e possibile serenità.

Domenico deve confrontarsi con la famiglia (una madre comprensiva e amorevole, quasi proustiana nella cura che dedica al suo povero figlio che è incapace di adattarsi al mondo; un padre dispotico e feroce), con una fidanzata (Anna, simil madre nella sua volontà protettiva), con un fratello scomparso (Vincenzo che resta come un alone di mistero e di incertezza).

Ma ecco che si delinea il difetto maggiore del romanzo. Il contenuto ricchissimo ed energico del testo è imprigionato in una specie di camicia di forza che lo blocca, lo castra, lo impoverisce, lo uccide. Mi riferisco al linguaggio, innanzi tutto, che non riesce a trovare una sua giusta posizione. Non è un linguaggio secco ed essenziale (non so alla Carver o alla Kristóf). Non è un linguaggio ipertrofico ed esplosivo (alla Busi o alla Moresco). Rimane a mezzaria, tentando di sollevarsi a un registro che vorrebbe ma non sa diventare veramente alto.

Le occorrenze sono numerose. Ne riporto alcune: «contemplare» «nitore» «accasciare» «inferto» «rovente» etc. Tutti termini che aspirano a una nobiltà che non hanno, o non hanno più. Si pongono come rari e non lo sono.

Compaiono, inoltre, similitudini e/o metafore che appiattiscono la storia e la deturpano («presentimenti che avvelenano il pozzo dei miei pensieri»; «sbranare un nuovo sabato sera»; «il mio orizzonte annegato in acque»; «la sua testa che ballonzola come la corolla di un fiore su un gambo spezzato»).

Mi verrebbe da dire che il linguaggio di Finché dura la colpa sia “curiale”, nel significato di uno stile da tribunale, avvocatesco, non tanto perché fumoso o tortuoso, ma in quanto si colloca su questa linea del non basso e del non alto, e del voler essere alto senza esserlo.

Alcune recensioni hanno chiamato il linguaggio di Dentello un «linguaggio ’900», credo per porre l’attenzione su un livello di scrittura che si potrebbe definire “colto”. Però qui la cultura è quella di colui che non dice «arrivare» ma «giungere», non dice «casa» ma «magione», non dice «camminare» ma «incedere», non dice «nascosto» ma «larvato» e via di questo passo.

Il secondo laccio che soffoca il romanzo è il lato dichiaratamente “romanzesco”, se così lo possiamo denominare. Se la vena d’oro che attraversa il romanzo è un’intima e stravolgente espressione di emozione e passione, disturba, invece, un certo strizzare l’occhio alle mode imperanti che chiedono thriller e suspense, scomparse e agnizioni. Dentello inserisce ingredienti che vogliono rendere il romanzo più digeribile e accessibile. E così lo rende debole.

 

(Crocifissio Dentello, Finché dura la colpa, Gaffi, 2015, pp. 243, euro 16,90)
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LA CRITICA

Finché dura la colpa narra di libri e di Domenico che ama e vive di libri. È una storia di sofferenze e di falsi riscatti. C’è il dramma di vivere con gli altri quando, invece, si vorrebbe solo nascondersi e, con i libri e attraverso di essi, osservare un mondo, per il resto lontano e inaccessibile.

VOTO

6/10

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