“Crave”
di Sarah Kane

«Cosa vuoi?» «Morire»

di / 7 ottobre 2016

Foto di scena di Crave al Teatro India

Una luce rossa accoglie gli spettatori all’ingresso in sala. Sul palco una grande gabbia in fondo alla quale gli attori, rintanati ognuno in una minuscola cella, restano immobili. La spartana e claustrofobica scenografia di Francesco Ghisu attende, fredda, mentre risuona una musica dalle note ruvide. Poi un movimento improvviso, mani che sbattono contro le sbarre, una corsa sfrenata e senza meta nella cattività di un ambiente senza via d’uscita.

Il primo impatto con Crave, per la regia di Pierpaolo Sepe, è forte, violento, all’apparenza sorprendente, nonostante la scelta della gabbia come chiara allegoria della vita stessa, soluzione non troppo originale. Ma andiamo con ordine. I personaggi in scena sono quattro. C’è un uomo anziano di nome A (author, abusator, actor), che ha una relazione malsana e controversa con C (child), una ragazza appena adolescente legata al suo aguzzino da un amore morboso dal quale non riesce a fuggire; c’è M (mother), che non vuole altro che avere un figlio che la accompagni nell’imminente vecchiaia, e che vuole concepire con B (boy), che la umilia e schernisce con il suo rifiuto.

Quattro personalità ben definite sulla carta, ma qui decisamente più sfumate, quasi un’unica entità che riesce comunque a rappresentare degnamente, soprattutto grazie all’ottima interpretazione degli attori (Gabriele Colferai, Dacia D’Acunto, Gabriele Guerra e Morena Rastelli), il complesso mosaico psichico dell’autrice.

I quattro personaggi si muovono all’interno della loro gabbia personale, sbattono con violenza contro le sue pareti, si incrociano e si parlano senza quasi vedersi. I loro dialoghi sono concitati, non lasciano tregua e sembrano partorire nient’altro che concetti spezzati, i quali finiscono invece per ritrovarsi racchiusi in un’unica logica di sofferenza e insieme anelito per una vita possibile.

Come nelle altre opere di Sarah Kane, drammaturga inglese morta suicida a soli 28 anni, il testo di Crave è denso, le parole sono come schiaffi. Dure, provocatorie e intrise di disperazione, si susseguono con una rapidità disarmante, si ripetono e feriscono con metodica puntualità. Sono le parole di chi è in trappola e non riesce a uscire, ma anche quelle di chi prova a vedere oltre la squallida cella che è diventata la sua vita.

Febbre, così è stato tradotto il titolo in italiano. Non c’è parola che possa descrivere meglio l’inarrestabile delirio dei quattro personaggi, che si traduce a metà spettacolo in un’immagine tanto straziante quanto, purtroppo, di scarso effetto: i quattro si spogliano, mentre cercano invano di avanzare verso i confini della loro cella, cadendo quasi a ogni passo. Visione di istantaneo impatto visivo ed emotivo senza dubbio, ma il nudo integrale a teatro, spesso abusato, ha ormai perso il suo potenziale valore espressivo. E con lo scambio di abiti immediatamente successivo e il ritorno alla “normalità” (la stessa modalità utilizzata nella prima parte dello spettacolo per i dialoghi e i movimenti), si perde l’opportunità di realizzare un eventuale crescendo, o semplicemente un cambiamento.

«Qualsiasi modalità si scelga per mettere in scena un testo di Sarah Kane, lo si tradirà», sostiene il regista. Appunto. Quindi perché non spingersi più in là?

Crave

di Sarah Kane
regia Pierpaolo Sepe
con Gabriele Colferai, Dacia D’Acunto, Gabriele Guerra, Morena Rastelli
scene Francesco Ghisu
costumi Annapaola Brancia d’Apricena
luci Cesare Accetta
movimenti di scena Chiara Orefice

In scena al Teatro India dal 4 al 9 ottobre

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LA CRITICA

La forza dirompente del testo di Sarah Kane racchiusa in una metafora calzante ma troppo restrittiva.

VOTO

7/10

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