“La figlia femmina”

di / 25 gennaio 2017

Dopo i primi quattro anni di servizio all’Ambasciata Italiana, Giorgio fu collocato fuori ruolo nella delegazione europea in Marocco. Fu una grande fortuna e ci permise di dare alla bimba una continuità scolastica fino a che non compì i nove anni. Vivevamo in una villa vuota e fredda. Tre camere per gli ospiti e quattro bagni, ognuno di un colore diverso. Il bagno azzurro era il bagno degli specchi e ognuno si rifletteva dentro l’altro. Una delle immagini che ho più impresse è quella di Maria, ancora piccolissima, che entra in quel bagno e comincia a canticchiare. Nel gioco degli specchi vedeva infinite piccole Marie riflesse intorno a sé. Avrebbe potuto colpire lo specchio con una spazzola trafiggendo con un solo gesto tutte quelle Marie, perché erano delle bambine sbagliate. Ma poi quell’impulso si perdeva nei meandri della sua testolina, lei girava la spazzola e la teneva dal manico come fosse un microfono. La casa si riempiva della sua voce. Si lavava la faccia con il sapone, strofinava più volte i suoi occhietti neri. Dormiva in una camera troppo grande, con i muri bianchi e un letto matrimoniale. Con lei c’erano solo gli animaletti adesivi incollati sul muro e ritagliati insieme alla nonna Adele.
Adele aveva un’incredibile capacità di comunicare con Maria, senza mai indispettirla, prendendola con tenerezza ma anche con polso, riusciva a farla divertire, a tenerla calma, persino a farla studiare qualche volta. Maria era molto attaccata alla nonna e, quando Adele non c’era, gli animaletti colorati le davano malinconia. Ricordo di quando, a Carnevale, vestivo Maria da coccinella e lei gironzolava per la strada con le antennine nere e la schiena maculata. Gli altri bambini la guardavano curiosi. In Marocco era tutto diverso: Giorgio era un uomo molto importante e Maria la reginetta del quartiere. Lì c’erano principesse, bambini che parlavano l’arabo e il berbero. La bimba parlava francese, andava a scuola ed era ben vestita. Vivevamo non lontano dalla sponda sinistra del fiume Bou Regreg. Non era difficile, quando si andava un po’ fuori dalla città, vedere da vicino un bufalo o uno struzzo. O una coccinella.
Il citofono suona troppo presto.
«Maria mancano i bicchieri a tavola. È arrivato Antonio».
«È in anticipo?», urla dal piano di sopra.
«Siamo noi in ritardo. Scendi, su, aiutami per favore».
«Aiutati tu, mi sto pettinando».
Completo la tavola, mi guardo di sguincio allo specchio, ho sudato e si è sbavato leggermente il trucco.
«Arrivo! Scendi Maria, Antonio è qui».
«Ti ho detto che mi sto pettinando».
Lui mi saluta con un bacio a metà tra la bocca e il mento, ha gli occhi affettuosi e ridenti. Un fiorellino in mano, “una margherita?”, una bottiglia nell’altra.
«I fiorai sono chiusi. L’ho raccolta per strada, vale il gesto?»
«Vale quanto tutto un mazzo, e forse di più».
«È una minuscola gazania, una margherita del sole. Sai perché si chiama così?»
«Perché?»
«Perché ha una corolla sensibilissima alla luce, e si richiude non appena il sole tramonta».
«E l’hai trovata per strada, così».
«In un prato».
«Di qualcuno?»
«Di nessuno, è un’erbacea perenne. Durante l’inverno sfiorisce, per poi rinnovarsi in primavera. Ma questa credo sia appena fiorita. È splendida, no?»
«Molto».
Mi bacia uno zigomo.
«Guardati quanto sei accaldata, sono arrivato troppo presto?», con il pollice mi disegna una luna sul volto.
«No, sei in perfetto orario. Sono io che mi sveglio sempre all’ultimo».
«Non è mai troppo presto, eh?»
«Non è mai neanche troppo tardi, dipende dai punti di vista».
Riprende il fiore dalle mie mani, solleticandomi giocoso con la punta delle dita.
«Per me non è mai troppo presto per arrivare e mai troppo tardi per andare via».
Non è mai stato a casa mia, ma si muove disinvolto per la cucina. Apre le ante della credenza, scuote la testa, «mmm… no, qui non c’è». Controlla nel pensile appeso sul lavabo e trova un bicchierino di cristallo, di quelli che si usano per bere il whisky. Lo riempie d’acqua sino a metà, ci infila il fiore giallo e lo posa davanti alla finestra.
«Ecco fatto».
«Lì non ci batte molto il sole».
«Meglio, può darsi pure che metta su qualche radice, ma tanto è una gazania destinata a morire. Te ne porterò un’altra però, una di quelle così grosse che puoi contare i pistilli. Oppure un vaso, un vaso pieno di gazanie».
«È quello che ci vuole».
«Insomma, Maria dov’è?»
«Maria, scendi! Si sta pettinando», brontolo. Quasi spero che non scenda più. Se è di cattivo umore, se ha intenzione di rovinare la giornata, tanto vale che se ne resti in camera sua.
«Mi sei mancata stanotte», sussurra Antonio. Mi avvolge i fianchi, preme con le mani. «Mi sei mancata davvero».
«Non posso dormire fuori ogni notte, lo sai».
«Ma dai che se stai fuori una notte in più tua figlia è solo felice».
«Quello senz’altro. Ma non è detto che le faccia bene».
«Ce l’avrà un ragazzino anche lei, o no?»
«È complicato, ti ho già detto che è una bambina difficile».
«Non è un po’ grandicella per essere chiamata bambina?», scherza Antonio e mi pizzica il lobo di un orecchio.
«Ha tredici anni! Non scende?»
«Scenderà».
«Sediamoci intanto. Lo bevi del prosecco?»
«Non si rifiutano mai le bollicine».
Ecco Maria che viene verso di noi. È incantevole, con i capelli bruni raccolti in una treccia spessa e il vestitino a fiori che si agita a ogni suo passo e le scopre le cosce bianche. Sorride spavalda, accavalla le gambe, saluta con cordialità il nostro ospite.

 

Questo passo è tratto da La figlia femmina, romanzo d’esordio di Anna Giurickovic Dato, in uscita il 26 gennaio per Fazi editore.

Anna Giurickovic Dato è nata a Catania nel 1989, ma vive a Roma da sempre. Il suo racconto Polimena, Polimena, si è aggiudicato nel 2012 il primo posto nella classifica del concorso Io, Massenzio in seno al Festival Internazionale delle Letterature, e nel 2013 è stata finalista al Premio Chiara Giovani con il racconto Ogni pezzo di sé. La figlia femmina è il suo primo romanzo.

La figlia femmina: Silvia ha conosciuto Giorgio quando aveva solo 16 anni. Lei un’adolescente insicura, lui già adulto, con una carriera diplomatica avviata, qualcuno a cui affidarsi e di cui fidarsi. Venti anni dopo, dalla sua casa romana Silvia assiste inerme al tentativo scioccante da parte di Maria, sua figlia quasi adolescente, di sedurre il suo nuovo compagno, invitato a pranzo perché finalmente conosca la bambina. Un gioco al massacro, una sfida e una richiesta di aiuto, che Silvia osserva, immobile, incapace di reagire, mentre ripercorre la sua storia e quella di una famiglia che non c’è più, muovendosi tra Roma e Rabat, avanti e indietro nel tempo, dalla sala di un appartamento romano al Marocco, quando Silvia era una donna acerba, incapace di proteggere sua figlia, impermeabile ai terribili, concreti segnali di un pericolo. Attraverso il racconto di un dormiveglia, due contrappunti e una scena di seduzione che colpisce come un pugno ben assestato, Anna Giurickovic Dato esplora con grande maturità i ruoli di vittima e carnefice, i loro chiaroscuri e le loro ambiguità.

 

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