“Il demone meridiano”
di Andrea Morstabilini

La lingua morta

di / 3 febbraio 2017

Romanzo eccezionale, che spiazza e disorienta: questo è Il demone meridiano di Andrea Morstabilini (IlSaggiatore, 2016). Un esordio, anche, e “di lusso”, perché, ancora una volta, nonostante tutto e contro molte evidenze, si afferma un nuovo autore che ha qualcosa da dire e sa come dirlo.

Il demone meridiano ha una fabula semplice ma, in se stessa, non svela niente del carattere straordinario del testo. È la storia di un furto. Sono state rubate le mummie che Paolo Gorini realizzò nella seconda metà del 1800 e che sono custodite nel Museo Gorini di Lodi. È il mistero intorno al quale si snodano i diversi piani narrativi che si collocano in realtà separate sia nello spazio che nel tempo.

La lettura del romanzo mi ha spinto a visitare il Museo Gorini e a scoprire i contatti che Gorini ebbe con un altro scienziato visionario (di cui Gorini è stato allievo) che fu Gerolamo Segato, le cui mummie sono conservate in alcune sale (chiuse al pubblico) dell’ospedale di Careggi a Firenze.

Accanto a un piccolo viaggio geograficamente limitato (la visita a Lodi) il romanzo mi ha stimolato verso un viaggio anamnestico verso le mummie di Ruysch e la relativa operetta morale di Leopardi.

Dicono le mummie di Leopardi: «Cosa arcana e stupenda oggi è la vita al pensier nostro, e tale Qual de’ vivi al pensiero L’ignota morte appar. Come da morte Vivendo rifuggia, così rifugge Dalla fiamma vitale Nostra ignuda natura; Lieta no ma sicura, Però ch’esser beato Nega ai mortali e nega a’ morti il fato».

La morte è la fine dei dolori e corrisponde all’acquisizione di una nuova prospettiva a partire dalla quale la vita appare come «cosa arcana e stupenda», diremmo come uno spettacolo da osservare con distacco perché ormai non procura più alcuna sofferenza. I morti, comunque, «rifuggono» dalla vita come i vivi dalla morte. I morti hanno raggiunto una tranquillità propria e non sentono alcuna nostalgia della vita.

La morte non sarebbe, allora, (come nella concezione cristiana) una condanna e una pena che seguono al peccato di Adamo e Eva, bensì una liberazione.

I morti di Il demone meridiano processano Gorini perché sono stati risospinti verso la vita ma di essa sembra abbiano conservato solo l’aspetto più mostruoso, e se la vita fu sempre dolore, adesso, le mummie, pietrificate da Gorini, non possiedono né la pace della totale estinzione né i pur labili e momentanei piaceri che alla vita potevano connettersi.

Il romanzo di Morstabilini ha molte chiavi di accesso e la complessità che lo contraddistingue non dà adito a una perfetta e univoca decodificazione. Restano ipotesi interpretative che avranno la fortuna di coincidere o no con quelle che l’autore ha seguito nella composizione del testo.

La scelta di porre sulla copertina del romanzo il retro della scultura di Wildt (1929) rimanda, credo, alla richiesta di abbandonare i confini certi misurati dall’agrimensore e invece di accettare il rischio inquietante di un naufragio nelle riorganizzazioni gestaltiche del senso e del significato. La scultura Wildt rappresenta l’aviatore Arturo Ferrarin e, vista dalla parte opposta (dal retro concavo), rappresenta un informe volto ectoplasmatico.

L’ultimo capitolo del romanzo è intitolato “Psicolalia” e termina con la frase: «e per dire di vita che fu, e morte, non ci resta che questa, morta, di lingua».

La vita è raccontata dal suo versante opposto, la morte, e cambia la gestalt in cui è collocata e analizzata. E la morte si riferisce non solo e tanto alle povere mummie di Gorini ma piuttosto alla lingua che, morta per essenza, è chiamata a parlare e di se stessa, in quanto morte, e della vita.

Morstabilini usa una lingua arcaica, ricca di mimetismi colti e volutamente inattuali. È una lingua morta perché non più quotidiana (se mai quotidiana lo fu), decorticata dal suo legame con le più semplici funzioni comunicative. Di nuovo si rivela la concomitanza con la prosa leopardiana che, come la sua stessa poesia, cerca nel termine desueto un vago alone di indeterminatezza e di volatilità incorporea. La lingua di Morstabilini è la vera mummia, morta che è chiamata a significare le realtà vive, morta e rivitalizzata per mezzo delle sostanze pietrificanti di Gorini. Oppure mummia e mummie sono tutte le lingue e tutti i linguaggi che si trovano in un orrido intermedio tra il dire, che è necessità, e l’impossibilità di dire, che è pure necessità. Davanti allo iato tra parola e vita, le parole si trasformano in elenchi a cascata, in effluvi ininterrotti di gergo e di tecnicismi specifici che, con le loro iterazioni ipnotiche, aggrediscono e affondano il lettore disorientato e lo persuadono che qualcosa da capire c’è benché non si sappia bene cosa sia.

 

(Andrea Morstabilini, Il demone meridiano, IlSaggiatore, 2016, pp. 196, euro 19)
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LA CRITICA

Un delirio lucido e provocatorio che sfida e che entusiama. Storia di mummie e di misteri, di vita e di morte.

VOTO

9/10

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