Confini

di / 23 febbraio 2017

La paura della ragazza cominciava lungo le scale, quando scendeva per la colazione. Una volta in cucina si affacciava alla portafinestra che dava sul giardino. Si accostava alla vetrata arrivando a sfiorarla, nell’atto di avvicinarsi scivolava con le piante dei piedi sul parquet senza fare rumore. Guardava fuori, la luce densa che si appoggiava alle cose, il tavolo squadrato Ikea, l’ombrellone, i petali delle ortensie che suggerivano nel pigmento che scoloriva la stagione calda ormai alle spalle. Pensava distrattamente alla fissità degli oggetti, alla loro collocazione nel mondo, al fatto che avesse bisogno di trovare ogni cosa al proprio posto (era una circostanza che la calmava, non riusciva a farne a meno). Per questo motivo, da giorni, scendeva le scale inquieta, dimenticandosi persino di fare il caffè. Arrivava alla portafinestra e lasciava che lo sguardo corresse per il giardino. Più precisamente: ingannava l’attesa, concedendosi qualche secondo prima di abbassare gli occhi all’altezza del prato. Le montagnole di terra scura erano lì, davanti a lei: una, due, tre, a volte anche quattro o cinque o sei. Piccoli mucchi di terra simili a vulcani in miniatura, qualcosa che la sera prima non c’era e la mattina dopo era comparsa dal nulla, imprevista e imprevedibile, come una macchia.
La prima volta trovò la cosa divertente. Oh, disse tra sé e sé. Una talpa.
Lei e il ragazzo abitavamo in campagna da più di un anno e nutrivano una sorta di venerazione per questo genere di accadimenti. Era il loro modo di sentirsi parte di quella comunità di persone che preferisce il verde e il silenzio ai vantaggi della città. C’era qualcosa di ingenuo, in tutto questo (la città era a dieci minuti, le persone che abitavano vicino a loro, compresi loro, erano molto cittadini), tuttavia il ragazzo e la ragazza erano sinceri, questo sì.
Tastò con la punta della scarpa il cumulo scuro davanti a sé – per un istante immaginò il piccolo muso dell’animale emergere e poi ritrarsi – e ridistribuì il terriccio sul suolo, con colpi veloci e leggeri, mescolando la terra ai ciuffi di erba, finché tutto le sembrò ricomposto. La sera disse al ragazzo:
«Abbiamo un nuovo amico in giardino, sai? Una talpa».
Il ragazzo fece sì più con gli occhi che con la voce, sollevando il sopracciglio per due volte.

La ragazza stava finendo l’università. Aveva ultimato la tesi di laurea e da lì a qualche tempo l’avrebbe discussa. A volte, mentre camminava sotto i portici di una delle grandi vie della città, o mentre aspettava l’autobus che l’avrebbe riportata a casa, o mentre, in un locale, beveva birra insieme al ragazzo e ad alcuni amici, sentiva qualcosa salirle da dentro e velarle la vista, e non riusciva, per quanto si sforzasse, a mantenere la concentrazione. Non era qualcosa di avvertibile dall’esterno. La ragazza al massimo stringeva appena le palpebre, un movimento impercettibile ma come in slow motion. Soltanto una volta il ragazzo le aveva detto: «Che hai, non ti senti bene?» accarezzandole con la mano la testa. Ma lei aveva risposto che stava bene, arrangiando su una specie di sorriso.
Una sera il ragazzo tornò a casa con le buste della spesa in mano, prima ancora di richiudere la porta disse innocuamente alla ragazza: «Hai visto la talpa che dicevi? La scorsa notte è tornata».
La ragazza si avvicinò alla portafinestra e inarcò le mani sulla fronte per vedere oltre l’oscurità. Ma non riusciva a distinguere i contorni e lasciò perdere. La mattina seguente, uscendo in giardino, riconobbe otto cumuli sparsi per il prato, e alcune strisce di terriccio più basse che sembravano suggerire i tragitti sotterranei dell’animale. Questa volta, tastando con la punta del piede una delle montagnole, avvertì chiaramente, pur sprofondando di appena qualche centimetro, la consistenza del vuoto. Forse si trattava di due talpe. Forse di un’intera famiglia.
Rientrò in casa e scrisse su Google: Talpe in giardino. Uscirono decine di risultati, di tutti i generi: rivenditori di dispositivi a ultrasuoni, trappole su misura, discussioni all’interno di forum in cui si elencavano tutti i modi per liberarsene. Su alcune di queste pagine la ragazza scorse immagini di talpe e si rese conto che l’idea che si era fatta dell’animale corrispondeva solo sommariamente alla realtà. Le zampe anteriori, quelle utilizzate per scavare nel terreno con movimenti a spatola verso l’esterno, assomigliavano in tutto e per tutto a mani deformi, con unghie a uncino lunghissime. Ne rimase impressionata. Poi uscì fuori, recuperò una zappa dalla casetta degli attrezzi che stava in fondo al giardino e spianò uno dopo l’altro i cumuli, mescolando i ciuffi d’erba strappati alla terra smossa. A operazione conclusa, accaldata e con il fiato corto, si guardò intorno. Il prato sembrava aver ritrovato la sua omogeneità, soltanto a uno sguardo più attento si sarebbero notate quelle chiazze di erba posticcia, come applicate maldestramente con la colla.

Quella sera i due ragazzi avevano ospiti: una coppia che non vedevano da tempo. Lui lavorava all’estero e tornava a casa ogni tanto, lei lo seguiva a intervalli regolari, stava finendo gli studi ma contava di trovare un posto di lavoro nella stessa città del compagno. Era la prima volta che la coppia di amici visitava la nuova casa (non c’era stata occasione, in tutto quell’anno, di incontrarsi) e muovendosi da una stanza all’altra i due ospiti commentavano ad alta voce questo o quell’altro particolare, approvando in tutto e per tutto la scelta degli amici.
«Guarda qui» diceva l’ospite maschio «e qui, poi».
«Sapete che mi piace tutto ma proprio tutto» diceva lei.
I due ragazzi si scambiavano brevi occhiate e sorridevano compiaciuti. Poi arrivò il momento di sedersi a tavola. La ragazza aveva preparato una teglia di lasagne alle verdure e il ragazzo dell’agnello marinato, accompagnato da una salsa di ciliegie. Parlarono di viaggi (gli ospiti avevano appena fatto ritorno da due settimane in Cina) e poi di politica. I ragazzi e la coppia avevano idee diverse a riguardo, ma fu piuttosto piacevole confrontarsi, perché tutto avvenne molto civilmente, come erano soliti fare ogni volta che avevano occasione di rivedersi. Infine l’ospite maschio, sapendo che la ragazza era in procinto di laurearsi, le chiese se era soddisfatta del percorso che aveva fatto. Disse proprio così: «Allora sei soddisfatta del percorso
Lei trovò la domanda piuttosto difficile. Rispose che sì, era contenta del modo in cui le cose erano andate, che insomma non poteva lamentarsi dei risultati, ma poi aggiunse: «Soltanto che ora provo una grande malinconia. Come una coperta che ho tirato da tutti i lati ma è troppo corta per coprirmi ancora».
Sei occhi la scrutarono seri. Il ragazzo, timidamente (anche perché aveva capito che la ragazza era sul punto di piangere), disse: «È normale, c’è un tempo per tutto, le cose vanno così. Finisci una cosa, ne inizi un’altra. Ha un suo senso, no?»
La ragazza pensò molto intensamente che no, non per forza questo aveva un senso, ma non ribatté e fu l’ospite femmina a dire: «Io invece non vedo l’ora di finire… Sono così contenta di lasciarmi alle spalle l’università e cominciare a lavorare».
«Anche io ero contentissimo» disse l’ospite maschio «Certo, chi non vorrebbe ogni tanto tornare indietro?» concluse la frase con una risata che si trascinò per tutta la stanza, fino a smorzarsi debolmente contro le pareti.

Quella notte la ragazza sognò talpe giganti, che si muovevano sottoterra al buio facendosi spazio con le grosse mani uncinate, prima di emergere in superficie sollevando intere zolle di terra, sconquassando tutto, senza che fosse più possibile riconoscere il giardino così com’era stato prima della loro invasione.
La mattina seguente, svegliandosi, si accorse che il ragazzo era già andato a preparare la colazione. Mentre scendeva le scale per raggiungerlo, ricordò il sogno che aveva fatto e passando davanti alla portafinestra ebbe paura all’idea di voltarsi per guardare oltre i vetri.
«C’è soltanto qualche cumulo. Ma stai tranquilla, niente di che». La voce calma del ragazzo la sorprese. «So già a cosa stavi pensando» continuò lui «Sono giorni che non pensi ad altro. Ma ho già guardato. È tutto a posto».
Lei si sentì presa alla sprovvista, non sapeva cosa rispondere.
«E poi sai quanto sono grandi le talpe? Tanto così» inarcò indice e pollice distanziandoli di dieci centimetri. «Davvero, non devi aver paura».
Seduta di fronte al ragazzo, la ragazza mangiò in silenzio una mela e poi bevve il suo caffè. Quando terminò, il ragazzo si alzò, girò intorno al tavolo e, da dietro, la abbracciò. Lei sentì la vista velarsi e le palpebre contrarsi lentamente. Quando poi tutto tornò sotto il suo controllo, lui doveva essere risalito in camera già da qualche minuto.
La ragazza si fece coraggio e si alzò. Raggiunse la portafinestra e prima di aprirla si fermò a guardare la scena: il tavolo quadrato Ikea era al solito posto, al suo fianco scorse l’ombrellone richiuso, che per qualche mese nessuno avrebbe più aperto. Le parve che i petali delle ortensie, ormai secchi, opponessero al tempo una certa regalità, pronti a sopportate la durezza dell’autunno ormai nell’aria. In un’altra fase della sua vita la ragazza avrebbe pensato di avere davanti agli occhi una fotografia: tutto così fisso e immobile, privo di legami. Ma in quell’istante sentiva chiaramente che, se di una fotografia si trattava, qualcosa si agitava in basso (pensò a quand’era bambina e, per gioco, seduta davanti al camino nella casa dei suoi genitori, teneva un foglio tra l’indice e il pollice e dava fuoco all’estremità inferiore. La cellulosa si scuoteva curvandosi e contraendosi fino a irrigidirsi in modo irrimediabile. Infine si sbriciolava).
Guardò l’erba che fino a quel momento si era sforzata di ignorare e si accorse allora che tutto si mostrava ai suoi occhi proprio come aveva previsto: uno, due, tre, sei cumuli bassi a meno di due metri dalla porta. Gli animali – ormai era sicura che le talpe fossero a centinaia – avevano disfatto le sue toppe e aggiunto ai cumuli precedenti nuovi punti di sfogo. La terra si raccoglieva a montagnole o a strisce basse e lunghe che assomigliavano a scie. Poteva seguire con gli occhi infiniti percorsi, in qualunque direzione riponesse lo sguardo.
«Un campo minato» la ragazza lo disse con un filo di voce, per qualche secondo si coprì gli occhi con le mani, poi risalì al piano di sopra.

Il giorno della laurea, durante i dieci minuti previsti per la discussione, la ragazza si accorse che mentre articolava il suo discorso le parole fluivano lontane e tutto si trascinava alla fine come una pagina di libro imparata a memoria, di cui però non era in grado di scomporre i pezzi, isolandone frasi e concetti. Aveva caldo, amici e famigliari sedevano alle sue spalle ma lei li aveva dimenticati; poi a un tratto, quando tutto finì e la tensione scemò, mentre le persone le si avvicinavano sorridenti allungando le braccia e lei si sentiva scomodamente al centro di quella scena, cercò con gli occhi il ragazzo e pensò di dirgli: «Vedi, non è tutto a posto. Lo spazio è esaurito, non c’è più un filo d’erba, come facciamo?»
Non fece in tempo perché svenne. Crollò a terra senza tonfi, e quando si risvegliò, meno di un minuto dopo, notò che il vestito scuro che indossava aveva qua e là aloni più chiari, e che le persone attorno si premuravano di ripulirlo. Il ragazzo le sfiorò una guancia: «Stai bene?» le chiese «Vuoi uscire un attimo?»
Lei fece sì con la testa, lui la aiutò a rialzarsi, poi indicò una porta dall’altra parte della stanza e insieme si diressero verso l’uscita.
La ragazza aveva la testa pesante, attorno a sé percepiva voci confuse e acute, come tanti squittii, e qualcosa che sfregava contro le pareti della stanza a ritmo intermittente, erodendo i confini e restringendo gli spazi. Doveva rivolgere al ragazzo alcune domande, ma le parole non arrivavano e sentiva la bocca molto asciutta. Come avrebbero trovato il giardino al loro rientro? Doveva pur esserci una soluzione. Tutto si ritraeva, lui si rendeva conto di questo? La ragazza temeva che scavando anche sotto le fondamenta della casa, le talpe sarebbero penetrate all’interno. Pensò a quella storia di un tale la cui casa era stata invasa da topi che erano entrati attraverso le scatole elettriche avvitate male alle pareti. Sperò che nel frattempo, durante le loro scorribande, le talpe non si fossero mangiate i petali delle ortensie. Le corolle erano così belle private del loro colore. Intanto erano quasi arrivati all’uscita. Pensò di dire ma non disse: «Credi stia esagerando? Dimmi che non sto esagerando, ti prego». Sentì che le tremavano le palpebre. «Voglio soltanto uscire da qui, capisci? Adesso apriamo questa porta e il prato è tornato com’era prima».

 

Virginia Giustetto (1992), torinese, è laureata in letteratura italiana contemporanea e diplomata alla Scuola Holden. Scrive sull’Indice dei Libri del mese, su The Catcher e su Flanerí.

Illustrazione di Elisa Talentino: http://www.elisatalentino.it/portfolio/a-fior-di-pelle-2/

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