Matteo 19, 13-15

di / 2 marzo 2017

Per innato pragmatismo, Luisa tendeva a evitare di disperdere le proprie energie in inutili congetture, ma quel martedì, dal momento in cui era stata svegliata dalla telefonata della figlia, fino agli istanti in cui la sua storia impensabile aveva preso forma tra le pareti azzurrine della cucina, con l’immaginazione aveva vagliato gli scenari più tragici. L’aveva aspettata con un nodo in gola, nella sua vestaglia di raso bordeaux, buttando giù a stento un caffè senza zucchero. Le era parso che, nell’annunciarle fra le lacrime la sua visita, non si aspettasse solo conforto, ma anche una qualche forma di aiuto, di collaborazione. Paola aveva varcato la soglia di casa alle nove meno un quarto, dopo aver accompagnato Tommaso all’asilo e Sofia a scuola. Con gli occhi cerchiati e le guance pallide, senza un velo di fondotinta, né una traccia di rossetto o di mascara, il volto appariva quasi sbiadito, e i lunghi capelli sottili si erano ribellati in più punti alla coda approssimativa in cui li aveva raccolti. Lei, che dall’adolescenza non attraversava neppure la strada sotto casa senza trucco, le offriva un viso nudo, inedito, il suo vero viso di adulta, che apparteneva agli uomini che l’avevano amata, ai suoi figli, ma non più a sua madre.
Dopo aver appurato con sollievo che i nipoti stavano bene e che Paola, visibilmente affranta, godeva però di buona salute – si ritrovò disorientata e infastidita di fronte allo spettacolo inatteso della figlia trentaseienne con il moccio al naso e gli occhi rossi che la supplicava: «Non lo dire a papà! Non glielo, dire!» Ma come diavolo aveva fatto a mettersi in una situazione talmente dolorosa, imbarazzante, irraccontabile? No, non ci pensava nemmeno a dirlo a suo marito.
A quattordici anni Paola aveva smesso di accompagnarla a messa: non ci veniva neanche a Natale e a Pasqua, quando perfino il padre faceva lo sforzo di sedersi in prima fila, accanto a lei. don Alberto, un pretino dell’età di suo figlio, belloccio malgrado l’ottuso sguardo miope, non le aveva mai ispirato particolare fiducia, fino al giorno in cui era entrato nelle sue grazie assicurandole che Dio non nega la salvezza a chi vive in modo retto, anche se non crede. In modo retto. Le era sempre sembrato che Paola rientrasse in quella definizione, e ora le veniva a raccontare quella storia.
«Ma come è successo?»
«Infarto», sussurrò a testa bassa.
«Infarto? Ma quanti anni ha… aveva?»
«Quarantacinque» rispose Paola piantando gli occhi gonfi in quelli della madre «Non c’entra niente l’età, mamma» precisò «e poi lui viveva male… fumava molto, dormiva poco».
Sulle ultime parole la voce si ruppe di nuovo e ricominciò il pianto. Luisa avrebbe voluto fare un passo verso di lei e toccarla, ma era troppo sorpresa, troppo turbata per badare a emozioni che non fossero le proprie.
«Perché lo dici a me? Cosa ti aspetti che faccia?» chiese con una punta di aggressività, di cui si pentì all’istante.
«Vorrei che mi accompagnassi alla camera ardente: voglio vederlo, lo voglio salutare. Da sola non ci riesco».
«Ma perché io?»
«Perché so che di te mi posso fidare, che non lo racconterai in giro» rispose tirando su con il naso. «Non lo sa nessuno» aggiunse asciugandosi il viso con le mani.
«Paola, lo sai come la penso su queste cose, no?» disse la madre con lo sguardo fisso sul tovagliolo di carta che piegava e ripiegava nervosamente da qualche minuto.
«Su cosa?»
«Sul matrimonio, su…»
«Qui non si tratta più di matrimonio» la interruppe «ma di un funerale. Si tratta di un essere umano che non c’è più, che non ci sarà mai più. Puoi vederla così? Pensi che il tuo Dio potrebbe essere d’accordo?»
«Lascia stare Dio, io pensavo piuttosto a tuo marito, al rispetto che gli devo…»
«Ho capito» la interruppe Paola risentita.
«No, non hai capito un bel niente. Verrò, verrò per te, verrò per questo cristiano che è morto così giovane».
«Cristiano!» reagì innervosita Paola «Non sono mica tutti cristiani a questo mondo, sai?»

Si ritrovarono a casa di Paola due mattine dopo, vestite di scuro, ma senza particolare eleganza: la figlia in jeans e giacca neri; lei con un pantalone antracite e una camicia di seta grigia sotto un cardigan blu. I bambini erano a scuola, i rispettivi mariti al lavoro. Paola errava per le stanze, mettendo mano a oggetti che dimenticava in luoghi incongrui. Dopo averla osservata per qualche minuto nel suo valzer inconcludente, Luisa le prese la borsa di mano, vi introdusse gli occhiali e il cellulare, se la mise a tracolla accanto alla sua, le infilò il cappotto e richiuse la porta dietro di loro. Aspettò che Paola chiudesse a chiave, ma, abbassando lo sguardo sulla serratura, si accorse che le tremavano le mani; allora le sfilò il mazzo dal pugno ed eseguì per lei anche quell’operazione insormontabile, chiedendosi come fosse possibile che il genero non avesse notato lo stato in cui si trovava in quei giorni.
Paola si avvicinò alla macchina dal lato del conducente. Avvertì con un sussulto la presenza della madre dietro di lei solo nell’istante in cui le afferrò il polso per sottrarle la chiave dell’auto.
«No, tu non guidi».
La soccorreva con circospezione, ignorando che Paola, invece, pensava che se la madre avesse guidato, lavorato, cucinato, badato ai bambini al suo posto, per un tempo indefinito, prorogabile, in cui le fosse stato consentito entrare in una sorta di letargo, un sonno senza coscienza, forse lei sarebbe sopravvissuta. Cambiò lato senza obbiezioni e si sedette sul sedile del passeggero.
«Dov’è questa camera ardente?»
«Al San Gaetano».
«L’ex tribunale?» chiese Luisa stupita.
«Sì».
Luisa non aveva voglia di conoscere dettagli non necessari, di entrare nella vita di una persona di cui non avrebbe mai appreso l’esistenza se il suo cuore fosse stato più sano, ma la risposta l’aveva sorpresa. Chi era quell’uomo perché la sua famiglia allestisse una camera ardente in un luogo pubblico in pieno centro? Tacque. Paola si era infilata gli occhiali da sole; non se la sentiva d’infrangere quella barriera rischiando di scoprire che, con ogni probabilità, stava di nuovo piangendo.
Era un autunno piovoso, uno di quelli in cui bisognava tenere d’occhio l’argine del Bacchiglione nei soliti punti critici, gli stessi da decenni. Il cielo si era tinto del medesimo verdegrigio del canale della Brentella, ingrossato e mosso, visibile dal ponte che stavano attraversando in auto, dirette in città. Guidando, non era costretta a guardare in viso la figlia e le fu più facile posare la mano destra sulla sua in un fugace gesto di conforto, prima di riposizionarla sul cambio e poi sul volante. La scoprì gelida, come quando da bambina covava un febbrone: le manine restavano ghiacciate per qualche ora prima che tutto il corpo diventasse bollente. Quando iniziava a tremare di freddo, l’adagiava sul divano del salotto di fronte alla televisione accesa e la faceva scomparire sotto strati di coperte; poi andava in cucina a preparare due o tre litri di tè zuccheratissimo al limone. Ora, a starla a sentire, sembrava che si fosse resa complice di chissà quale piano di lavaggio del cervello collettivo; come se qualche stupido telefilm americano avesse potuto “corrompere moralmente un intero Paese”. Quando si occupava dei nipoti, doveva giurare alla figlia che non li avrebbe messi davanti alla televisione, che non glieli avrebbe “rovinati con quella merda”; Paola le lasciava qualche dvd, le cercava delle canzoncine o dei cartoni animati su Internet, precisando che erano le uniche cose che potevano guardare. Oramai sapeva tutto lei: come si tirano su i figli, per chi bisogna votare, per chi non bisogna votare, cosa si deve pensare… Non era così da piccola: sempre mite, umile, dolce. Che poi tutta quella sicumera le veniva da un dottorato in storia dell’arte che non le era mai servito a niente. Quando i figli studiano più dei genitori credono di capire tutto e poi scopri che non hanno capito niente, che si sono ficcati in dei casini di cui non sospettavi nemmeno fossero capaci. Altro che telefilm: avrebbe dovuto insistere per la messa, non lasciarla fare, costringerla ad andare con lei. Era quello che l’aveva rovinata, altroché. Faceva male ad accompagnarla? Avrebbe dovuto sgridarla? Ricordarle come l’aveva educata? Ma a cosa sarebbe servito? Magari avrebbe preso la macchina da sola in chissà quale stato, dopo la camera ardente, con quella pioggia.
Le chiese notizie di Tommaso e Sofia: stavano bene, solo un po’ raffreddati. Forse parlare non era indispensabile, forse Paola non si aspettava che lo facessero, o magari ne aveva un gran bisogno e per questo rispondeva laconicamente a tutte le domande futili con cui stava cercando di eludere la vera questione. Di curiosità ne aveva: che lavoro faceva, come si erano conosciuti, se anche lui fosse sposato. Si rese conto che quel dettaglio poteva essere importante.
«Ci sarà molta gente, non faranno caso a noi» disse all’improvviso Paola rompendo il silenzio.
«C’è qualcuno che potrebbe farci caso? Intendo… qualcuno che sarebbe meglio che non ci facesse caso?» tentò Luisa sperando che la figlia cogliesse la sua inquietudine e le raccontasse qualcosa di più.
«No, nessuno» rispose sorpresa «pensavo solo che magari tu potessi sentirti a disagio».
Le rimase il dubbio di non essersi fatta capire, ma non ebbe voglia d’insistere. Sperò che il viaggio durasse poco, che la coda finisse dopo il cavalcavia, che il traffico si dileguasse nella pioggia.
Le venne in mente un antico litigio: Paola aveva dodici anni e lottava per ottenere il permesso di passare una notte a casa della sua migliore amica. Non si usava nella loro famiglia che le ragazzine dormissero fuori. Aveva insistito molto, pianto e gridato che non era giusto, che suo fratello lo faceva; ma Luca aveva sedici anni e poi era un maschio. Aveva sbattuto la porta e annunciato che se ne sarebbe andata.
«Vai!» le aveva risposto Luisa esasperata, continuando a piegare lenzuola. Dopo un quarto d’ora di silenzio, Luisa, che per orgoglio aveva deciso di non interrompere le faccende domestiche, era stata attraversata da un brivido. Il giro dell’isolato si era rivelato infruttuoso, la visita alla compagna di scuola inutile, le perlustrazioni della gelateria, della biblioteca, del parco, della piazza inefficaci. Al calare del sole, si era risolta a rientrare per avvertire il marito e trovandosela davanti, in cucina, che la fissava dal vano della porta con aria di sfida, le aveva appioppato, d’impulso, un sonoro ceffone, lasciandole per diversi minuti l’impronta rossa delle dita sul viso. Era stata l’unica volta in cui aveva levato la mano su di lei, l’unica volta in cui, a dire il vero, gliene avesse dato motivo.
«Ti ricordi quando sei scappata di casa per un pomeriggio intero?»
«Mi ricordo la tua sberla, sì».
«Dove eri andata?»
«Da nessuna parte» rispose voltandosi verso di lei «ero nello sgabuzzino».
Stava sorridendo, ridendo quasi. Luisa ricambiò il sorriso. Non sapeva bene cosa aggiungere e non trovò di meglio che: «Goditeli adesso che sono bambini… voglio dire… Tommaso e Sofia…»
Non sapeva come le fosse uscito quel commento: non corrispondeva affatto al suo stato d’animo dopo aver scambiato quello sguardo di complicità con la figlia. Paola si voltò verso il finestrino rimanendo girata per il resto del tragitto.
Riuscirono a trovare un parcheggio a pagamento piuttosto lontano dall’ex tribunale e furono costrette a camminare sotto una pioggia fitta e sferzante che infradiciò le decolleté mezzo tacco di Luisa e le ballerine di Paola, lasciando entrambe con i piedi umidi e freddi per il resto della mattinata. Luisa sorvegliava il bordo del suo pantalone lungo, che cadeva a piombo sfiorando il collo del piede: era ancora miracolosamente asciutto. Detestava la sensazione della stoffa zuppa che si appiccica alle caviglie.
Appena uscita dall’auto, Paola aveva brandito il suo ombrellino richiudibile contro il vento, ma la struttura esile, già provata da qualche violenta tempesta estiva, era stata rivoltata come un guanto, cedendo miseramente. Con un gesto teatrale, blasé, lo aveva ficcato in uno di quei vecchi cestini cilindrici di metallo di cui era ancora pieno il centro, poi si era rifugiata contro la madre, abbandonandosi alla sua andatura sicura ed energica. Avanzavano a braccetto sotto un unico grande ombrello beige con un grosso bordo marrone e il manico in finto osso. Paola osservò sarcastica che quell’oggetto antiquato faceva parte della sua vita fin dall’infanzia e Luisa, che sapeva di averlo acquistato un mese prima, ne dedusse di aver sempre comprato ombrelli da vecchia signora.
L’atrio del centro culturale, uno spazio circolare enorme, delimitato da più piani di colonnati di marmo e sormontato da una cupola altissima, era popolato da uomini in giacca e da donne elegantemente vestite di scuro. Luisa sentì subito, anche se in modo indistinto, che quella gente non era come lei. Una differenza intuitiva, che non avrebbe saputo giustificare verbalmente, ma allo stesso tempo una certezza. Si guardò le scarpe chiazzate di pioggia, poi fece una panoramica di quelle di tutte le persone presenti nell’atrio: dovevano essere arrivati fin sotto la porta in taxi o accompagnati da un autista. Le donne sfoggiavano un’eleganza sobria, studiata, perfetta: si sarebbe detto che avessero scelto il più adatto fra i numerosi abiti da cerimonia funebre del loro guardaroba e chiesto al parrucchiere un’acconciatura per la circostanza. Prima di vederle, non avrebbe saputo descrivere come fosse il perfetto abito da funerale, né l’acconciatura che faceva da pendant. Paola camminava qualche metro davanti a lei, con passo insicuro, cercando qualcosa o qualcuno. Mentre la osservava di spalle, stretta nella sua giacca nera e nel suo jeans attillato, la immaginò con il visetto appuntito dei tredici anni, l’apparecchio ai denti e qualche brufolo sulla fronte, recuperando un’immagine del funerale di sua madre: era l’unico lutto che avevano celebrato insieme e il primo di Paola. Aveva il terrore di doversi trovare faccia a faccia con il cadavere della nonna e le aveva strappato la promessa solenne che non sarebbe successo. Oggi, però, il corpo inanimato di quell’uomo non la spaventava, o almeno non al punto da far tacere il bisogno di toccarlo per l’ultima volta. Si disse che a trentasei anni Paola stava vivendo una sofferenza che la vita avrebbe dovuto riservare prima a lei; poi realizzò, con lo stupore di chi si accorge di sragionare, che non erano al funerale di suo marito, ma a quello di un intruso: no, a lei non sarebbe potuto capitare mai, e, in ogni caso, ormai non le poteva capitare più. Facendosi largo fra persone sempre più benvestite, pensava a don Alberto e a tutto quello che gli avrebbe raccontato. Essere lì con sua figlia meritava contrizione? Sarebbe stata una confessione o piuttosto una confidenza?
Paola era arrivata all’estremità opposta dell’atrio, all’ingresso della sala principale: un gigantesco chiostro rettangolare, una sorta di piazza interna porticata. L’accesso era bloccato. Luisa lanciò a Paola uno sguardo interrogativo a cui la figlia rispose: «Non è ancora arrivato». Immaginò stesse parlando della salma, ma non osò fare domande. Una musica di archi proveniva da sopra le loro teste. Impiegarono diversi secondi a realizzare che dei violinisti, violoncellisti e contrabbassisti erano posizionati ai piani superiori dell’atrio e, affacciati alle balaustre circolari, suonavano la Sarabanda di Händel. Dopo un frangente d’irrazionale compiacimento dovuto alla soddisfazione di aver riconosciuto il pezzo, Luisa si trovò a disagio: fino a quel momento, si era figurata nell’atto di rendere l’estremo saluto a un uomo qualsiasi, in una saletta allestita per l’occasione; invece si trovava a far parte di una coreografia sontuosa che occupava l’intero palazzo, qualcosa di vagamente raccapricciante che rendeva i rapporti di Paola con quel misterioso individuo sempre più incomprensibili. La folla che riempiva l’atrio si divise in due ali e Paola e Luisa videro apparire all’altezza della loro testa il lato corto di una bara portata a spalla da quattro uomini in giacca nera. Ecco, pensò, è arrivato. La Sarabanda accompagnava l’incedere solenne del feretro forzando la commozione. Voltandosi verso la figlia incontrò il suo viso scomposto dallo sforzo di non piangere. Le cinse la vita e la attirò lontano dal punto di passaggio, prima che qualcuno lo facesse in malo modo al posto suo. Ma chi diavolo era quell’uomo? Un politico? Un intellettuale? Un attore? Se almeno avesse comprato un giornale… Ma perché, poi, un giornale? Non poteva chiederlo a Paola? Ebbe l’impressione che la musica si facesse più nitida, più forte, ma alzando gli occhi al soffitto si rese conto che, invece, i musicisti erano diminuiti. Capì poco dopo che alcuni di loro erano scesi nell’atrio e suonavano a pochi passi da lei. Solo il feretro entrò nella sala principale, mentre gli astanti furono invitati ad attendere. Dalla posizione in cui si trovava, poteva seguire la bara che veniva condotta fino al centro della sala e posata su un piccolo palco, sotto l’altissimo soffitto a vetrate. Due uomini trafficavano intorno al parallelepipedo di legno per aprirne il coperchio. Paola le stringeva la mano fino a farle male. A quel punto anche i musicisti, che ormai erano tutti nell’atrio, furono lasciati entrare nella sala principale e si sistemarono a ferro di cavallo intorno alla testa del feretro, continuando a suonare. Quella musica languida, straziante nel suo crescendo ripetitivo, rischiò di far commuovere anche Luisa. Seguirono la folla nella sala e conquistarono due posti in terza fila sulle seggioline pieghevoli sistemate ai due lati della bara. Luisa era riuscita a intravvedere il corpo: un uomo lungo, brizzolato, in abito grigio. Le era parso, nella rapida occhiata che gli aveva indirizzato, che avesse la carnagione scura, mediterranea, quasi olivastra, ma l’unica cosa di cui si sentiva certa, e sollevata, era di non conoscerlo. Prima di sedersi, Paola, che invece aveva scrutato a lungo in direzione della salma, aveva borbottato delusa: «Gli hanno rasato la barba».
I musicisti cominciarono a eseguire un pezzo più dolce e meno solenne, un’aria classica che Luisa non riconobbe. Gliene fu riconoscente. Dopo averci rimuginato qualche secondo, formulò la domanda che aveva in testa da quando erano entrate, avendo cura di parlare a voce bassa:
«Siamo al funerale di qualcuno d’importante?»
Paola le rivolse uno sguardo distratto.
«Del figlio di qualcuno d’importante».
Fece poi un nome che le risultò familiare, ma che, di primo acchito, non seppe ricondurre a un’identità.
«L’ingegnere, mamma, quello dello scandalo del parcheggio sopraelevato».
Era, dunque, figlio di quello lì: un democristiano che aveva fatto il bello e il cattivo tempo qualche decennio prima, occupando cariche locali importanti. Era poi stato indagato per corruzione e forse condannato: Luisa non ne aveva più sentito parlare. Tutta quella gente era lì per lui, probabilmente. Doveva essere presente in sala, ma non sarebbe stata capace di riconoscerlo.
«Dario non c’entra niente con il padre».
«Non ho detto nulla» rispose imbarazzata Luisa «Ma lui… Dario… cosa faceva» chiese osando più di quanto non avesse fatto quel giorno.
«Quello che vedi lì» disse indicando delle tele colorate che Luisa aveva notato, senza propriamente vederle, quando erano entrate. Erano quadri monocromi in cui si distinguevano appena delle figure in rilievo tracciate, così le sembrò da lontano, con il tubetto di colore: una sagoma blu scuro su uno sfondo celeste; un nudo giallo limone, su un giallo sbiadito; un paesaggio verde bottiglia su uno sfondo di un verde più tenue. Le tele erano state disposte in due emicicli dietro ciascuna ala di sedie, di modo che le persone sedute a destra della bara potessero vedere i dipinti di sinistra e viceversa. Ormai, oltre alla gente seduta, fra cui c’erano forse delle vecchie zie ‒ signore anziane, che portavano un lutto meno mondano e sgranavano a occhi bassi un rosario ‒ la sala contava sempre più persone in piedi, che aspettavano il loro turno per avvicinarsi.
Mentre Luisa scrutava le tele per cercare di capirne il soggetto, Paola rispose alla domanda che non aveva osato formulare: «Era bravo, ma non quotato. Lo conoscono in pochi, più per via di suo padre, purtroppo».
«Vuoi avvicinarti? Vai a salutarlo?»
«Sì, ma vorrei aspettare un momento in cui non c’è nessuno: voglio restare un po’ con lui… è l’ultima volta».
Temette scoppiasse a piangere, ma pronunciò quelle parole con tono calmo, lo sguardo mesto che scese a cercare un punto indefinibile verso il pavimento e rimase immobile e inespressivo per qualche secondo.
Luisa teneva gli occhi fissi sulla bara per individuare il momento più adatto per il saluto della figlia. Una giovane donna dal fisico statuario si stava avvicinando. Non riusciva a distogliere lo sguardo dalle sue lunghissime gambe nude. Portava una gonna di taffetà nera al ginocchio, fasciante quanto bastava per esaltarne le forme scultoree, ma senza nessuna concessione alla volgarità. Una camicia nera, strizzata in vita da una cintura di pelle molto alta, copriva il busto lasciando intravedere le braccia in un gioco di pizzi. I capelli nerissimi e lucidi, sciolti sulle spalle cadevano a piombo fino a poco sopra le natiche e accompagnavano ogni passo con oscillazioni morbide e fluide; erano l’accessorio più naturalmente in tono con la circostanza, capelli scurissimi da Maddalena dolente, da Maddalena esotica, con riflessi lucidi bluastri. Si avvicinò alla bara dal lato opposto al loro svelando un viso che non disattendeva le aspettative create dal fisico elegante e sinuoso. Sollevò gli occhiali da sole mostrando occhi gonfi e stanchi, che avevano pianto tanto e dormito poco. Ora che poteva ammirarla di fronte, Luisa notò che portava qualcosa di strano nei capelli, qualcosa di bianco. Solo quando si chinò, capì che si trattava invece di una sottile mèche candida che le accarezzava, incorniciandolo, il viso. Non poteva avere più di trent’anni e quel ciuffo precocemente incanutito contrastava non solo con il nero esotico della chioma, ma anche con i lineamenti dolci e ancora giovani. Luisa, già in allarme dall’istante in cui l’aveva notata, provò un’inquietudine crescente nell’osservare il trasporto con cui accarezzava il viso del defunto. Quando poi si accasciò su di lui singhiozzando e un uomo distinto, sulla settantina, si avvicinò per aiutarla a sollevarsi, un’emozione violenta le imporporò il viso. Cercò invano lo sguardo della figlia per chiedere tacitamente conferma di quanto aveva evocato, scongiurandolo, in macchina. Paola guardava nella direzione della ragazza e non accennava a voltarsi. Scrutando il suo profilo chiuso e ostinato, Luisa colse un impercettibile tremolio del labbro inferiore. L’uomo anziano stringeva ora la ragazza per la vita e, parlandole all’orecchio, l’accompagnava lontano dal feretro. Paola serrava le labbra e continuava a seguire la scena, allontanandosi con lo sguardo dalla bara. Una donna alta e bionda, elegantissima, con ogni probabilità la moglie poco più giovane del vecchio signore, si avvicinò ai due con un neonato al collo ‒ un piccolo buddha calvo, paffuto e liscio ‒ e lo mise in braccio alla ragazza che aspirò con voluttà l’odore della sua testolina, ritrovando la calma.
«Chi è?» chiese con apprensione Luisa alla figlia
«Chi?»
«La ragazza mora che piange, quella che hanno portato via, quella con il bambino in braccio».
Paola si voltò commossa.
«La sorella» rispose in un sospiro «sono sempre stata curiosa di vederla. Dario diceva che era bellissima e… volevo vederla. Non pensavo che sarebbe successo così. Quello è il nipotino di Dario, si chiama Pietro, ha 8 mesi. Anche lui… anche lui volevo vederlo, ma non oggi, non così…»
La sorella, era la sorella: Luisa si sentì sollevata. L’uomo che l’aveva soccorsa e abbracciata doveva essere il padre. Aveva provato un’istintiva antipatia per la fisionomia approssimativa evocata dal nome e cognome del famoso ingegnere, ma a vederlo così, in un dolore composto e dignitoso, stretto alla figlia e alla moglie visibilmente provate, fu invasa dalla pena e da una sincera compassione: si disse che suo marito avrebbe reagito allo stesso modo, che sarebbe stato il muro del pianto delle sue donne, il sostegno per i più emotivi, quello che doveva tener duro per gli altri.
Assorta in simili considerazioni, non si accorse che Paola si era messa in piedi e, senza avere il tempo di dirle una parola, l’aveva vista dirigersi decisa verso il corpo. Non avrebbe saputo spiegarlo a una terza persona, non meglio di quanto riuscisse a farlo a se stessa, ma quella visione le era emotivamente insopportabile, ed ebbe bisogno di distogliere lo sguardo per tutta la durata del saluto della figlia a quell’uomo. Si voltò e si mise a studiare con un interesse dapprima ostentato, poi sempre più sincero, una delle tele alle sue spalle. Le cinque dietro di lei erano più vicine di quelle che le erano state destinate come spettatrice dal lato opposto, e a quella distanza riusciva a distinguere dettagli e particolari che si stagliavano timidi su uno sfondo di colore quasi identico. Forse non era educato indugiare tanto su un nudo femminile a un funerale, ma la tela più accessibile raffigurava, per l’appunto, una donna nuda. Qualcosa l’attirava in quel dipinto, una sensazione di familiarità, un déjà-vu che divenne inequivocabile quando scorse una sorta di macchia, una voglia a forma di otto all’interno della coscia destra della donna raffigurata. La sorpresa e l’imbarazzo per quella scoperta furono più forti del pudore che le impediva di assistere all’addio della figlia; si voltò quindi verso la bara, ma si rese conto che Paola era già di ritorno e la chiamava con lo sguardo per invitarla a raggiungerla e a uscire, finalmente, da lì.
Luisa e Paola si incamminarono verso l’auto sotto un cielo grigio, stanco di bagnare strade già fradice. Luisa era impegnata nello sforzo d’ignorare i gorgoglii con cui lo stomaco cercava di richiamare la sua attenzione. Si sarebbe fermata volentieri a mangiare un boccone, un panino, una cosa qualsiasi, ma Paola la preoccupava: camminava come un automa, senza la minima consapevolezza del proprio corpo, della propria espressione e di ciὸ che la circondava. Anche uno sconosciuto che l’avesse incrociata in quel momento e fosse riuscito per qualche istante a intercettarne lo sguardo smarrito avrebbe potuto indovinare un lutto recente. Nutrirsi non faceva parte delle sue priorità in quel momento: bisognava riportarla a casa, spingerla a dormire e a raccogliere le forze per affrontare la sua famiglia e la vita quotidiana, di quella sera e di tutte le sere a venire.

Al volante, Luisa continuava a essere molestata da una fame rumorosa che la metteva a disagio: lo stomaco prendeva iniziative imbarazzanti, inappropriate per la situazione, non curandosi dell’aria molle e indolente con cui il capo di Paola poggiava contro il finestrino, in cerca di un sostegno, di un puntello. Le prese la mano, questa volta guardandola negli occhi, con intenzione. La trovò bollente e, per riflesso, con un gesto meccanico, quasi involontario, ripetuto chissà quante volte negli ultimi quarant’anni, le tocco la fronte. «Hai la febbre» disse. Paola non rispose nulla.
Guidò ancora in silenzio, poi annunciò:
«I bambini li vado a prendere io oggi pomeriggio, tu stai distesa e ti riposi. Hai qualcosa a casa per cena? A che ora torna Francesco?»
«Non torna a cena: ha la partita di calcetto il giovedì».
«Bene, allora restate tutti a dormire da me e torni a casa domani».
«Cosa gli dico?»
«La verità: che hai la febbre».

Luisa sfilò il termometro da sotto il braccio di Paola che la fissava, abulica, dal divano: 38°, e ancora tremava e batteva i denti. «Salirà ancora: questo è un bel febbrone» pronosticò stendendole addosso un’altra coperta «Vuoi qualcosa? Ho fatto del tè, ma è ancora caldo».
Paola rispose che non voleva niente, solo dormire; allora Luisa abbassò le persiane del salotto e fece per dirigersi verso la cucina.
«Mamma…»
«Dimmi».
«Mi accendi la televisione?»
«La televisione?»
«Sì, per piacere».
Luisa ubbidì reprimendo un commento sarcastico.
In cucina, la porta aperta per sorvegliare il salotto, si mise a lavare le tazze della colazione che aveva lasciato nel lavello prima di uscire; poi si sedette a tavola a sgranocchiare un biscotto. Le arrivavano brandelli di dialoghi del telefilm che Paola, forse, stava ancora guardando. Da lontano, quel corpicino rannicchiato e raggomitolato sotto tre strati di coperte avrebbe potuto avere qualsiasi età: solo una porzione di fronte e qualche ciocca di capelli spuntavano fra le pieghe della lana. Pensò a don Alberto, a tutto quello che avrebbe potuto, ma probabilmente non gli avrebbe mai raccontato di quella giornata. Allungò la mano verso un volantino sulla tavola: era il programma della messa della settimana precedente; non ricordava di averlo posato lì. Lo aprì distratta: Matteo 19, 13-15. Lasciate che i bambini vengano a me e non impediteglielo, perché di essi è il regno dei cieli. Guardò ancora in direzione del fagotto di coperte sul divano: Ma sì, certo, pensò sollevata, i bambini non hanno colpe, i bambini non vanno all’Inferno. E si versò un’altra tazza di tè.

 

Elena Rui (1980) è nata a Padova, ma vive a Parigi. In Francia ha sempre lavorato fra l’insegnamento dell’italiano e la traduzione/redazione di contenuti per il web. Nel 2013 ha vinto il Premio Malerba con la raccolta di racconti Fiale (Mup, 2014). Due suoi racconti sono apparsi su Rivista inutile e su Grafemi, il blog dello scrittore padovano Paolo Zardi.

  • condividi:

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altra narratività” numero sette

“effe – Periodico di altra narratività” numero sette

Archivio