“La passione secondo Matteo”

di / 16 marzo 2017

Cover_140x200+5mm

L’aria era satura di vapore acqueo. Sette persone galleggiavano al centro della vasca, come dei morti; un gruppetto di uomini sulla cinquantina e donne molto giovani stava invece fermo ai bordi – alcuni si baciavano, altri si massaggiavano con una sensualità a buon mercato. Il costume con i colori ufficiali dell’Ucraina – il giallo e lo sbiadito – che Matteo aveva comprato all’ingresso per l’equivalente di due euro era troppo stretto. Sentiva che gli elastici gli avrebbero presto mandato in cancrena le gambe, il tronco superiore, o il cervello. Si sentiva goffo, brutto, sgraziato: tante volte si era ripromesso di fare sport, ma il lavoro e la famiglia richiedevano la dedizione di tutto il suo tempo. Giulia, invece, aveva un costume celeste intero che si era portata da casa. Attorno ai fianchi aveva appoggiato una specie di pareo ricavato con un asciugamano, come se dovesse nascondere qualcosa. Era sovrappeso, e il seno era sceso, ma il solco in mezzo aveva una profondità che Matteo non riuscì a ignorare. Scesero nella vasca termale e rimasero appoggiati al bordo, in silenzio.
L’acqua calda sciolse tutta la tensione nel corpo di Matteo. Dal pavimento uscivano delle bolle leggere che lui lasciava scorrere lungo la schiena. Per un attimo chiuse gli occhi. Le voci sommesse delle coppie vicino a loro mescolavano inglese, tedesco, e la lingua sconosciuta che parlavano a Kiev. Per un po’ si lasciò cullare da quel brusio leggero; poi, assieme a Giulia, si spostò verso una piccola vasca rotonda, non più larga di tre metri, separata dalla vasca principale da un muretto. Là dentro l’idromassaggio faceva ribollire l’acqua come se sotto ci fosse un piccolo vulcano in eruzione; lentamente si lasciarono scivolare dentro a quel brodo primordiale e si piazzarono uno di fronte all’altra. Giulia rideva, sembrava una bambina. Appoggiarono le braccia sul bordo e lasciarono che le gambe risalissero galleggiando verso il centro della vasca. Non avevano peso. Dall’alto sembravano crocifissi nell’acqua. Poco dopo arrivò una donna bionda, con le sopracciglia accennate, le labbra sottili, la pelle liscia, e anche lei, dopo essersi ancorata con le braccia al bordo, si distese a pelo d’acqua.

Vista da quella prospettiva – da quel brodo caldo e gorgogliante nel centro di Kiev – l’Italia gli appariva come una promessa non mantenuta. La ricchezza era un miraggio, una carota davanti al muso di un cavallo con il paraocchi. Lui non lavorava per i soldi (non era questo il silenzioso rimprovero di Maura?), ma anche se sapeva che il motore della Gestam era un’avidità sfrenata e vana, era convinto che se i suoi colleghi avessero dimenticato il vero motivo per il quale lavoravano – un dovere etico verso la società nella quale vivevano, e il mondo nel quale sarebbero vissuti i loro figli – la spinta impetuosa dell’Occidente si sarebbe spenta.
Poco dopo un piede toccò il suo; lui si spostò ma il piede tornò a cercarlo e lo ritrovò con una determinazione invadente. Sollevò la testa: davanti a lui, Giulia teneva gli occhi chiusi e pareva non accorgersi di nulla. La donna invece si guardava intorno, facendo finta di niente. Era così che iniziavano le storie tra italiani e donne dell’est? Con un piede che ne accarezzava un altro? Era per quel genere di contatto che i suoi connazionali lasciavano le famiglie a casa, prendevano l’aereo, scendevano duemila chilometri più in là, e si lasciavano scivolare nelle acque calde delle piscine termali? A quell’ora i suoi figli erano appena tornati dalla spiaggia e aspettavano che la mamma finisse di preparare il pranzo: seduti sulle sedie un po’ traballanti della cucina, guardavano il vapore che saliva dalla pentola della pasta, il cielo fuori dalla finestra, oltre il parapetto della terrazza dove da giorni due tortore si corteggiavano. La sopravvivenza di quelle creature dipendeva dal padre in misura maggiore di quanto ciascuno sarebbe stato disposto ad ammettere. Lui, che non ne aveva mai avuto uno, conosceva quel vuoto.
Nonostante un’erezione che a fatica cercava spazio nel costume due taglie più piccolo, Matteo si alzò e tornò nella piscina grande. Giulia sollevò il busto e lo seguì ridendo. La donna rimase immobile: evidentemente, il rifiuto rientrava tra le possibili conclusioni di quel corteggiamento ortopedico.
Dopo dieci minuti, Matteo si stancò anche delle effusioni spudorate del gruppetto di uomini e ragazze che riempiva, sempre più numeroso, la vasca grande; tornò da Giulia e le disse che usciva, e che l’avrebbe aspettata fuori. Lei rispose che si sarebbe fermata ancora un po’.
In bagno, dopo aver svuotato la vescica in una turca, si piazzò sotto la doccia. Arrivarono il ragazzo che nuotava nella prima corsia della piscina olimpica e una delle due donne che facevano dorso. Si spogliarono completamente.
Sapeva che all’Est c’erano meno inibizioni – che già in Slovenia le docce erano miste e che la gente non si faceva problemi a togliersi tutto. Mentre si insaponava la testa, Matteo teneva lo sguardo basso, ma una vista laterale fuori dal suo controllo perlustrava i due corpi nudi ai suoi lati. Il ragazzo era muscoloso, e presentava un sesso scuro e circonciso; la donna, che probabilmente aveva la sua età, aveva un seno pieno e teso, capezzoli in rilievo, piedi abbronzati. Sulla natica sinistra aveva una voglia. Nei suoi gesti non c’era nulla di sensuale ma quella carne accanto a lui, così rosa, così vera, sembrava parlare una lingua antica e misteriosa. Non aveva mai visto una donna nuda da così vicino – una donna che non fosse sua moglie; ma la nuotatrice, a differenza di Maura, che era pudica e riservata, e che si sentiva in imbarazzo anche in costume, sembrava perfettamente a suo agio nella propria nudità: passava il sapone sulla pancia, sulle ascelle, sul pube, tra le dita dei piedi, nel solco tra le natiche, dietro le orecchie. Matteo aveva finito da un po’ di lavarsi, ma non riusciva a spostarsi: continuò, come fossero passati anni dall’ultima doccia. Prima che la donna finisse, arrivò Giulia, che li sorprese uno accanto all’altra: il ragazzo se n’era andato ed erano rimasti solo loro – lei nuda, lui con il suo ridicolo costumino gonfio sul davanti. Gli sorrise di sghembo, e negli occhi aveva qualcosa che a Matteo sembrò malizia e provocazione insieme; quindi appese l’asciugamano a un chiodo piantato nel muro e si piazzò anche lei sotto la doccia, dando le spalle a entrambi. Abbassò la parte alta del costume, scoprendo la schiena; con le mani si stava insaponando il seno, che Matteo non poteva vedere. L’acqua diventò improvvisamente bollente. Matteo salutò la donna con un cenno educato del capo, e grugnì qualcosa a Giulia, che girò la testa verso di lui e lo seguì con lo sguardo. Tornò nello spogliatoio, coprendo con l’asciugamano un’inutile erezione.

 

Questo passo è tratto da La passione secondo Matteo, il nuovo romanzo di Paolo Zardi, in uscita il 16 marzo per Neo Edizioni.

Paolo Zardi  (1970) vive a Padova. Ha curato l’antologia  L’amore ai tempi dell’Apocalisse  (Galaad, 2015)  e pubblicato racconti in diverse antologie. Suoi i romanzi brevi in ebook  Il signor Bovary  (Intermezzi, 2014),  Il principe piccolo  (Feltrinelli Zoom, 2015),  La nuova bellezza  (Feltrinelli Zoom, 2016). Nel 2012 ha pubblicato il romanzo  La felicità esiste  (Alet). Suoi racconti sono stati tradotti e pubblicati dalla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles). Con  Neo Edizioni ha pubblicato la raccolta di racconti  Antropometria  (2010),  Il giorno che diventammo umani  (2013) e il romanzo  XXI Secolo  (2015), finalista al Premio Strega 2015 e in numerosi premi nazionali. Lo stesso romanzo è stato tradotto in spagnolo col titolo  Las chimeneas ya no echa humo  (Tropo Editores, 2016). Cura il blog letterario  grafemi.wordpress.it.

La passione secondo Matteo: Una telefonata sveglia Matteo all’alba mentre è in vacanza con la sua famiglia.  All’altro capo la voce di un uomo che conosce appena.  Suo padre lo sta chiamando da un passato rimosso. Gli chiede di incontrare la sorellastra, che conosce appena e il cui unico ricordo è intriso di una sensualità acerba, e insieme raggiungerlo in una remota città ucraina. Matteo non sa ancora quanto quel viaggio lo porterà lontano, né se avrà la forza di realizzare l’ultima volontà di un uomo morente la cui assenza ne ha scolpito il carattere, le chiusure, la vita intera.
Come nell’opera di Bach, è l’umano il fulcro di questo romanzo. Un umano dimenticato, fatto di debolezze e rancori, di pulsioni e desideri, di una grazia terrena e scabrosa capace di contemplare dentro di sé il proprio contrario.
Dopo il successo di  XXI Secolo  (finalista  al Premio Strega 2015),  Paolo Zardi consegna al lettore una storia di rara intensità. La sua scrittura si immerge nella misteriosa sostanza degli affetti, ne percorre le profondità fino a toccare quel nucleo fondativo in cui le scelte hanno il peso delle colpe.

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