Le pietre

di / 13 aprile 2017

Nonno Ramaglia, che non era nonno di nessuno, come guaritore era reclamato in tutte le vallate all’intorno, e noto perfino giù in città, da cui ogni tanto venivano a cercarlo dirigenti con i crampi da ufficio, o sportivoni che si erano storti una caviglia facendo jogging ai giardinetti. Non si tirava indietro nemmeno di fronte a scoliosi, varicelle, gotte, emorroidi. All’occorrenza diceva la sua su certi tumori che nemmeno i professori degli ospedali avevano saputo diagnosticare. A Sostigno lo si chiamava spesso, anche solo per pregare per parenti lontani di cui si sapeva che non stavano bene.
Una delle sue debolezze, non so se poche o tante, è che aveva una gran paura della concorrenza. C’erano certi guaritori, in altre vallate non lontane dalla nostra, che ricorrevano a preghiere diverse dalle sue, si affidavano ad altre formule. Lui li detestava tutti, e ogni tanto metteva in dubbio l’efficacia dei loro rimedi, derideva l’opportunismo della loro fede. Sospettavamo che lanciasse loro delle maledizioni: ne conosceva di sicuro di terribili, diciamo delle preghiere al contrario, che tornavano buone per augurare del male alla gente, pronosticare disgrazie, fallimenti, o almeno momenti di abissale imbarazzo. Perché buono era buono, ma secondo noi con i rivali ci andava giù duro.
Nonno Ramaglia aveva già avuto il suo daffare per tutto il giorno con le vacche sepolte dalla valanga di roccia. I proprietari lo avevano implorato di pregare per ognuna di loro, nella speranza di trarne in salvo almeno qualcuna, e lui aveva snocciolato le sue tiritere, occhi chiusi, bocca vibrante, e non aveva smesso finché non era arrivato all’ultima bestia della lista. Nessuna era sopravvissuta al disastro, ma la stima nei suoi confronti non era mica diminuita per questo. Ora Nonno Ramaglia si sentiva un po’ stanco, come dire, usurato dal peso di tante sventure e frustrato per non aver potuto fare niente di utile. Aveva cercato di trarsi d’impaccio ripetendo «La vita è sofferenza» o «Siamo davvero povera cosa» a tutti quelli che avevano perduto una bestia, e quelle banali parole sembravano aver funzionato, perché avevano collocato il dolore carico di sconcerto in una dimensione accettabile. Anche in questo potere consolatorio stava, secondo molti, la forza di Nonno Ramaglia. Il quale ora, fiacco e anche un po’ ubriaco, osservava la pietra nera e lucida come metallo dei Saponara e cercava di penetrarla con il pensiero.
La osservava, e non sapeva bene come procedere. Fosse stata una gamba, o una zampa, avrebbe imposto le mani, avrebbe lasciato che ne sgorgasse il fluido magico, o quel che era. Fosse stata una risipola, avrebbe sciorinato una preghiera delle sue, bella lunga, una di quelle che nessun altro conosce. Ma con un sasso, che si fa?

 

Questo passo è tratto da Le pietre, il nuovo romanzo di Claudio Morandini, in uscita il 13 aprile per Exòrma.

Claudio Morandini, «uno dei romanzieri più competenti e spiazzanti nel nostro panorama letterario» secondo la rivista Pulp, è nato ad Aosta nel 1960. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Le larve (2008), Rapsodia su un solo tema (2010), A gran giornate (2012). A proposito di quest’ultimo, Paolo Morelli ha scritto su Il Manifesto: «Bisogna scovare negli anfratti i libri che affermano il potere conoscitivo della fantasia, libri innamorati che portano con sé le parole del mondo e ne propongono una lettura. Ogni volta è una contentezza trovarli, come nel caso di Claudio Morandini». Suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste o sono disponibili in rete. Collabora con il blog Letteratitudine e con le riviste online Fuori Asse, Diacritica e Zibaldoni e altre meraviglie. Il suo sito è http://claudiomorandini.com.

Le pietre: Tutto è in movimento in questo romanzo: sono sempre in giro gli abitanti del villaggio alpino di Sostigno, che salgono alle baite di Testagno e subito dopo scendono, in transumanze sempre più frequenti e frenetiche; si agita il fiume, anzi il torrente, che «certe anse se le inventa la notte, e la mattina le scopriamo come un regalo di Natale al contrario». Soprattutto, si muovono le pietre.
Certo, la vallata si è formata su detriti, su instabile sfasciume: ma il dato geologico non basta a spiegare i bizzarri fenomeni che da decenni coinvolgono i paesani, quella specie di iperattività del mondo minerale che moltiplica le pietre nei campi, nelle case, ovunque. I sostignesi, però, non se ne lamentano troppo, anzi cercano di sfruttare l’esuberanza pietresca a loro vantaggio.
Gli eventi recenti si intrecciano con la storia passata dei coniugi Saponara, cittadini in pensione approdati in montagna: è proprio in una stanza della loro “Villa Agnese” che si sono materializzate dal nulla le prime pietre, accumulandosi giorno dopo giorno in un crescendo tra Ionesco e Buster Keaton.

 

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