“Galizia”
di Martin Pollack

Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa

di / 18 luglio 2017

Dell’importanza della toponomastica ci accorgiamo solo quando capita di avvicinarsi ai confini; solo quando dal finestrino della nostra auto cominciamo a notare che città e paesi vengono indicati con il doppio nome, e a Bressanone si affianca Brixen; a Gorizia Gorica e così via. Nulla di strano, si dirà, del resto sono città di confine.

Immaginarsi di vivere in un luogo con non due, ma quattro nomi; un luogo non di confine, ma la capitale della più grande e popolosa provincia di un impero; immaginarsi, dicevo, di essere a Leopoli/Lemberg/L’viv/L’vov ci pone di fronte a un’evidenza: «Ogni nome della stessa città è una città diversa, a seconda di chi la vive. All’interno della stessa città ce ne sono molte altre – una tedesca, una ebraica, una rutena». Ed è tutta la Galizia raccontata da Martin Pollack (Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Keller Editore, 2017) a vivere di questa sorta di unità nella diversità, come fosse un motto che dovremmo ben conoscere ma che spesso ignoriamo.

Regione storica che oggi non esiste più e che inoltre condivide il nome con un’altra parte remota d’Europa – quest’ultima da anni sempre più frequentata da camminatori armati della conchiglia di San Giacomo – la Galizia che viene visitata da Pollack ci viene presentata seguendo i percorsi delle ferrovie imperial-regie fino alla Bucovina. Con minuzia e attenzione ai particolari, i luoghi, le persone e le culture vengono raccontate soprattutto per come apparivano prima della Grande Guerra, quando era da Vienna che si prendevano le decisioni su quelle terre che rappresentavano un importante baluardo geopolitico. Una tappa dietro l’altra, ci si immerge nella lettura di brani di romanzi, di vecchi articoli di giornale, di reportage. E sebbene nessuna lingua, religione o cultura sembri prevalere sull’altra, una in particolare lascia spazio alla malinconia e al risentimento: è la cultura ebraico-orientale, quella violentata, usurpata e scomparsa nel torno di pochissimi anni con la Shoah. Malinconia per tradizioni perse e risentimento per la nostra civiltà, che tutto ciò ha consentito. Un libro, come ricorda Claudio Magris nella postfazione, in cui il mondo raccontato «ha risvegliato l’interesse degli occidentali soltanto a partire dalla sua distruzione – forse anche, aggiungerei, almeno in parte, l’interesse di chi ha contribuito a distruggerlo».

Sebbene il racconto si svolga come un viaggio, non è un’opera che si possa godere a pieno se non si è stati frequentatori di Joseph Roth, Bruno Schulz, Paul Celan, e senza aver tratto da loro quelle suggestive immagini, quella fantasia di odori e sapori, quelle sensazioni sulla pelle che Galizia consente di ritrovare come un groppo allo stomaco, e che forse solo un vero viaggio consente di dischiudere appieno.

 

(Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, trad. di Fabio Cremonesi, Keller Editore, 2017, 256 pp, euro 18)
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LA CRITICA

Un itinerario godibile per chi è appassionato di luoghi e culture che non ci sono più. Un volume ricco di documenti e vecchi scritti che cercano di fa sopravvivere la Galizia austroungarica.

VOTO

7/10

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