“Anatomia di un giocatore d’azzardo”
di Jonathan Lethem

Una fiaba nera sulla crisi di mezza età

di / 31 luglio 2017

La fortuna è cieca, si dice. Alexander Bruno – il protagonista dell’ultimo romanzo di Jonathan Lethem Anatomia di un giocatore d’azzardo (La nave di Teseo, 2017) – non lo è ancora del tutto. Malgrado la comparsa di una macchia, che offusca progressivamente il suo campo visivo, questo dandy di mezza età, cinico e moderno, continua a fare ciò che gli riesce meglio nella vita: spennare ricconi avidi e pieni di sé giocando a backgammon in giro per il mondo, scortato dal suo inquietante manager Edgar Falk. Eppure, nel momento in cui inizia il romanzo, qualcosa non sta andando per il verso giusto. Bruno è reduce da una serie di clamorose e inattese sconfitte al tavolo da gioco in quel di Singapore, e ora deve giocarsela a Berlino con il “pollo” di turno: Wolf-Dirk Köhler. Incredibile ma vero: perderà anche questa volta e – a causa della famigerata macchia – finirà addirittura in ospedale. Cosa sta succedendo? Solo un po’ di sfortuna passeggera? Nient’altro che un semplice malore? Purtroppo no. Per Bruno è solo l’inizio della fine, con le sfide al tavolo da gioco a fare da metafora della lotta contro la morte di un uomo che avanza inesorabilmente verso la vecchiaia e – nello specifico – la malattia: «Il vero giocatore d’azzardo è lì per perdere, per testare la propria mortalità. Perché muore senza morire», ci ricorda lo stesso Lethem in una delle interviste rilasciate alla stampa durante l’ultimo Salone del Libro di Torino.

Più che a una banale lezione di anatomia, quella a cui assistiamo (e che concerne Alexander Bruno) è una progressiva mutilazione fisica e psicologica; una discesa nel sottosuolo dal gusto dostoevskijano di un uomo che «nella maggior parte della sua vita si è affidato alla sua bellezza e al suo carisma, sostituendoli alla capacità di vivere nel mondo». L’autore è molto crudele con lui – ammette lo stesso Lethem –, e nel romanzo gli arriva il conto da pagare, tutto insieme. Era questo l’obiettivo programmatico dello scrittore americano: «Volevo vedere quanto si può togliere a una persona pur facendola rimanere se stessa».

Attorno ad Alexander Bruno – che, come afferma l’autore, sarebbe «un misto tra alcuni amici del college e Geoff Dyer (l’autore britannico di Natura morta con custodia di sax, ndr)» –, ruotano vari personaggi piuttosto bizzarri e dai nomi a dir poco fantasiosi. Il già citato manager Edgar Falk, con inquietanti manie di esibizionismo – «mostrando lo sfacelo delle proprie carni decrepite Falk si appropriava del potere del tempo, punzecchiando gli uomini più giovani con lo spettro di quello che sarebbero inevitabilmente diventati» –; lo strambo compagno di scuola di Berkeley Keith Stolarsky e la sua minuta (ma dotata di un generoso décolleté) amichetta Tira Harpaz – questo nome esiste davvero e Lethem ha vinto la possibilità di usarlo a un’asta al liceo La Guardia –; la misteriosa donna tedesca Mädchen Abplanalp – altro nome autentico preso direttamente dall’elenco telefonico – la cui presenza fluttua nella vita di Alexander fin dalle prime pagine del romanzo; ma soprattutto: Noah Behringer, il chirurgo hippie fan di Jimi Hendrix, con tanto di sandali e coda di cavallo, che opererà Bruno per più di dieci ore nel tentativo di «aprire una porta nel suo volto» al fine di asportare il “meningioma” responsabile della macchia: «Mi hai chiesto di salvarti, ma per salvarti ho dovuto distruggerti. È questo che faccio», dice Noah ad Alexander, che non finiva in ospedale dall’età di undici anni e che dopo l’operazione si ritrova con la faccia ridotta a «qualcosa di simile a un impasto per il pane, gonfia e venata, qua e là tumefatta o afflosciata, in altri punti leggermente squamata, e rattoppata ovunque per aderire al contorno dello scheletro». Una porta, quella scavata a colpi di sega e bisturi dal “rock doc”, che diventa simbolicamente per Bruno un modo per tornare indietro nel tempo e riscoprire se stesso al di là della maschera elegante e impenetrabile che si era artificialmente cucito addosso.

Ma il vero protagonista del romanzo è la lingua di Lethem, fresca e rapida, ma nello stesso tempo molto precisa, in particolare quando si tratta di descrivere i dettagli del gioco del backgammon – passaggi che potrebbero risultare un pelino noiosi per chi non lo conosce affatto – o di fornire le indicazioni topografiche delle varie città che appaiono nel libro (Berlino e San Francisco in particolare). Ancora di più quando, nel raccontarci l’operazione chirurgica subita da Alexander, si serve con disinvoltura di specifici termini medici: «Mia madre morì quando ero adolescente – ricorda Lethem –, aveva un tumore al cervello, diverso da quello di Bruno, ma che ha inaugurato la mia fascinazione per la chirurgia e la neurologia».

Nonostante si tratti di un romanzo realistico – a parte i riferimenti alle misteriose capacità telepatiche di Bruno –, l’autore non rinuncia alla sua caratteristica vena postmoderna, impreziosendo l’intreccio – di per sé non ricchissimo di colpi di scena – con delle metafore fantasiose – definire la macchia come «un granchio reale acquattato dietro i suoi occhi» ne è un piccolo esempio –, simpatici riferimenti alla cultura popolare – da 007 al grande Lebowski a Jimi Hendrix – e gustose digressioni – per fortuna non esageratamente lunghe – come quella del “gioco dell’aereo” praticato da Bruno o quel dialogo in un locale «a forma di stronzo gigante» su come si mangia un hamburger; o ancora immagini difficili da dimenticare come la partita a Gin rummy con una suora al capezzale di un letto di ospedale. Senza dimenticare dialoghi grotteschi, come quando tolgono le bende dagli occhi di Bruno dopo l’operazione: «Devi aver pazienza se c’è qualche sovrapposizione, o qualche mosca volante». «Ti offendi se ti definisco mosca volante?» «Dipende. Quanti nasi ho?» «Lo stesso numero delle barbe, e metà degli occhi». «Sta già scherzando! E ha un ottimo aspetto, non è vero?».

Il continuo cambio di tono tra il romanzo dostoevskijano, o alla Ivan Il’ič, al fumettone postmoderno – unito a qualche battuta comica un po’ infelice, tipo questa: «Ho parlato persino con quella signora inglese, Claudia Benedict. Una brava persona, anche se non un’esperta in questo ambito, e meglio un uovo oggi, che… l’ha capita? Uova alla Benedict» – è forse l’unico vero punto debole del libro, seppur magistralmente concepito e realizzato: non sappiamo mai se credere davvero a quei personaggi e a quelle storie oppure no, quasi come se Lethem avesse paura di renderci tristi o di farci soffrire fino in fondo. Se fosse stato anche lui un giocatore d’azzardo, avrebbe rischiato di più.

 

(Jonathan Lethem, Anatomia di un giocatore d’azzardo, trad. di Andrea Silvestri, La nave di Teseo, 2017, pp. 436, euro 20)
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LA CRITICA

Fresco e spigliato, ricco di metafore fantasiose, di immagini surreali e di personaggi bizzarri, il decimo romanzo di Jonathan Lethem indossa una maschera, come quella del suo protagonista: il cinico e impenetrabile giocatore d’azzardo Alexander Bruno. Ciò che resta davvero, infatti, è l’inarrestabile caduta di un uomo di mezza età nel baratro della vecchiaia e della malattia e il suo tentativo di ritrovare sé stesso, prima che sia troppo tardi. Intenso e divertente.

VOTO

7,5/10

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