Storia di una mosca

di / 21 settembre 2017

Circa duecento anni fa, viveva a Kyoto un mercante di nome Kazariya Kyubei. La sua bottega si trovava sulla strada chiamata Teramachidori, un po’ più a sud del viale Shimabara. Aveva una serva di nome Tama, nativa della provincia di Wakasa. Tama veniva trattata con gentilezza da Kyubei e da sua moglie e sembrava sinceramente affezionata a loro. Ma non si curava di vestirsi bene come le altre ragazze, e ogniqualvolta aveva un giorno di festa, se ne usciva con i suoi abiti da lavoro, nonostante le avessero regalato diversi vestiti graziosi. Dopo essere stata a servizio dai Kyubei per circa cinque anni, lui le chiese un giorno perché mai non si preoccupasse di avere un aspetto gradevole. Tama arrossì al rimprovero insito in quella domanda e rispose rispettosamente: «Quando morirono i miei genitori ero bambina, e siccome non avevano altri figli, fu mio dovere di far celebrare il loro servizio funebre. A quel tempo non avevo i mezzi per farlo, ma decisi che le loro ihai[1] fossero portate al tempio e fossero celebrati tutti i riti non appena avessi avuto il denaro necessario per pagarli. E per assolvere a quella promessa ho cercato di risparmiare sui vestiti e le altre spese; forse ho risparmiato troppo, se lei mi ha trovato trascurata nella persona. Però sono stata capace di mettere da parte circa cento momme d’argento per lo scopo che le ho detto e d’ora in poi cercherò di presentarmi con un aspetto lindo. E dunque la prego di scusare gentilmente la mia negligenza e scortesia». Kyubei fu commosso da questa sincera confessione; e rispose alla ragazza con gentilezza – assicurandole che era libera di vestirsi come più le piaceva, e lodando il suo amore filiale. Subito dopo questa conversazione, Tama fu in grado di collocare le tavolette dei genitori nel tempio di Jorakuji, e far celebrare i riti appropriati. Spese così settanta momme[2], e i rimanenti trenta momme chiese di metterli al sicuro alla sua padrona. Ma all’inizio dell’inverno seguente si ammalò improvvisamente e, dopo una breve malattia, morì, nell’undicesimo giorno del primo mese del quindicesimo anno di Genroku (1702). Kyubei e sua moglie furono molto addolorati dalla sua morte. Ora, circa dieci giorni dopo, entrò nella casa una gran mosca e prese a volare incessantemente attorno al capo di Kyubei. Questo lo sorprese molto, giacché normalmente non ne compariva neanche una nei mesi del grande freddo e mosche così grandi si vedevano raramente, se non durante la stagione calda. Quella mosca infastidì Kyubei al punto che decise di catturarla e metterla fuori di casa – stando attento a non farle male in alcun modo, poiché era un devoto buddhista. Ma quella tornò ben presto; fu di nuovo presa e buttata fuori, e però entrò in casa per la terza volta. La moglie di Kyubei trovò la cosa molto strana. «Mi domando – disse – se non sia Tama» [sì, perché i morti – in particolare quelli che passano nello stato di Gaki[3] – talvolta ritornano, in forma di insetti]. Kyubei rise e le rispose: «Forse potremmo provare a farle un segno di riconoscimento». Catturò la mosca e, con le forbici, le tagliò una piccola parte della punta delle ali – dopo di che la portò a una certa distanza da casa e la liberò. Il giorno seguente la mosca tornò. Kyubei si chiese nuovamente se ciò non avesse un significato sovrannaturale. La catturò una seconda volta, le tinse di rosso il corpo e le ali, la portò molto più lontano del giorno prima e la lasciò libera. Ma due giorni dopo ecco che tornò, tutta rossa com’era. A quel punto Kyubei non ebbe più dubbi. «Credo che sia Tama – disse – di certo vuole qualcosa, ma che potrà mai essere?». Sua moglie rispose: «Ho ancora trenta monete, dei suoi risparmi. Forse vuole che offriamo quel denaro al tempio, per un servizio funebre in onore della sua anima. Tama era sempre così preoccupata della prossima vita!» Detto questo, la mosca cadde dalla finestra di carta sulla quale era posata. Kyubei la raccolse e vide che era morta. Dunque marito e moglie decisero di recarsi subito al tempio e donare ai sacerdoti il denaro della ragazza. Misero il corpo della mosca in una scatolina e la portarono con sé. Jiku Shonin, il primo sacerdote del tempio, nell’apprendere la storia della mosca decretò che Kyubei e la moglie avevano agito nel modo giusto. Poi Jiku Shonin celebrò una cerimonia Segaki[4] per lo spirito di Tama; e sul corpo della mosca vennero recitati gli otto rotoli del sutra Myoten. La scatolina contenente il corpo della mosca fu sepolta vicino al tempio; e in quel punto fu collocato un cippo funebre con un’iscrizione appropriata».

[1]Tavolette funebri su cui viene scritto il nome buddhista del defunto.
[2]Antica unità di peso (ancora in uso per le perle di coltura).
[3]Stato dell’esistenza di “spiriti affamati” caratterizzati da una brama insoddisfatta.
[4]Cerimonia funebre atta ad aiutare gli spiriti che si trovano in una condizione di gaki.

 

“Storia di una mosca” è tratto da Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano, una selezione di racconti dal libro Insect studies di Lafcadio Hearn, in uscita il 21 settembre per Exòrma.

Lafcadio Hearn, (1850-1904) celebre giornalista e scrittore. Nato sull’isola di Lefkada e vissuto negli Stati uniti fino al 1890, passò il resto della vita in Giappone naturalizzato con il nome di Koizumi Yakumo. Con i suoi scritti offrì all’Occidente alcuni dei primi scorci del Giappone pre-industriale e dell’epoca Meiji, la sua opera risulta ancora oggi un’inestimabile fonte di conoscenza.

Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano raccoglie alcune tra le più belle prose scritte da Hearn durante la sua vita in Giappone, una terra in cui gli insetti erano apprezzati come nell’antica Grecia.
Farfalle, zanzare e formiche diventano l’occasione per evocare letteratura, poesia e leggende. Sono pagine di una scrittura raffinata ed elegante; storie deliziose e insolite che gettano uno sguardo profondo sul Giappone dell’Ottocento, sulle sue credenze e sul la cultura popolare. Hearn descrive, con spiritosa eleganza e acuto senso di meraviglia, il canto del grillo, i l volo spettrale delle libellule,
cita l’haiku entomologico del Giappone classi co e misterioso e ricorda i racconti buddisti in cui le anime degli insetti e quelle degli uomini non sono mai lontane.

 

 

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