“Il ragazzo morto e le comete”
di Goffredo Parise

Il romanzo d’esordio dello scrittore vicentino

di / 28 settembre 2017

Nel 1951 Goffredo Parise aveva poco più di vent’anni e un libro già dato alle stampe. Il romanzo si intitolava Il ragazzo morto e le comete e l’editore era Neri Pozza, che nulla aveva potuto contro la sicurezza di Parise quando, testardo, aveva rifiutato ogni tipo di modifica o correzione al testo «con l’ostinazione spavalda di chi ha davanti una vita intera e si ripromette di trarre da questa nuove esperienze ed opere». È un Parise ragazzo, quello che scrive, e appena adolescenti sono i suoi protagonisti. Quei ragazzini che nell’incipit di Il ragazzo morto accendono fuochi con foglie fradice nei cortili della città – presumibilmente in una provincia veneta vicina ai luoghi dell’autore – incarnano il ricordo che il giovane Goffredo ha di sé a quell’età e costituiscono il centro della sua osservazione.

Il ragazzo di quindici anni, questa entità di cui non è dato scoprire il nome nel corso delle 158 pagine del romanzo, è il protagonista del racconto ma sembra, spesso, nient’altro che una figura silenziosa che si aggira tra la materia viva del libro e le rovine lasciate dalla guerra. Siamo dentro i suoi pensieri, conosciamo il suo immaginario, i volti, i luoghi e le esperienze in cui ricerca la propria idea di felicità – come «le gambe chiare di fanciulle» – solo il suo racconto ci arriva mediato dal discorso indiretto. Lo seguiamo nelle sue peregrinazioni: tra le fabbriche all’abbandono, in un abbaino veneziano, poi al centro dell’architettura inventata di Piazza San Marco, fino a che la narrazione pare indietreggiare. Ora lo vediamo disteso accanto a un tronco d’albero; le suole delle scarpe, consumate a forza di correre, hanno ceduto il passo alla morte. Sappiamo che un proiettile dalla traiettoria sbagliata gli ha forato la testa, e che ora giace a terra, attraversato da «grumi di vaghi pensieri». Se il corpo è in lento disfacimento, il ragazzo di quindici anni non ha perso invece il flusso incessante di pensieri che già lo attraversava in vita.

I suoi amici – Giorgio, Abramo, Antoine e Fiore – mai rassegnati all’idea di averlo perso, continuano a cercarlo nella città fantasma, dove a vivere è ormai solo il ricordo, dove possono ancora sperare di sentire l’eco della sua voce tra i canali malmessi o tra i suoni lontani del cinema parrocchiale. Le immagini di questi ragazzi che hanno cominciato a fumare sigarette americane e ad avere rivoltelle vere e che vagano tra le macerie e la cava di lignite, cercando di scacciare il demone della morte che la guerra ha innescato, riportano alla mente certe sequenze di Germania anno zero, come se Parise realizzasse registicamente una serie di primi piani frontali e registrasse le voci in presa diretta. Il tutto calato all’interno di una narrazione surrealista, fatta di abiti di broccato e animali notturni come bestie da compagnia .

La sensazione che accompagna il lettore è, sin da subito, quella di un equilibrio instabile, il sentore che ogni gesto compiuto possa essere esperienza prima e conclusiva. Alla meraviglia della scoperta che segna l’età adolescenziale – tempo di sentimenti vivi e improvvisi, di impulsi e individuazione di sé – corrisponde un’appena percettibile timore dell’inesorabile scorrere del tempo. L’impeto dettato dalla novità è così scandito, lungo le pagine, dal rapido procedere del granello di sabbia nella clessidra. Il ragazzo di quindici anni dovrebbe avere «un’intera vita davanti» ma, ancora vivo, trema di fronte alle cose mai viste prima. Al brivido dell’ignoto si oppone la forza della rievocazione di ciò che ha vissuto ancora piccolo. Il protagonista sembra essere legato a un certo tipo di memoria involontaria, proustiana, che gli restituisce i ricordi nel loro valore soggettivo. Queste reminiscenze di cui il libro è composto, questo procedere a tentoni nell’inventario nostalgico delle cose già viste e vissute si realizza in una serie di immagini che il ragazzo richiama, di impressioni piene che cercano di restituirgli il tempo non compiuto, quello perduto. Alla fine, nel suo caso, vince la paura: tremenda, si insinua nel lettore quando apprendiamo che la morte del ragazzo, più volte adombrata, si è fatta cosa reale e ineluttabile, che tutto ciò che di lui rimane se lo sta riprendendo la terra. Tra i vivi, invece, il tempo resta fermo all’adolescenza, a quell’istante-eternità in cui il ragazzo di quindici anni si era ritrovato all’improvviso a combattere le incertezze e i timori che traghettano all’età adulta. In tutta la sua magnifica contraddizione si erge il prodigio di quell’età in cui, dice Parise, «è giusto vedere il mare», inteso come l’ampiezza e insieme l’abisso della vita di là da venire.

(Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, 1951)
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