“Lo stupido che canta”
di Il Deli

Esordio pieno di contaminazioni: troppe?

di / 24 ottobre 2017

Cover de Lo Stupido che Canta su Flanerí

La domanda sorge spontanea ascoltando nella sua interezza questo disco: chi è davvero il cantautore che si fa chiamare Il dEli, al secolo Roberto Deliperi, italiano di nascita ma da anni cittadino di Londra?Questo album d’esordio dallo spiazzante titolo Lo stupido che canta rappresenta una sorta di compendio in dodici tracce (anzi, undici e mezzo visto che un brano è numerato 9,5) della storia e dei suoni e della musica italiana e internazionale negli ultimi trent’anni.

«La scrittura di questo album è stata frutto di una necessità spontanea»,racconta il polistrumentista piemontese. «Quando mi sono trovato a comporre questo disco mi è venuto automatico metterci dentro tutte le influenze che ho avuto fin da quando, da piccolo, ho iniziato ad apprezzare la musica». C’è di tutto dentro le canzoni di questo cd, ogni brano ha dei richiami, delle citazioni che ti fanno sovvenire altro. Nulla di nuovo o innovativo, eh, ma ben fatto con i piedi nel presente e il cuore lasciato smarrito in altri decenni.

«È proprio vero che a un certo punto la musica ha smesso di evolversi?», si chiedeva Simon Reynolds nel suo saggio del 2011 titolato Retromania.

«Reunion più o meno riuscite, coverband, ritorno del vinile, la nostra epoca è segnata dal prefisso re: re-vivals, re-issues, re-makes, re-anactments, re-unions. La nostalgia blocca la nostra capacità di guardare avanti? E se a un certo punto ci trovassimo a corto di passato?», continuava il grande critico britannico nel suo libro.

Ci sia perdonata la citazione, ma questo disco de Il dEli sembra la rappresentazione plastica dell’analisi di Reynolds. Siamo alla pressochè totale trasposizione temporale del nostro autore all’interno degli ambienti sonori che ogni brano celebra. Si trova il Battisti degli anni panelliani ma anche accenni a quelli grandiosi di Mogol (“Crash” ). C’è Ivan Graziani e c’è la scuola cantautori di De Gregori e Bassignano nel mitico Folk Studio (“Stefania”), c’è la new wave anni ’80 (“Una Metà Non Ho”), il britpop, il reggae moderno (“London Sun”), lo swing di Caputo e l’elettrodisco. C’è Gino Paoli e ci sono nientemeno che le citazioni floydiane (la parte finale di “Blues D’Amore”).

Dodici tracce per dodici capitoli e ambienti sonori che non rispondono alla domanda che fa da incipit a questo articolo, ma che risultano un più che piacevole ascolto. La perplessità è probabilmente tutta nella difficoltà di chi scrive in quanto giornalista. La nostra brutta razza di reporter è verosimilmente troppo abituata a incasellare un artista dentro il recinto di un genere, di un’etichetta, di un aggettivo: chi è davvero il dEli? Cosa fa? qual è l’anima vera di Roberto Deliperi che questo disco lo ha pensato e realizzato? E ancora: che linea di demarcazione c’è tra un lavoro     discografico realizzato per necessità artistica e uno che può apparire studiato a tavolino con brani ciascuno isolato dal resto ma così qualitativamente e stilisticamente ben fatti? Domande che sorgono insieme a qualche incertezza su testi che a tratti inciampano e non riescono ad essere all’altezza dei “padri.

Il lavoro su disco di questo giovane menestrello classe 1976 è il compito ottimamente fatto di un alunno ben dotato e attentissimo a cogliere le sfumature e la lezione dei grandissimi della musica, supportato da una produzione eclettica, da musicisti capaci di suonare discretamente cose molto differenti tra loro. Se non avessimo i file mp3 dell’album numerati ed allineati dentro la cartella di Window Media Player, ci sembrerebbe di ascoltare la playlist di un’emittente radiofonica, di Rai IsoRadio e non l’album di un singolo artista. Tanta carne al fuoco, insomma. Ci siamo divertiti ascoltandolo e così immaginiamo un suo concerto come una festa per un pubblico onnivoro e appassionato di musica che in una volta sola si troverebbe davanti una decina di cover band sullo stesso palco.

Noi che non amiamo le cover band e che le riteniamo (generalizzando ed esagerando sia chiaro) la morte della musica, saremmo orientati a storcere il naso davanti a un lavoro discografico così. Ma nel caso specifico questo lavoro si è trasformato per noi in puro divertissement musicale. Dopo questo parco giochi di suoni e colori però, dopo questo disco policromo, quello che ci sentiamo di consigliare a Il dEli è di fare un serio discernimento della propria reale indole artistica, del proprio talento (che c’è, diamine!) e di trovare e seguire un proprio percorso musicale e di scrittura, di approfondirlo e di prendersene cura.

(Lo stupido che canta, Il dEpi, Pop-Rock)

  • condividi:

LA CRITICA

Un disco divertente e divertito, un parco giochi di suoni e colori, un compendio di musica della così detta Retromania. Il polistrumentista Deliperi è bravo, ma chi è il vero Il dEli? Cercasi propria strada disperatamente.

VOTO

6,5/10

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altre narratività” numero nove

“effe – Periodico di altre narratività” numero nove

Archivio