Microcosmo in blue

“La donna che pensava di essere triste” di Marita Bartolazzi

di / 6 dicembre 2017

Capita più di qualche volta nella vita di imbattersi nella sensazione di essere spezzati, di non riuscire a mettere d’accordo le parti della nostra anima che reclamano attenzione. E se c’è un momento in cui è più facile avere accesso a questi anfratti impervi, è il sogno con la sua atmosfera rarefatta. Provare a immaginare che effetto fa trovarsi faccia a faccia con i propri nessuno e centomila è all’incirca quello che accade leggendo l’esordio narrativo dell’autrice romana Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste (Exòrma, 2017) che trova il fulcro nella divagazione onirica e arricchisce il prezioso catalogo dell’editore, dedito all’esplorazione del viaggio in tutte le sue declinazioni.

Protagonista della storia è una donna che non ha altro nome né connotazione se non il pensare di essere triste. «La sua tristezza aveva forma di tondi e di losanghe e, attraverso quelle losanghe e quei tondi, lei la guardava come fosse un panorama, o uno scorcio di paesaggio da sbirciare dall’alto»: più che un ineffabile stato d’animo, la tristezza assume qui i contorni di un oggetto tangibile, geometrico, diventa una porzione dell’esistente, un quartiere da abitare e ha un inventario di regole e situazioni, cibi, rumori, colori e indumenti che possano definirla e renderla percettibile attraverso tutti e cinque i sensi.

Nel microcosmo immaginato da Marita Bartolazzi, la tristezza è anche l’unica chiave che la protagonista possieda per relazionarsi con gli altri personaggi: diventa un linguaggio, uno strumento per uscire dal proprio labirinto interiore e venire a contatto con il mondo esterno. Nel suo percorso lungo questa geografia della tristezza – da cui non è opportuno aspettarsi un incedere lineare – la donna che pensava di essere triste sarà accompagnata da una galleria di personaggi bizzarri: un sarto dal quale farsi cucire una coperta di tristezza, un gatto parlante che dispensa perle di saggezza («Il senso di ogni cosa sta in quello che non si dice»), un monumento animato a cui chiedere in prestito la testa, ma soprattutto diverse altre sé stessa che appaiono come brandelli della sua vita passata, dimenticati o abbandonati qua e là nel corso del tempo.

L’azione è condensata in poche situazioni al limite del nonsense, come quando la donna deposita al parco il suo cuore legato con uno spago per fargli prendere aria, oppure l’andirivieni dal supermercato dei sogni dove fa la spesa ogni giorno – vi si trovano sogni per tutti i gusti e di tutte le dimensioni, ingombranti e difficili da maneggiare oppure tascabili, adatti per i viaggi – e dove può prendere in prestito zattere e mari in tempesta per andare alla ricerca di spazi vuoti da riempire con i propri ricordi.

Per raccontare questa storia, l’autrice sceglie la forma della fiaba e riesce, senza mai risultare leziosa, a padroneggiare la lingua evanescente dell’onirico, la cui grammatica non impone di trovare il termine giusto per tutto perché «solo le cose senza nome e parole sono vere». Leggendo La donna che pensava di essere triste sembra di percorrere un passo più in là oltre quello che crediamo di conoscere e si ha l’occasione di riflettere sul modo in cui diamo forma ai ricordi, su tutte le volte in cui smontiamo e ricostruiamo la nostra vita, e soprattutto su quanto sia importante non rinnegare la tristezza, ma piuttosto saperla riconoscere e accoglierla come qualcosa che ci appartiene nel profondo. Provando ad affrontare anche le giornate in cui sentiamo «il mondo come un grosso posto vuoto e senza senso» e imparando a esplorare «il territorio del possibile» attraverso l’immaginazione.

 

(Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste, Exòrma, 2017, pp. 156, euro 13,50)
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LA CRITICA

Un romanzo blue, una fiaba per grandi che riesce a raccontare la tristezza senza il bisogno di intristire.

VOTO

7/10

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