Lord(e), why

Melodrama, l'ultimo album di Lorde

di / 12 dicembre 2017

Copertina di Melodrama su flaneri

Quest’estate è uscito Melodrama di Lorde, l’album che ha innalzato la Yelich-O’Connor a immacolata custode del crossover tra pop, house e underground. Consci tutti del fatto, Melodrama ha riscosso un enorme successo per aver, a onor del vero, impacchettato un album di gran fruibilità. Ugualmente vero è che prima di lei, ed esattamente come lei, lo avevano fatto le ultime due generazioni di MTV, se non tre, e la tragedia è stata non solo che Melodrama non provava nemmeno a non essere una loro copia rispolverata, ma piuttosto che la critica ha totalmente bypassato questo aspetto.

La questione non è chiara. Bisogna cercare di capire quale sia stato il momento esatto in cui la critica musicale ha iniziato a piegare il proprio gusto sulla base di chi stava avendo la meglio; capire che tipo di compromesso abbia fatto con le proprie aspettative e in quale lega abbia iniziato a gareggiare.

Melodrama è musicalmente di una banalità imbarazzante. I missaggi sembrano uscire direttamente da una hit del 2006, con la stessa identica dose di spavalderia ereditata dalle tute rosa anni Ottanta. Superficiale nella scelta del piano, di quel piano, dei remix basilari, dei testi degni della peggior boy band degli anni 2000 (da «but what will we do when we’re sober?» a «I’m your sweetheart psychophatic crush»). L’intero lavoro scivola tra le classiche ballate da pop star in accidentale introspezione e pezzi esplosivi da superbowl, tra virtuosismi vocali accompagnati dal pianoforte (“Liability”, “Winter in the dark”) e sillabazioni ritmate dalle linee di percussioni o dalle accelerazioni elettroniche (“Green Light” e “Sober” ). Chiaramente qua e là l’immancabile spruzzata hip hop a creare il gusto perfetto (“Homemade Dynamite”). La sensazione costante è che si assista a una serie di riproposizioni di un modello che prescinde totalmente dall’elaborazione dell’eredità e dalla sua manipolazione. Lorde è il più maturo esempio di assenza totale di produzione artistica, l’esempio di come si possa vestire perfettamente un certo mondo senza dare niente di più.

Non sono di certo la tematica della rottura, l’atmosfera high school e l’approccio adolescenziale a essere il problema. Gli album di formazione, tanto quanto i romanzi, hanno da sempre un potenziale artistico con pochi eguali. Ma la fluorescenza e l’edonismo che vengono sparati a caso per tutta la durata dell’album, e ammorbiditi poi da sporadiche recollections in tranquillity , riducono per l’ennesima volta l’esperienza di crescita femminile – e di adolescenza in generale – alle dinamiche della break-up song, dello sballo e della ribellione iperindividuale. Il problema è che si sta perdendo di vista la differenza tra giovane fenomeno e fenomeno immediato. L’incognita della critica mondiale positiva, inaspettatamente naif, falla l’intero sistema ascolto-ricezione che dovrebbe, piuttosto, guidare.

L’unica spiegazione possibile è che probabilmente è vero che la rivalutazione dell’attitudine pop ha portato alla rottura definitiva della lente di filtraggio e alla brusca deviazione di prospettiva. All’esasperazione mostruosa di estetiche ritrite che trovano la loro forza proprio nell’essere quello in maniera spavalda, vanitosa, volutamente approssimativa. Sembra di trovarci davanti a quella che si potrebbe definire la dialettica del commerciale: lo schernimento iniziale da parte della critica musicale, che si occupava di altro e aveva un altro target; la condanna violenta successiva, di quando ci si è resi conto che un certo pop stava straripando dai suoi ambiti e confini; l’assimilazione finale, quando gli si è riconosciuta la portata culturale. Un tentativo di giustificazionismo storico, di salire sul carro del vincitore tentando una riabilitazione hipster delle paillettes, magari accostate a un cappello retrò e a camicie dai colori pastello.

D’altronde Lorde non fa se non il suo, esattamente come Taylor Swift o Lana Del Ray hanno sempre fatto e, esattamente come loro, raccoglie gli spropositati frutti di una semina facile. Non è la prima volta che ci si trova davanti ad una febbre del genere. E vada pure bene la contaminazione, vada più che bene la fruibilità musicale, l’abbandono di elitarismi inutili e la pop-olarizzazione della musica. Ma che sia reale e non posticcia, che sia da stimolo e non da freno, e che non riduca tutto a un laissez-faire dagli esiti invasati.

(Melodrama, Lorde, Pop)

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LA CRITICA

Per essere un album commerciale ha tutte le carte in regola per un successo a lunga durata. A patto che sia riconosciuto come tale e non lo si carichi di meriti ulteriori.

VOTO

5/10

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