Storie di una Sardegna arcaica, tra fantasia e realismo magico

“Il venditore di metafore”, il nuovo romanzo di Salvatore Niffoi

di / 1 febbraio 2018

copertina di Il venditore di metafore di Salvatore Niffoi

Il venditore di metafore di Salvatore Niffoi (Giunti Editore, 2017) è uno di quei casi in cui la copertina – per non parlare del titolo – trae in inganno. Presentarlo, come viene fatto, come una grande metafora in salsa sarda del potere delle storie, contrapposte al potere dello storytelling, non permette di intuire la ricchezza del pensiero che sta alla base del testo.

«I monti, gli alberi, i fiumi e le fattucchiere lo sapevano da sempre che un giorno sarebbe arrivato il contacontos, l’uomo che avrebbe campato vendendo storie di paese in paese, di casa in casa». I racconti si intrecciano alla vita del cantastorie Agapitu Vasoleddu, detto Matoforu, figlio di nessuno, originario di Tilipirches, «paese attaccato al culo della montagna come una cavalletta e che per questo si chiamava così». Ma dietro alle diverse narrazioni che si alternano nel testo, c’è la ricerca di una forma letteraria per rendere un mondo che non esiste più, ma che continua a essere parte di noi.

Per questo se si è forestieri, se non si ha familiarità con la Sardegna e con la lingua sarda, ci vuole un po’ di tempo per adattarsi, e occorre affidarsi completamente alle mani dell’autore. Ma quando lo si fa, quando si segue Matoforu nel suo viaggio sull’isola e ci si abbandona alle sue storie come i paesani che si siedono ad ascoltarlo, si viene catturati in modo irresistibile come da una malia: qualcosa che ha radici lontane nella nostra cultura, che ci parla di quello che siamo davvero, in profondità.

Nei nomi, nei luoghi, nei personaggi che incontriamo c’è un che di affascinante e sinistro che si trova nei racconti popolari del Mediterraneo, così diversi dalle storie del Nord Europa che formano il nostro immaginario contemporaneo. Storie di nani e inventori, di grandi passioni e odio feroce, in cui a un realismo magico di sapore sudamericano si mescolano il fantastico e l’orrore, sullo sfondo di una terra che è matrigna – spazzata da venti gelidi, spaccata da un sole accecante – e al contempo l’unica madre possibile.

Il contacontos porta il lettore in un mondo premoderno, sospeso in un passato indefinito in cui povertà e ricchezza si misuravano con il numero di pecore e gli ettari di terra posseduti, in cui la vita e la morte dipendevano dalla natura e Dio guardava dall’alto le azioni dell’uomo – e lo stesso facevano i compaesani dalle loro finestre, punendo chi non seguiva le regole.

Un mondo non solo pre-globalizzato ma anche pre-coloniale, in cui gli italiani, «quelli del continente», sono visti come invasori, nelle figure antagoniste dei carabinieri e dei funzionari dello Stato, mentre l’unica vera autorità è quella del prete e della Chiesa.

Non è un caso che anche il rapporto con la lingua italiana risulti conflittuale. Salvatore Niffoi, esponente di quella che viene chiamata la Nuova letteratura sarda, trova una sintesi felice tra due opposte necessità: scrivere in una lingua sentita davvero come propria, una lingua dell’anima, per così dire – l’unica adatta a raccontare le storie dei paesi della Barbagia – e dall’altra comunicare e farsi comprendere anche da chi sardo non è.

Il venditore di metafore è così davvero una metafora, ma di un mondo scomparso che in molti forse stanno ancora cercando.

 

(Salvatore Niffoi, Il venditore di metafore, Giunti, 2017, p. 192, 18€)
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LA CRITICA

Un romanzo affascinante anche per un lettore non sardo, quando ci si affida alle parole e alla lingua dello scrittore.

VOTO

8/10

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