La mistica della felicità

"I favolosi anni '85" di Simone Costa

di / 30 aprile 2018

«Per un istante un pensiero gli attraversò la mente, il concetto alla base de I favolosi anni ’85, e cioè che il meglio fosse passato e rievocarlo in ricordi privi di disperazione potesse essere l’unico modo per affrontare un presente insoddisfacente».

Anche il primo romanzo di Simone Costa, Precipitare (Bordeaux, 2015), ha come protagonista un giovane alle prese con l’impudente mondo dello spettacolo, dove arte e creatività si scontrano con le inumane leggi del mercato. Fino alla fine inaspettata della sua storia, infatti, Nick Donati cercherà di sopravvivere dignitosamente, arrancando, tra amori difficili e disillusioni esistenziali. Con I favolosi anni ’85 (Edizioni Spartaco, 2017) Simone Costa – conduttore e autore – racconta un’altra storia dove la soggettività del protagonista viene mortificata dal contesto, sia interpersonale che professionale. Questo giovane, come d’altronde altri della sua generazione, sembra credere ai sogni. Simone Costa scrive un libro intrinsecamente generazionale, perché quegli anni si raccontano a seconda di quando si vive o si è vissuto. Gli anni Novanta e i nostri giorni, per certi versi, sono stati o sono perfino più favolosi degli anni ’85, anche se cambiano i nostri feticci. Con il mondo globalizzato e la nascita degli individual media, la radio ormai ha perso quasi del tutto il suo potere comunicativo. A quella altezza cronologica, ormai trent’anni fa, molte soggettività sono state felici insieme, o comunque conservano del loro passato, una volta cresciute, solamente i momenti sereni.

Ora si tratta di capire se quella felicità fosse realmente esistita.

Il peso sociale e culturale della radio come mezzo di comunicazione ha vissuto una parabola discendente che va dalle emittenti rivoluzionarie e ideologiche degli anni Settanta a quelle impantanate nel riflusso stantio degli anni Ottanta. La trasmissione di grande successo chiamata I favolosi anni ’85 è esattamente questo, ovvero uno spazio dove con grande nostalgia vengono condivisi i ricordi mistificati di una giovinezza perduta che si vuole ricordare sempre come bella e piena di vita vera.

Il protagonista Marco Cocco partorisce però un aborto. La sua idea per la trasmissione si traduce in un programma radiofonico tristemente convenzionale, un coacervo di luoghi comuni quasi archetipici in cui gli ascoltatori possono crogiolarsi e rimpiangere una realtà falsa che nasce postuma, dopo che il tempo dell’esistenza ha soppresso e nascosto il dolore in un ricordo felice.

Dal dialogo grottesco e surreale con il futuro datore di lavoro al divismo asfissiante del conduttore Charlie Poccia, in un continuum di umiliazioni e mancanze di rispetto affiancate dal fantasma di una vecchia relazione amorosa, Marco cercherà di sopravvivere senza lasciarsi annientare dalla vita, resistendo a tutte le speranze tradite e alle illusioni che vivrà durante il corso del romanzo.

Neanche Irene Castello, la protagonista di una seconda storia apparentemente parallela che accompagna la prima, ha un rapporto sano con la felicità. Vive una metamorfosi anzitutto fisica attraverso una malattia sconosciuta al suo udito da cui scaturiscono le più strane meditazioni, piuttosto circolari, accomunate da una sensazione patente di incomunicabilità. Irene soffre perché non sa parlare con gli altri, nonostante i suoi disperanti tentativi di aprirsi all’alterità e di comprendere il senso delle cose.

Marco e Irene si chiedono cosa sia la felicità, nonostante tutto. Nei favolosi anni ’85 quella felicità, vera o fittizia, forse era possibile. Se pensassero al presente, piuttosto, sarebbero realmente felici?

 

(Simone Costa, I favolosi anni ’85, Spartaco, 2017, pp. 160, € 10.00)
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LA CRITICA

Anziché porci la domanda suggerita dalla copertina: Può quest’uomo salvare i nostri ricordi?, dovremmo chiederci: Sono questi i nostri ricordi? Simone Costa scrive un finale che salva il suo libro.

VOTO

6,5/10

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