I canti del diluvio

Intervista a Leonardo Malaguti, autore di “Dopo il diluvio”

di / 21 giugno 2018

copertina di Dopo il diluvio di Malaguti

«Nessuno ha ancora capito che il diluvio e l’allagamento sono stati un avviso, nessuno ha capito il messaggio: Dio si è messo avanti col lavoro, perché è meglio se il collasso avviene per gradi». Il romanzo d’esordio di Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio (Exòrma Edizioni, 2018), finalista alla terza edizione del Premio Neri Pozza, è una storia assai difficile da inquadrare. I personaggi, moltissimi, sembrano usciti da un libro di Günter Grass o da un quadro fiammingo di Bruegel, e abitano un piccolo villaggio mitteleuropeo di fantasia incastrato chissà dove e vessato da un vero e proprio diluvio. All’acqua segue una ridda di eventi, fra il comico e il grottesco, che rende il libro una continua sorpresa, un canto corale pregno di umanità popolare. Lanciato al Salone del Libro di Torino, il romanzo ha avuto un presentatore d’eccezione: Massimo Gramellini. Malaguti, classe 1993, è attivo in diversi campi, dal teatro alla scrittura drammaturgica, passando per la regia di cortometraggi.

Ci potresti raccontare l’origine di questo romanzo?

Il libro è nato, prima di tutto, dal desiderio di provare a scrivere un romanzo. Fino a quel momento avevo scritto soltanto racconti.


E poi, che cosa è successo?

Ero arrivato a scrivere un racconto di cinquanta pagine e poi, finito quello, ho pensato che era ora di provare a fare il salto. I racconti erano molto strani, surreali; per il primo romanzo ho optato per una storia più classica. Nonostante abbia in parte rinunciato allo sperimentalismo, è venuto fuori un romanzo con quaranta personaggi, un calderone! E non so bene come ho fatto a districarmi. Ma questo è il bello: non era voluto, perché quando scrivo cerco di pensare il meno possibile a ciò che sto scrivendo. Cerco di farlo uscire man mano. Ho iniziato a scrivere questo romanzo tre anni fa.


Quali sono le opere che ti hanno maggiormente influenzato?

Tutto è venuto fuori da una lunga serie di influenze che mi ronzavano in testa da un po’: artistiche, cinematografiche e letterarie.


Per esempio?

Espressionismo tedesco, nuova oggettività, i quadri fiamminghi, il cabaret, il cinema espressionista.


E le influenze narrative?

Il tono che cercavo era qualcosa che sta a metà fra Il tamburo di latta di Grass e Twin Peaks.


E come lo hai costruito?

Come sempre, io comincio a scrivere di getto, e poi vedo se la storia mi interessa, se ci sono dei personaggi che mi prendono e che posso portare avanti. Se sì, allora inizio a “costruirci attorno”. Poi, pian piano, più scrivo e più comincio a farmi delle idee di dove potrebbe andare la storia, e se inserire altri personaggi.


E ne hai inseriti parecchi…

In questo caso volevo fare un racconto corale, volevo scrivere il racconto di un paese. Tutto è partito da lì. Mi sono reso conto che per gestire il paese, potevo utilizzare tutti i paesani. Alla fine è venuta fuori una specie di ragnatela, nella quale ci sono parecchi personaggi – anche piccoli, che magari hanno due righe, ma che poi ritornano. Tutto per dare un senso di comunità.

Sei legato in modo particolare ad alcuni di loro?

Di quasi tutti i personaggi principali mi sono divertito moltissimo a scrivere. Sono assurdi, hanno dei tratti sopra le righe. Il commissario – che alla fine è il più normale di tutti – è quello in cui mi rivedo di più; forse non è stato il più divertente da raccontare perché è un personaggio estremamente passivo, che assiste a tutto quanto e viene preso dal flusso. Vedo che fra il pubblico Bertha è quello che sta avendo più successo. Nonostante appaia in due punti del romanzo, e quindi non la definirei un personaggio principale (ma nemmeno secondario), ha toccato qualche corda. Forse perché si tratta di un personaggio strambo ma al contempo vivace e vivo. Il fatto che sia senza un braccio e che canti mentre macella la carne forse la rende talmente sopra le righe da catturare subito l’attenzione.


Come è andata al Premio Neri Pozza?

Per me è stata una bellissima esperienza. Non me lo aspettavo. Affatto. In quel periodo avevo partecipato al Premio Istria con un testo teatrale e nel frattempo, un po’ per caso, avevo iscritto questo romanzo al Premio Neri Pozza. A dire la verità, puntavo tutto sull’altro premio. La mail del Neri Pozza è stata totalmente inaspettata. Stavo lavorando a un cortometraggio in sala montaggio ed è piombata questa notizia. Dalle case editrici avevo avuto buoni riscontri ma mai un’effettiva possibilità di pubblicazione. Dal Premio è partito tutto il percorso.


Teatro, regia, scrittura. Sei un artista poliedrico. Come dialogano fra loro queste arti?

La mia scrittura, più che di altra letteratura, risente delle influenze visive. Da sempre disegno, illustro, dipingo e mi occupo di teatro e regia. Porto avanti tutto insieme, cercando uno sviluppo corale. Ci sono dei momenti in cui una disciplina avanza più dell’altra. Ma, come in questo caso, tento di inserire qualcosa di visivo. Per Dopo il diluvio, per esempio, ho realizzato sia la copertina che il booktrailer. Per me sono cose che vanno a braccetto.

 

(Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, Exòrma Edizioni, 2018, pp. 216, euro 14,90)
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