IL PUNTO SULL’ACCOGLIENZA #3

di / 23 luglio 2018

Avevo promesso che in questo articolo avremmo parlato di scuola, ed eccovi accontentati. E lo faremo da due punti di vista, quello dello studente e quello dell’insegnante.

 

Iniziamo col fare una panoramica, spero il meno noiosa possibile, sulle possibilità che ha uno straniero (richiedente asilo, con permesso di soggiorno o minore non accompagnato). Ma prima, una piccola parentesi: quando sentite parlare di italiano L2 si intende “lingua seconda”, ovvero una lingua non materna appresa al di fuori del paese d’origine. Di norma i corsi di italiano L2 si riferiscono al Quadro comune Europeo di riferimento per le lingue, che stabilisce sei livelli linguistici, dall’A1 al C2].

Se sei un richiedente asilo, e hai avuto accesso al circuito di accoglienza, dovresti avere un insegnante specializzato all’interno del tuo centro che ti garantisca almeno 8 ore di lezione a settimana (se avete pazienza di seguirmi, tra poco vi spiego anche le modalità). Nel frattempo puoi anche iscriverti presso un Cpia (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti), la scuola pubblica, per intenderci, dove puoi accedere a corsi di italiano di livello A1 – A2 o alla licenza media (un anno di corsi con le classiche materie: italiano, inglese, storia, scienze e una piccola parte di educazione civica). Importante: puoi iscriverti a un Cpia anche se ancora non hai uno status. I Cpia adottano una metodologia squisitamente frontale, spesso poco centrata sulle esigenze reali di un richiedente asilo, per questo, come vedremo poi, l’insegnante di italiano all’interno del centro di accoglienza deve trovare necessariamente un altro approccio.

Se sei un migrante con regolare permesso di soggiorno adulto puoi accedere anche tu ai corsi di italiano A1 – A2 dei Cpia o alla preparazione per la licenza media. Generalmente il corso più gettonato è quello A2, il livello minimo per poter ottenere la Carta di soggiorno (permesso di soggiorno di lungo periodo: 5 anni). Qui bisogna fare una precisazione: la carta di soggiorno si può richiedere solo dopo cinque anni di regolare permesso di soggiorno. Se allo scadere dei cinque anni ancora non hai un certificato A2 niente panico, potrai comunque rinnovare il permesso di soggiorno ma non potrai ancora avere accesso alla Carta di soggiorno (che ti dà maggiori vantaggi tra cui la possibilità di espatrio).

Negli ultimi anni si riscontra una sorta di frenesia per l’ottenimento del certificato A2. Qualche tempo fa le associazioni di territorio riuscivano a stipulare degli accordi piuttosto interessanti con i Cpia di riferimento (i quali riconoscevano il percorso didattico svolto dalle associazioni dando la possibilità di svolgere un corso combinato o direttamente l’esame). Da un paio d’anni a questa parte, almeno a Roma, i Cpia hanno iniziato a manifestare una certa insofferenza per questo tipo di accordi; la Rete scuolemigranti del Lazio ha mollato la presa (peccato) e si è rivolta ad altro ente certificatore (a pagamento con prezzi agevolati). Oltre ai Cpia, infatti, gli enti certificatori ufficiali riconosciuti dal Miur sono quattro: le Università per stranieri di Perugia e Siena, l’Università di Roma Tre e la Società Dante Alighieri.

Se sei un minore straniero non accompagnato (la stragrande maggioranza nella fascia di età 16-18) dovresti avere un insegnante all’interno della struttura di accoglienza (ma purtroppo non sempre è così) e puoi essere iscritto a un Cpia. L’anomalia che riscontriamo in questo caso è quella di inserire un minore all’interno di un’istituzione nata per l’educazione degli adulti (come dice il nome stesso). Molto spesso all’interno dei Cpia non sono previsti percorsi specifici rivolti ai minori, le classi sono miste e il materiale didattico, tarato su un profilo adulto, è poco interessante per un sedicenne. Sono pochi i percorsi scolastici ad hoc per minori stranieri non accompagnati: si segnala il metodo Clio elaborato da Save the children presso i centri a bassa soglia Civico Zero e la piattaforma e-learning “Studiare migrando” dell’Università di Palermo. Speriamo in futuro il Miur elabori delle strategie efficaci affinché i minori stranieri non accompagnati possano integrarsi al livello scolastico con i coetanei italiani.

In ogni caso, se sei uno straniero, non importa sotto quale forma, puoi anche rivolgerti alle tante associazioni del territorio che al loro interno svolgono corsi di italiano, il cui numero negli ultimi nove anni è cresciuto esponenzialmente. Basti pensare che quando è nata la Rete scuolemigranti del Lazio, nel 2009, gli organismi proponenti erano undici, adesso quasi cento.

 

 

Ma ora veniamo al punto di vista dell’insegnante prendendo come riferimento il “maestro” di un centro di accoglienza (Cara, Cas, Sprar). Prima di tutto, fissiamo quattro punti fermi: insegnare italiano L2 a richiedenti asilo è un’attività che non si può improvvisare; insegnare italiano L2 a stranieri e insegnare italianoL2 a stranieri richiedenti asilo sono due attività molto diverse; per insegnare italiano L2 a richiedenti asilo è necessaria una preparazione (evidentemente non solo glottodidattica) e tanta esperienza; Il Miur si disinteressa degli insegnanti di italiano a richiedenti asilo e ai relativi programmi didattici (perché tanto i bandi per la gestione dei centri di accoglienza sono di competenza delle prefetture e degli enti locali per conto del Ministero dell’Interno).

E allora svisceriamoli, questi quattro punti.

Una consuetudine piuttosto diffusa, più di quanto si possa immaginare, è quella di pensare che sia sufficiente essere italiani e parlare italiano per poter insegnare la lingua italiana ai richiedenti asilo. Ma, come si può facilmente intuire, non basta la buona volontà e qualche sano principio per pretendere di saperlo fare. Spesso non è nemmeno sufficiente aver insegnato tanto tempo in qualche scuola pubblica per sapere come ci si deve comportare con un profilo apprendente completamente diverso da quelli ai quali si era abituati (è molto frequente la figura del volontario ex insegnante, che tuttavia in alcuni casi porta nelle classi una metodologia antica e tarata su bambini e ragazzi che hanno avuto un percorso di vita differente da quello di un richiedente asilo). Con questo non sto dicendo che le tante scuole gestite da volontari non siano importanti, anzi, a volte sono fondamentali (nel Lazio abbiamo una rete, già citata, ben organizzata), ma stiamo parlando di un lavoro specializzato, e come tutti i lavori specializzati dovrebbe essere svolto da un professionista (col prezioso supporto dei volontari, certo).

Insegnare italiano a un richiedente asilo richiede un livello di cura particolare che tenga conto dei percorsi migratori e delle possibili implicazioni traumatologiche. Richiede pazienza, motivazione ed energia. E tenacia. Pretendere che tutti gli studenti siano motivati pur avendo un futuro incerto sarebbe folle. Per questo non bisogna mai perdersi d’animo e cercare di portare a sé anche i casi più oppositivi. Fiducia ed empatia sono due termini chiave.

Richiede un’attitudine particolare a lavorare sul multilivello, a saper conciliare le diverse esigenze talvolta esibendo doti contorsionistiche. Richiede una certa capacità di previsione, che si acquisisce con l’esperienza e che è fondamentale per prevedere le reazioni a determinati stimoli o per capire quando è il caso o meno di insistere su certe questioni.

Inoltre, insegnare italiano a un richiedente asilo, implica che le lezioni siano tarate sulla base del gruppo classe. Non è sufficiente una metodologia umanistico-affettiva e l’attenersi a un programma didattico prestabilito, il percorso formativo si modella insieme agli studenti: i materiali si costruiscono insieme (un kit di colori, forbici e colla dovrebbe essere sempre a disposizione); la classe si allestisce (se non hai a disposizione una classe e ti danno un refettorio, allestisci un refettorio); si organizzano diverse uscite esterne che mirino a creare un gruppo classe, a conoscere il territorio e ad attivare un apprendimento indiretto, visto che quello diretto in molti casi può essere temporaneamente danneggiato da un recente vissuto traumatico.

Occorre poi mettersi in gioco su questioni problematiche che molto spesso deragliano dal semplice binario linguistico. Chi intende insegnare italiano ai richiedenti asilo pensando di svolgere solo la lezione in classe e poi disinteressarsi di tutto il resto può cambiare mestiere anche da subito. Curiosità, il non dare per scontato nulla, il continuo aggiornamento, sono implicati nell’insegnamento dell’italiano a un richiedente asilo: bisognerebbe sempre partire dalla consapevolezza che le culture di provenienza degli studenti sono profondamente diverse dalla nostra e che dunque gesti, modi di fare, rappresentare e intendere possono differire – e anche di tanto – rispetto ai nostri schemi mentali.

Non esistono i canonici due mesi di vacanza previsti nelle altre scuole. I centri di accoglienza non chiudono mai e di conseguenza anche la scuola deve restare il più possibile aperta.

Dunque l’insegnante di italiano all’interno di un centro di accoglienza, per essere un vero professionista, non solo deve avere conoscenze glottodidattiche (che si acquisiscono attraverso certificazioni apposite) ma anche una imprescindibile preparazione sui percorsi migratori degli studenti e sull’iter che deve compiere un richiedente asilo (e tutte le possibili variabili).

Il “maestro” rappresenta per l’ospite non solo l’imprinting linguistico ma anche il punto di riferimento per l’acquisizione di informazioni sulla cultura di approdo.

Altro aspetto fondamentale è il lavoro di équipe: l’insegnante deve pretendere di essere incluso nelle riunioni di équipe e di essere informato su ogni problematica che riguarda i propri studenti. Purtroppo non è quasi mai così, un po’ per quella fuorviante forma mentale che relega l’insegnante all’interno della classe a occuparsi esclusivamente di lingua italiana, un po’ per colpa degli insegnanti stessi che, avendo spesso contratti inadeguati (e strumenti inadatti), si rifiutano di fare più dello stretto dovuto.

E qui veniamo al nodo cruciale: il riconoscimento della professionalità e della competenza dell’insegnante di italiano dei centri di accoglienza.

L’insegnante di italiano dei centri di accoglienza, scusate se mi ripeto, è un insegnante a tutti gli effetti, specializzato in glottodidattica e con la capacità multidisciplinare di adattare la metodologia alle situazioni più particolari; è un insegnante che conosce le normative relative al diritto d’asilo, che non gode di nessun bonus cultura, né delle vacanze dei colleghi della scuola pubblica, che spesso ha a disposizione strumenti inadatti e contratti inadeguati, che lavora in un limbo di invisibilità che gravita al centro del corto circuito tra Ministero dell’Interno – che si occupa dei bandi – e Miur, che dovrebbe rivendicare legittimamente il proprio ambito di competenza, ma che in questo caso ignora la questione.

«Ma ti pagano?» si sente spesso rispondere il povero maestro ogni volta che racconta a qualcuno che lavoro fa. Come se insegnare italiano ai richiedenti asilo venisse considerata di default un’attività da affidare esclusivamente al volontariato. E invece no, ci sono e ci devono essere dei professionisti, perché il ruolo è delicato e se svolto nel migliore dei modi pone le basi per una futura serena convivenza tra culture.

 

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