Il realismo astratto di Massimiliano Governi

“Il superstite”, il nuovo romanzo dello scrittore romano

di / 11 settembre 2018

cover del nuovo romanzo di Massimiliano Governi: Il superstite

La definizione dell’autore stesso intorno alla sua narrativa e nello specifico a questo romanzo breve risulta oltremodo azzeccata: realismo astratto. Per chi non abbia strumenti adeguati per tenere al laccio una materia simile, da scrittore sarebbe obbligatorio evitare pastoie e trabocchetti che il genere comporta; ma, da lettore, a un certo punto di Il superstite (Edizioni e/o, 2018) appare nitido che i pensieri i sentimenti le azioni compiute e mai compiute dei protagonisti sono più verosimili di quelli ricomposti nelle tante trasmissioni televisive dedicate al macabro.

L’orrore posteriore alla carneficina, l’inestinguibile autistica solitudine del superstite ci appaiono quasi familiari ma “incomprensibili”: un orrore che cova qualcosa che non si vede, che fa deragliare quel che rimane degli affetti e dei rapporti sociali (lui si trasferisce nella casa dove sono stati trucidati padre madre sorella e fratello; moglie e figlia si trasferiscono in America). Il superstite ha paura? Ha pensieri di odio, di vendetta? Progetti per sé e la sua famiglia? Certo che sì, ma sono contenuti e trattenuti all’interno della sua anima: emergono attraverso il non detto; attraverso i gesti e la descrizione di ciò che i personaggi compiono o non compiono. Emergono ancora più chiari e perentori che se fossero espressi direttamente.

Ed ė qui che risiedono l’abilità e le qualità di chi scrive: uno sguardo “esterno”; un linguaggio essenziale nelle strutture, rastremato, con scelte lessicali all’apparenza corrive, che cementificano il plot intorno ai momenti che il lettore non scaltrito considererebbe forse meno topici. Quello che spaventa di più, infatti, sono le azioni che preannunciano che qualche forma di imprevedibile cataclisma sta per accadere, e che poi non accadrà; quella sorta di compostezza nell’attesa della vendetta (come per esempio nella scena finale) per la quale il lettore già si agita sulla sedia o nel letto gonfiando il petto e socchiudendo gli occhi per non leggere oltre.

In esergo, la frase di Primo Levi – «Non è colpa mia se vivo e respiro / E mangio e bevo e dormo e vesto i panni» – giganteggia in tutta la sua forza antifrastica. Poiché la riflessione che sorge spontanea è se il superstite si possa considerare davvero superstite, quando neanche la cattura e il conseguente processo in Serbia del colpevole sembrano rianimarlo più di tanto. Se, piuttosto, non sia un morto che cammina, non avendo il superstite neanche una colpa da espiare, se non quella di essere per l’appunto sopravvissuto.

Fin dal primo libro, Massimiliano Governi ci ha abituato a questo sguardo in tralice, a questa prosa netta e acuminata priva di fronzoli. E seppur diversi tra loro, è impossibile non riconoscere in tutti i suoi testi il suo marchio di fabbrica. Mi viene in mente la splendida scultura di Boccioni Uniche forme di continuità nello spazio: il movimento – nello spazio, nel tempo – della sua idea di letteratura, che si riconduce sempre a forme cesellate, “uniche”, che emergono dal “realismo astratto” del suo immaginario. Ma è impossibile non vedere gli occhi di Massimiliano Governi mentre seguono di soppiatto i personaggi “reali” dei suoi libri. I quali agiscono naturalmente, all’oscuro di tutto.

 

(Massimiliano Governi, Il superstite, edizioni e/o, 2018, pp. 144, euro 14)
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LA CRITICA

Massimiliano Governi si conferma scrittore dallo sguardo in tralice, dalla prosa netta e acuminata, priva di fronzoli.

VOTO

8/10

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