“the blue hour”: il ritorno dei Suede

Il terzo atto post-reunion della storica band inglese

di / 10 ottobre 2018

Tra tanti ritorni più o meno riusciti, motivati e necessari, quello dei Suede ha prodotto risultati molto significativi. Dopo lo scioglimento del 2003 e i non proprio imprescindibili esiti del progetto The Tears e del percorso solista di Brett Anderson, la bella doppietta Bloodsports – Night Thoughts (accompagnata da un indimenticabile live al Rock in Roma) ci ha ricordato quanto amassimo i londinesi e l’annessa importanza nella storia recente del rock. A conferma degli aspetti positivi del ritorno, ecco allora the blue hour, il miglior lavoro dalla reunion datata 2013.

Rinvigoriti dal successo di critica e pubblico dei precedenti album, i Suede, dopo aver riproposto in maniera viva e ispirata la riconoscibilissima miscela pop-rock, questa volta azzardano espedienti più “alti”, anticipati da alcuni indizi trapelati prima dell’uscita, come l’inedita produzione di Alan Moulder, la presenza della City of Prague Philharmonic Orchestra e la possibile scelta di un concept-album. Ascoltando l’opening “As One”, si ha infatti la sensazione d’essere davanti a un lavoro molto cinematografico, fatto di voci sussurrate e un bell’arrangiamento orchestrale. Anderson si presenta oscuro e affascinante come sempre, forse anche di più:

«Here I Am / Talking to my shadow / Head in my hands».

In realtà, proseguendo l’ascolto ci troviamo davanti alla solita impeccabile e trascinante sequenza di brani alt-pop intensi e incisi che solo gli Suede sanno comporre con tale costanza. Sì, ogni tanto appaiono intermezzi parlati/strumentali come “Roadkill”, ma a colpire sono i ritornelli delle iniziali “Wastelands” e “Beyond the Outskirts” o la chitarra di Richard Oakes in “Cold Hands”, che con i suoi cori ci riporta nella felice stagione del Britpop. Successivamente, uno dei passaggi più belli di the blue hour, quei brani che solo gli Suede – magicamente – sanno produrre: “Life Is Golden”, con quel «You’re Not Alone» capace di evocare il suicidio rock’n’roll di un certo Ziggy Stardust. Brividi.

Avvolto dal fascino e dall’immaginario crepuscolare e malinconico accennato fin dallo scatto di copertina, e nonostante il minutaggio corposo e la tendenza al melodrammatico, the blue hour – aiutato dal bel singolo “Don’t Be Afraid If Nobody Loves You” – scorre filato fino all’assolo finale di “Flytipping”. Il nuovo viaggio dei Suede giunge così alla fine, lasciando all’ascoltatore quel senso di appagamento che solo la grande musica riesce a consegnare.

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LA CRITICA

Poco da dire: il miglior disco dei Suede post-reunion e uno dei lavori più ispirati e belli della loro discografia. Sarà “solo” pop, ma a questi livelli scalda timpani e cuore.

VOTO

7/10

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