I vestiti nuovi dell’Imprenditore

A proposito della raccolta poetica “Quasi” di Oscar Farinetti: c’era bisogno di un libro del genere?

di / 2 novembre 2018

Oscar Farinetti, imprenditore e scrittore, ora è anche poeta dopo la pubblicazione di Quasi (La nave di Teseo, 2018). Esordio che quanto meno smuove in noi curiosità verso le prossime uscite della casa editrice, e spinge a chiederci di quali nuovi talenti impaginerà lo strimpellare di cetra.

Finito di leggere la raccolta di Farinetti, pratica che richiede tutto sommato poco tempo (le poesie sono accompagnate dai dipinti di Marco Nereo Rotelli e dalla postfazione di Massimo Donà), lo sguardo torna sulla fascetta dell’opera medesima, che mostra la faccia quasi sorridente del poeta e la dicitura «Celebriamo la meraviglia dell’imperfezione umana (La nave di Teseo)». Di solito la fascetta è quello spazio in cui si spara alto, possibilmente cercando la firma di una voce autorevole che dica al potenziale acquirente: «Questo è un signor libro, e non te lo dice l’editore, te lo garantisco io, una persona importante». Una pratica spesso abusata e che fornisce copioso materiale per il blog Fascetta nera. Invece, bardato nella sua fascetta giallo limone bio, Quasi proclama: «Questo libro non è poi ’sta gran cosa, proprio come te e me, che bello! – Firmato: quelli che l’hanno pubblicato».

Celebrazioni a parte, il testo ha in effetti molto da dire sull’imperfezione umana. È fuor di dubbio un’opera dilettantesca, di chi ha frequentato poco e male la poesia, o si concede ogni tanto un Rino Gaetano («Perché il cielo è sempre più blu? // Eh già, perché? / Non piove: governo ladro?»; ), della musica leggera («Togliamoci il fango dagli occhi // E insieme cantiamo stonati / La mia banda suona il rock»). Mentre quando Farinetti prova l’aforisma o la massima di spirito, più che veggente il poeta appare vessato dalla cataratta, oscillando tra tautologie e banalità:

«Il mio mondo è il mondo
il tuo mondo è il mondo
il suo mondo è il mondo

Ognuno vive nel suo mondo
… che è il mondo»

 

«Il poi dell’infinito
l’eterno poi
il poi… che poi c’è sempre un poi»

 

«Trincee di pace

Son meglio di quelle di guerra»

 

«Tutto ciò che ha un inizio
ha anche una fine
è solo questione di tempo»

Tra tanto verseggiare pallido e distorto, ciò che normalmente dovrebbe essere lo stile – allontanamento consapevole da norme e tradizione, motivazione linguistica degli intenti – si palesa perlopiù come esplorazione neanche troppo approfondita della forma poesia. Del resto il dilettante scrive per piacersi; di un’arte padroneggia quel poco che basta per esercitarla o per coltivare l’illusione di farlo. Diventa perciò una sproporzione di mezzi applicare un qualsivoglia approccio critico al testo – ci si sentirebbe un critico d’arte che fa la disanima ai disegni del nipotino.

Nell’introduzione lo stesso autore gioca ad abbassarsi agli occhi del lettore, una captatio benevolentiae dove riecheggia il clangore dello storytelling e la retorica mostra i segni del collare padronale. Così quando scrive:
«Chi mi conosce veramente sa che sono quasi un uomo grande, quasi un marito, quasi un padre, quasi un nonno, quasi un imprenditore, quasi un politico, quasi uno che scrive, ma quasi tutti ignoravano che fossi quasi un poeta. Questo è stato per anni un segreto tra me e la mia scimmietta».

Ci sfiora il pensiero che Farinetti voglia un attimo – come dire – sfotterci, quanto basta per piazzarsi come prodotto, e che l’imperfezione sia il tratto in comune su cui far leva col potenziale acquirente; oppure siamo in presenza di una visione del mondo da “Qoelet de’ noantri”. Nella postfazione Massimo Donà sceglie questa seconda ipotesi, portando in soccorso di Farinetti tutta una serie di rimandi colti, dalla Genesi alla Ginestra leopardiana passando per Apollo ed Hermes; acrobazie ermeneutiche da Cesare Garboli col mutuo che incombe.

Ma se leggiamo i versi prodotti dalla «scimmietta» assecondata, chiaro rimando a un archetipo diminuito d’intensità, quindi addomesticato, cogliamo l’autore in controtempo. Così concentrato sul sorridere per la foto di copertina e sull’anticipare le critiche («La gente per bene non giudica, aiuta»), l’autore non presta piena attenzione a ciò che la «scimmietta» rivela. Ovvero un quasi rancore da «Io so’ io, e voi non siete un cazzo», una quasi superbia da leone che decide le parti, una quasi invidia da ricco corvo che non riesce a comprarsi piume da pavone. Nessuna patina bonaria sa sofisticare tempestiva certi ghigni:

«Con il vostro metro in mano
nel pensier fingete
di esser me

E mi giudicate

Ma grazie!

Farei cambio?

No grazie»

 

«E la mia invidia cresce per questi fortunati mocciosi
[…]
Ma se mai fossi nato laggiù
e nel mare fossi caduto
per venire quassù

giuro che li afferrerei
per trascinarli con me
e farli sentire uguali»

 

«Adoro la pizza
ma m’infurio ad aspettare
[…]
Sono strano lo so
mi meraviglia l’incompiuto»

 

«Il Che
ma quanto era figo il Che
quanto è figo
[…]

E quando guardo
certi giovani un po’ arrabbiati
li comprendo, vorrei abbracciarli

Ma non posso
perché loro non vogliono
e mi dispiace tanto»

 

«È cinismo
essere ideologico»

Deposti gli strumenti critici, permane il dubbio: perché pagine schiccherate di simili versi hanno trovato collocazione editoriale? Ci viene in soccorso l’intelligenza poetica, quella facoltà immaginifica che, nel falsificare, apre al nostro sguardo significati profondi. Immaginiamo allora una variante di I vestiti nuovi dell’imperatore, con al posto del monarca un Imprenditore, e una raccolta di poesie a sostituire i vestiti nuovi. Immaginiamo cene trimalcioniane offerte dal benevolo Imprenditore, che ama la compagnia e il calore umano. Ecco il commensale di turno – un poeta, o un pittore o un filosofo: ha accettato l’invito con l’entusiasmo di chi ha svoltato, e un piattino da mendicante nell’animo. Immaginiamo il commensale durante la cena, mentre annuisce ai discorsi banali e trivi dell’Imprenditore o si sforza di ridere a battute bagaglinesche. In realtà sta cercando il momento migliore per tendere il piattino, per accennare a quel suo progettino che non avrebbe nemmeno bisogno di tanto. Quand’ecco che l’imprenditore, tra il caffè e il nocino, proclama: «Sai, ho una sorpresa per te».

Il commensale sobbalza: non solo il destino gli ha offerto un posto a una tavola così prestigiosa, ha persino tolto al suo orgoglio l’odioso impiccio della questua. Pensa: «Ha detto per te, è qualcosa di specifico. È l’occasione della vita». Così dissimula l’euforia pre-orgasmica, trepidante ascolta l’Imprenditore: «Ogni tanto, rubando tempo al lavoro, scrivo delle poesie. Poca roba eh, dei pensierini, però mi piace recitarle ai miei ospiti, per ripagarli del tempo concesso, dei bei momenti condivisi». Ben presto l’euforia lascia spazio a un sinistro orrore, mentre l’Imprenditore recita con enfasi domestica versi postvogoniani, così privi di qualsivoglia lirismo che viene da guardare sotto il tavolo in cerca dei corpi smembrati delle Muse:

«L’egoismo è come
l’odor della merda

Dentro il tuo
ci stai pure bene

In quello altrui
ci stai…
di merda»

Appena il supplizio termina, l’Imprenditore guarda il commensale, e con un quasi sorriso dice: «Oh, se è una merda puoi dirmelo, ah ah!» Magari il commensale di turno è un poeta, assai più tonino che guerresco, e per togliersi dall’impiccio – mica può dire cosa pensa davvero! – se ne esce con una frase eloquente ma vuota, generica ed elegante, come: «Eh, la poesia è la parte più bella della vita, ognuno di noi può metterne un po’ vicino a quello che fa». Oppure, sudando freddo, si nasconde dietro una citazione: «Mi ha fatto pensare ai versi di Wisława Szymborska, “Preferisco il ridicolo di scrivere poesie / al ridicolo di non scriverle”». Al che il nostro imprenditore, cena dopo cena, a botte di vili commensali, pure se dall’inizio era animato da sincero pudore nel condividere i versi, pian piano subisce una mutazione psicologica ben precisa. Inizia a crederci. La dissonanza cognitiva si amplia nello spazio e nel tempo, fino alle letture pubbliche dove l’Imprenditore comunque giura che quei versi sono un hobby, che mai saranno pubblicati. Ma gli applausi della folla sono moneta più preziosa e più seducente delle lodi private, e così le poesie del nostro arrivano proprio sugli scaffali delle librerie; proprio con quei versi di Wisława Szymborska in esergo e col ricordo toninoguerresco nell’introduzione. Da lì naturalmente il loro corso si dipana tra televisione e festival letterari. Forse la raccolta raggiungerà il vostro albero di Natale.

A questo punto della fiaba, ovvio che in rete, sui giornali, oppure dal pubblico durante una lettura, un bambino, un ingenuo o un pazzo si alzerà per proferire: «Ma è una merda!». Forse solo allora qualcuno arrossirà di vergogna, specie se nel frattempo si è prestato alla ben poco nobile arte della marchetta. Ma non sarà certo il nostro Imprenditore ad arrossire; anzi, con torva furberia da contabile, seduto sul cesso guarderà i resoconti delle copie vendute, e si dirà: «Vabbè, chi se ne frega delle critiche, tanto i poeti muoiono poveri. Piuttosto, devo pensare alla cena di sabato prossimo. Niente scrittori: sono una noia, se la tirano troppo. Potrei invitare quel regista là, come si chiama, quello con la moglie bona, eh eh eh…»

 

(Oscar Farinetti, Quasi, La nave di Teseo, 2018, pp. 270, euro 17)
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LA CRITICA

Per la raccolta di Farinetti vale quanto scritto della Terra nell’edizione aggiornata della Guida galattica per autostoppisti: «Praticamente innocua». Peccato che la poesia non dovrebbe esserlo mai – anche quando celebra.

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