Sinéad O’Connor, se una non vale mille

La storia di Sinéad prima dell’ondata popolare femminista

di / 7 novembre 2018

Roma, novembre 2018. La città è in  stato di agitazione permanente, i movimenti nelle strade fanno bruciare le idee e i visi di migliaia di ragazze e ragazze. A poche settimane dalle dichiarazioni di Pillon sulla famiglia e sul corpo delle donne, in prossimità dell’uccisione di Desirée Mariottini nel quartiere di San Lorenzo, sono già decine le iniziative che nascono nelle piazze, nei punti di ritrovo, negli angoli familiari dei cittadini e delle cittadine più e meno giovani. Le compagne di Non Una Di Meno, la manifestazione italiana del movimento femminista argentino Ni Una Menos nato nel 2015, sono impegnate costantemente nell’organizzazione di incontri e mobilitazioni per dare freno, in massa, alla nuova ondata repressiva messa in moto a spese dei corpi femminili e delle conquiste nel campo LGBTQ+ . Da due anni a questa parte, a Roma e sul territorio italiano più in generale, non si è lasciato un centimetro scoperto alla successione casuale degli eventi. L’attivismo ha vestito pienamente l’accezione propositiva e creatrice che il termine stesso porta con sé.

Le singolarità sono innumerevoli e la moltitudine impegnata è la più eclettica di sempre. La potenza collettiva è ai massimi storici.

USA, ancora novembre 2018. Le elezioni di medio termine del mandato più enigmatico della storia della nazione, rivelano, già da prima del risultato finale, la medesima febbricitante urgenza. Un’agitazione che si è mostrata inesauribile all’interno della proposta neoliberal-democratica di Hilary Clinton, lontana anni luce dall’incarnare tanto una sinistra popolare che rompesse con la logica imprenditoriale, quanto un femminismo dell’intersezionalità di matrice tipicamente statunitense. L’attuale vittoria nel Congresso della democratico-scialista Ocasio-Cortez è la dimostrazione di un percorso inverso a quello che Clinton pensava di proporre: non è una leader a trascinare i movimenti, ma è il movimento a creare i presupposti per una determinazione politica. È l’ondata di attivismo, come la definisce Kate Zerenike sul New York Times, esplosa popolarmente nel 2018 ma partita negli USA già due anni fa con la vittoria di Trump, a costituire il gesto di presa di parola che ha permesso il superamento della risoluzione della rivolta femminile (e coloured nel suo insieme) nel raggiungimento di quote di rappresentanza. Piuttosto, è in gioco la riforma radicale e inappellabile dell’intero assetto politico ed economico.

Non sarebbe stato possibile, e lo dimostra la storia, senza l’esistenza di una forza collettiva partita dalle fondamenta della struttura sociale, e di cui le rappresentanti ufficiali ( si pensi anche alle superstar del pop impegnate nelle copertine per il #metoo e per il #wetogether) disegnano solo la punta dell’iceberg. Il percorso, che trova nel novembre del 2018 un momento di attualità del suo futuro, è costellato però da momenti genealogici di confitti solitari, esplosi dall’alto e senza un riscontro e una comunione con il sentire comune. Piccoli slanci coraggiosi attuati in periodi meno maturi, benché sempre ostinatamente adatti alla presa di parola; meteore destinate a passare incomprese e a bruciare come le streghe sul rogo.

Lo sa Sinéad  O’Connor, artista della quale si parla con morbosa insistenza in questi giorni a causa della sua conversione all’islam. Lo sa forse più di tutte, e davvero molto di più di Taylor Swift o di Uma Thurman, cosa significhi pagare il prezzo dell’avanguardia socio-politica. Cosa significhi parlare senza alle spalle un uditorio recettivo e benevolo. Ancora oggi, O’Connor sconta la pena di aver mosso da sola i suoi primi passi.

Si sa: la storia della musica leggera racconta a mo’ di specchio la storia più generale. Sono gli anni Novanta, e il grunge, proprio perché nato su un terreno già fertilizzato dai decenni precedenti, sporca l’esperienza artistica in maniera più profonda di quanto non lo avessero fatto lo psichedelico negli anni Sessanta, il punk nei Settanta e il glam negli Ottanta (quel glam che aveva saputo raccontare e rivendicare l’esistenza di scenari e pratiche di genere alternativi al binarismo eteronormativo). Sono gli anni dell’esistenzialismo puro, dei suicidi d’autore e delle depressioni da primo momento di maturata coscienza neoliberale nel mondo post Reagan e Thatcher.

Alle porte del decennio, nel 1990, una personalità nuova, una singolarità femminile, irrompe nella scena pop internazionale con l’album I Do Not Want What I Haven’t Got, album contenente quella che resterà la canzone più famosa, “Nothing Compares 2 U” (tra l’altro, cover di Prince e in conflitto contenutistico inconciliabile con la volontà d’autonomia espressa nell’album nella sua interezza). Il lavoro di Sinéad  O’Connor, e soprattutto la canzone particolare, è perfettamente in linea con il gusto comune, tanto che l’artista irlandese viene nominata per i Grammy Awards e invitata dall’Accademia a esibirsi durante la cerimonia. Ma O’Connor, che ai tempi aveva appena ventiquattro anni, rifiuta categoricamente la proposta: «loro» , spiegherà in una lettera alla National Academy of Recording Art & Sciences, «riconoscono e apprezzano [solo] il lato commerciale dell’arte. Rispettano soprattutto il guadagno materiale, che è la condizione principale della loro esistenza, e hanno contribuito a creare lo stesso rispetto tra gli artisti – onorandoci ed esaltandoci quando lo raggiungiamo, ignorando per la maggior parte quanti di noi non lo hanno fatto».

Nell’autunno dello stesso anno, Sinéad  si esibirà scalza e in reggiseno al concerto di Amnesty International a Santiago. I capelli rasati resteranno una costante della sua immagine pubblica fino ai giorni più recenti.

Di certo né il rifiuto delle istituzioni, né tantomeno lo sfoggio di un reggiseno di pelle nera, potevano destabilizzare troppo le aspettative di un senso comune abituato agli eccessi delle rock star  ̶  sebbene la rabbia e l’ostilità espresse da Sinéad  si mettessero di traverso anche alle più familiare e confortanti ballate antagoniste messe in campo tempo addietro da Joan Baez e Janis Joplin.
Lo scarto non esita troppo a manifestarsi: nel 1992, O’Connor viene invitata come ospite al Saturday Night Live per esibirsi live durante la messa in onda del programma. L’artista, dietro a un microfono decorato con ceri da Chiesa, inizia a intonare “War” di Bob Marley, modificando senza preavviso i versi sul colonialismo e sull’apartheid per riferirli alla questione dell’abuso sui minori da parte degli esponenti clericali: «Until the ignoble and un happy regime / Wich holds all of us through / Child-abuse, yeah / Child- abuse, yeah / Sub-human bondage has been toppled».

 

 

Lo scandalo, che in Irlanda era già stato reso noto, era ancora totalmente ignorato negli Stati Uniti. Sul finire della canzone, O’Connor fa in pezzi una fotografia raffigurante la figura di Papa Giovanni Paolo II intento a benedire la folla. Subito dopo grida:«Fight the real enemy!»

Da quel momento in poi, l’irriducibilità della protesta di O’Connor ai modelli antagonisti femminili precedenti diventava impossibile da camuffare. La sua furia metteva a bando ogni rassicurazione, le sue espressioni severe mettevano a disagio tutti e tutte, incapaci di gestire quel gesto di rifiuto e condanna tanto radicale.

A seguito della performance, non si faranno attendere le critiche da parte di esponenti emeriti del mondo delle arti accademiche, su tutti quella di Frank Sinatra, che la chiamerà «stupid broad», quella dell’attore Joe Pesci, che scherzerà in una trasmissione sul prenderla a sberle sul viso, e quella di Madonna, che si professerà «aghast», inorridita.

Due settimane dopo, Sinéad  viene invitata a esibirsi durante l’evento dedicato ai trent’anni di carriera di Bob Dylan. Kris Kristofferson la introduce sul palco riferendosi a lei come a una nuova artista il cui nome era recentemente diventato sinonimo di coraggio e integrità. La scena è la complicata figlia degli eventi di pochi giorni prima al SNL: Sinéad lì in piedi davanti a una folla che, tra fischi, rumori e urla, non riesce a quietarsi per farla cantare. Kristofferson torna sul palco e le sussurra, autocitandosi, «don’t let the bastards let you down», non lasciare che i bastardi ti buttino giù; una frase che a oggi ci riporta alla mente l’atwoodiano motto de Il Racconto dell’Ancella, Nolite Te Bastardes Carborundorum, oramai visibile su braccia e spalle di migliaia di giovani lettrici. Ai tempi, però, la moltitudine compatta e femminista non aveva ancora preso forme  nelle strade, né tantomeno nel sentire popolare.

O’Connor risponde fredda «I’m not down». Toglie gli auricolari e inizia a cantare, senza l’accompagno acustico, la stessa cover di Bob Marley portata in scena al SNL, con le stesse identiche modifiche di due settimane prima. Da sola, illuminata dalle luci del palco e ostacolata dai rumori della folla, Sinéad  porta a termine la performance, scansando le opposizioni acustiche con grida sempre più decise. Al termine di “War”, O’Connor si lancia a grandi passi fuori dal palco, crollando finalmente non appena Kristofferson le offre un appoggio fisico. Uno dei commenti che si sentirà di fare pubblicamente, sarà che le persone avevano buttato fuori tanta ferocia in primo luogo «perché non se lo aspettavano da una ragazza».

 

 

Poco più tardi degli eventi al SNL e al 30th Anniversary Concert Celebration, O’Connor tenterà di arginare l’ondata di furia scatenatasi contro di lei precisando che la sua protesta non voleva essere indirizzata all’uomo Wojtyla nello specifico, ma all’enorme sistema di abusi al quale le istituzioni lasciano in pasto i bambini e le bambine. Lei stessa confesserà di aver subito violenze fisiche e psicologiche da parte della madre, che la picchiava, la insultava, la chiudeva a chiave in camera, e a volte la costringeva a dormire in giardino. Come scriverà in una lettera aperta al Times di Londra, «l ‘unica ragione per cui ho sempre aperto bocca per cantare è stata quella di raccontare la mia storia e di far sì che venisse ascoltata. La mia storia è la storia di innumerevoli milioni di bambini le cui famiglie e le cui nazioni sono state lacerate nel nome di Gesù Cristo».

Nei decenni successivi, la produzione strettamente musicale di O’Connors non riuscirà più a vivere di luce propria, condannata a rimanere perennemente incastrata nell’opinione pubblica della Sinéad  politica.

La solitudine nella quale si è mossa, lo specchio che non ha ritrovato nelle reazioni dell’opinione popolare, hanno stroncato nei decenni la fermezza e la lucidità di Sinéad  donna e artista. Nel 2011, reduce da una vita adulta costellata da disturbi psichici indotti dal mancato riconoscimento nell’Altro (e nelle altre, in primo luogo), Sinéad  registra in video su YouTube nel quale, in preda a  un crollo emotivo in un Motel del New Jersey, chiede disperatamente di essere aiutata, definendosi ancora una volta «one in a million». Il bisogno della collettività, di potenziarsi tramite la solidarietà e la comprensione di chiunque altro, in virtù dell’essere in primis un «chiunque di voi», si manifesta ancora una volta come la grande costante, e insieme il grande assente, della vita di O’Connor e del suo operato, tanto artistico quanto politico (se mai le due cose possano mai stare divise).

Una manciata di anni dopo, Papa Francesco ammetterà le colpe della Chiesa nell’abbandono dei più piccoli;  nel 2016, il film Il caso spotlight farà luce sulle vicende criminali dell’arcidiocesi di Boston. Il film sarà premiato dall’Academy per la miglior fotografia. I tempi cambiano, qualcuno resta atrocemente indietro.

Non è un’opinione personale. È ampia la letteratura, scientifica e antropologica, che riconosce agli stati depressivi e ai disturbi del comportamento una relazione diretta con l’isolamento dal contesto sociale. Non è che Sinéad  abbia contestato la Chiesa e il paternalismo perché fosse pazza; al contrario, l’instabilità ha preso piede perché non ha trovato, in chi riceveva il suo messaggio, lo stesso coraggio e la stessa lucidità.

Nel settembre dello scorso anno, Sinéad  annuncia il cambio di nome in Magda Davitt ( «Sinéad è morta e una donna più felice è nata. Libera dai nomi schiavi del patriarcato. Libera dalle maledizioni dei genitori»), e poi ancora, a ottobre di quest’anno, annuncia un’ulteriore modifica dettata dalla sua conversione all’islam, in Shuhada’ Davitt. O’Connor, già da tempo vittima di un disturbo bipolare, si è frammentata, ha cercato la molteplicità in sé stessa. Relegata ai margini della società, non le restava altra scelta se non inventare singolarità con le quali poter fare i conti.

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