Fruizione e produzione in “Est”

A proposito dell’ultimo libro di Gianluigi Ricuperati

di / 13 novembre 2018

Cover Est

Quando nel 2014 Tunué decise di iniziare a pubblicare romanzi di “sconfinamento”, l’intento era parso a tutti piuttosto chiaro. Da casa editrice storicamente dedita alla divulgazione di fumetti e graphic novel, il progetto editoriale di narrativa medio-breve è sembrato decisamente azzeccato. Di certo, nessuno poteva aspettarsi che questa linea di confine tra ricerca letteraria e ambizione fantascientifica, questa formula dei «quattro quinti di realtà e uno di sconfinamento», raggiungesse livelli di eccedenza tali da immischiarsi con l’esperienza reale. Tantomeno poteva aspettarselo Gianluigi Ricuperati quando si è trovato a dover fare i conti con DAU, uno dei progetti di videoarte più discussi dell’ultimo decennio, e a raccontarlo in Est (2018), ultimo libro edito per Tunué «Romanzi».

Qualche passo indietro: nel 2008 inizia a prendere forma DAU Freedom, un progetto di cinema-verità messo in pratica dal regista russo Ilya Khrzhanvosky. Ritiratosi in Ucraina, a Charkiv, Khrzhanovsky si dedica all’allestimento di un set ispirato in tutto e per tutto all’Istitut für physikalische Probleme der sowjetischen Akademie der Wissenschaften di Mosca, il centro segreto di ricerca che ospitò l’operato del fisico premio Nobel Lev Landau, nonché personaggio centrale dell’esperimento (da cui, appunto, DAU), durante gli anni dello stalinismo.

Centinaia di persone volontarie sono state chiamate a partecipare al film/istallazione, tra le quali noti scienziati, veri criminali assoldati dal vicino carcere di Charkiv, e un’ignara e cristallina componente di gente comune. Il personale dell’operazione, sistemato in un palazzo di 12.000 metri quadri riadibito per l’occasione, ha trascorso l’intero periodo delle riprese indossando gli stessi vestiti dell’epoca, mangiando lo stesso cibo di quegli anni e obbedendo alle stesse leggi che regolavano l’URSS nel trentennio tra il 1938 e il 1968 – come essere pagati in rubli durante l’intera durata della fiction.

Sul finire del terzo anno, non proprio tutto stava andando liscio come l’olio. I metodi totalitaristici imposti da Khrzhanovsky sulle vite dei partecipanti, così come i provvedimenti penali e gli interrogatori da regime “messi in scena” sulla pelle di alcuni dei volontari, hanno obbligato lo scioglimento dell’impresa e la distruzione dell’Istituto nel 2011.

Alla riuscita finale dei tredici video-installazioni (estrapolati da più di 700 ore di materiale filmico) hanno preso parte, tra gli altri, il premio nobel David Gross, Marina Abramović, Peter Sellars, Carlo Rovelli, il matematico Shing-Tung Yau, il compositore Brian Eno, Wim Wnders e i Massive Attack.

Pochissimi i giornalisti lasciati entrare nell’Istituto durante lo svolgimento del progetto. Altrettanto pochi quelli lasciati assistere al montaggio all’interno della struttura londinese di Piccadilly Street. Tra questi, c’era Gianluigi Ricuperati.

E dunque, il preambolo a Est occupa così tanto spazio da strabordare nel discorso sul libro stesso. Ma due sono i piani da distinguere: di certo, da una parte c’è l’espediente narrativo incredibile di cui ha potuto giovarsi Ricuperati, con tutti i mutatis mutandis del caso. Dall’altra, però, c’è l’effettiva capacità di Ricuperati di giocare con il dono immenso che si è trovato tra le mani.

Del primo piano si è già piuttosto parlato. Nel testo, Ilya è Igor, Lev Landau è Vladimir Ivanovich Vernadskji, DAU è VER. Piccadilly 100 è Piccadilly 99. L’Ucraina è l’Ucraina e l’URSS è L’URSS.
Il libro segue con un elevato grado di fedeltà il rapporto di Ricuperati con l’esperimento, seppur con qualche piccola modifica richiesta dalla ritmica e dalla metrica narrativa (il protagonista, Gianluigi, è un ambizioso fotografo di moda e non un ambizioso scrittore).

Del secondo piano della questione c’è più da dire. Nonostante la volontà di Ricuperati di mantenere un forte legame con la componente veritiera del racconto (d’altronde, che spreco sarebbe non utilizzare il vero quando la realtà è così esagerata di suo!), la prima persona della storia risulta a pochi centimetri dal baratro dell’inautentico involontario. Il registro usato dal protagonista, talvolta molto secco e incisivo, talvolta più pretenzioso e forzato, corre spesso il rischio di trovarsi nella famigerata terra di nessuno: troppo performativo per rientrare a pieno titolo nel modello New journalism, troppo legato al fatto reale per liberarsi formalmente nel campo della pura narrativa letteraria.

Il percorso lessicale di Ricuperati si inceppa, e così l’esperienza stessa del suo protagonista, nei nodi irrisolti della scelta del genere. A volte perduto, senza apparente necessità, nella sciorinatura nozionistica (nelle pagine sui suoi stati di Facebook, per esempio, ma anche nelle risposte che Gianluigi dà a Igor durante i primi incontri), l’autore inquina troppo spesso la sua solita capacità di fornire un’esperienza di lettura più che fluida. Il protagonista stesso, che potrebbe a buon diritto approfittare del vantaggio offerto dalla spontanea sincerità dell’esperienza autobiografica, risulta troppo mediato, quantomeno nella prima parte, dall’obbligo della riflessione sull’esperimento di VER/DAU e dalle conseguenti sovrastrutture imposte dall’occasione di spunto. In tutto il primo capitolo, “Una storia d’amore con la realtà”, Ricuperati si lega eccessivamente alla necessità descrittiva ed esplicativa, andando a gravare sulla necessaria agilità della forma romanzo, almeno quel po’ che basta per rendere il tutto troppo rigido e macchinoso. La storia d’amore con la realtà, in fin dei conti, non riesce granché.

Dalla seconda parte in poi, invece, il romanzo inizia a stupire in positivo. Sciolto finalmente dal legame con l’esperimento, la presenza di Ricuperati scrittore (e non più fruitore) si espande in tutto il perimetro di Est. Paradossalmente, l’ambizione dell’autore di parlare di qualcosa di vero tocca il suo picco di maggior riuscita nel momento di abbandono del dato storico. Ma l’incongruenza non sbalordisce troppo, a ben pensarci, trattandosi di letteratura  ̶ e dunque di produzione e non di semplice ricezione. Anche «l’evidente mancanza di savoir-faire relazionale» del protagonista, che rimane immutata nel corso dell’intero libro, risulta più vicina al vero nel rapporto di Gianluigi con la moglie e con la nuova compagna, di quanto non lo fosse durante la descrizione, nella prima parte, delle ritrosie e delle difficoltà nei confronti dell’ambiente di Piccadilly 99.

Si succedono passi di virtuosismi narrativi degni di nota( «I giorni dei bambini sono costellati da questi oggetti senza dimensioni che scatenano gesti senza ragioni. Ma così si inietta l‘endorfina che poi si ricerca come un’ombra durante tanti altri momenti di là da venire»), e punte di estrema empatia nel valzer a tre autore-protagonista-lettore ballato nei flussi di coscienza dell’esperienza amorosa («E che si può decidere allora? Di libertà si può godere all’infinito, quando si decide di vivere nel contrario della menzogna, di alleggerire il peso del proprio stile, esiliarsi, diventare esile, chiedere asilo, alzare le mani, allungarle su di lei, e lei su di te, ora, domani, sempre […]»).
È il racconto sentimentale, vera sostanza del libro, a essere sincero tout court, di una concretezza che lascia quasi increduli, se mai si ha avuto esperienza della fuga dall’amore quieto e razionale o quella di un sentimento che agisce autonomo tramite la propria stessa pelle. «L’amore vero», dirà Ricuperati durante una presentazione di Est, «è una cosa forte come la rivoluzione russa».
L’espediente di VER/DAU in Est, arrivati alla fine, sembra servire solamente a dar figura alla spada di Damocle di un personaggio che resta irrisolto per buona parte del libro sia nel lavoro che nel privato.

Rimane il rammarico che, se Ricuperati avesse dedicato alla scrittura del libro più di trenta giorni, il testo avrebbe avuto una completezza maggiore. Il percorso di coincidenza con il sé che il protagonista/scrittore tenta di percorrere fin dall’inizio del romanzo, ha un suo momento difficile e fallimentare all’inizio, e un momento risolutivo e conciliativo finale. Chissà se Ricuperati non abbia voluto giocare in modo cosciente con questo rapporto intricato tra autentico e inautentico, tra esperienza fattuale e esperienza affettiva, attraverso un tracciato di paradossi e rovesciamenti nei riguardi di ciò che ci si aspetta sia vero e ciò che ci si aspetta sia falso. Sarebbe una bella lezione da imparare da Khrzhanovsky, e dall’arte contemporanea nella sua interezza, che la letteratura non può che voler (e dover) cogliere immediatamente.

 

(Gianluigi Ricuperati, Est, Tunué, 2018, pp. 197, euro 16)
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LA CRITICA

L’elemento più interessante di Est, ultimo romanzo di Ricuperati, è di sicuro il doppio legame che si instaura tra finzione e autenticità. Qualche rammarico sulla prima parte, che avrebbe potuto esprimere meglio il potenziale fornito da DAU/Freedom. Estremamente godibili invece le altre due, che ricollocano al centro le capacità di Ricuperati-scrittore e non semplice fruitore.

VOTO

6,5/10

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